Io sono (e resto) Giorgia

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Ha perfettamente ragione Franco Cardini: Giorgia Meloni è molto brava a recitare. Ed è stata anche brava a scegliere il copione: quello di una destra ortodossamente neoliberista, ultra-conservatrice e soprattutto ferocemente atlantista, occidentalista e guerrafondaia. Un copione perfetto per essere applaudita in tutte le cancellerie che prendono il la da Washington, e naturalmente perfetto per essere difesa e sostenuta dai garanti del sistema in Italia, tra i colli di Roma e i giornali di Milano.

Ma questo non vuol dire affatto che non sia lecito, e anzi doveroso, fare luce su ciò che c’è dietro la recitazione, e dietro il copione. Perché il vero capolavoro della presidente del Consiglio è quello di esser riuscita a far credere che siano esistite due Giorgia Meloni, distinte e in successione: della prima (francamente fascista e razzista, discepola del repubblichino, servo dei nazisti e fucilatore di partigiani Giorgio Almirante) non resterebbe oggi alcuna traccia, mentre a Palazzo Chigi ci sarebbe la seconda (l’affidabile statista interlocutrice di Joe Biden). Di fronte a tanta fantasia, viene in mente il mito dello sdoppiamento di Elena, per cui Paride avrebbe portato a Troia solo l’immagine della vera moglie di Menelao: anche in quel caso si trattava di salvare ad ogni costo la virtù della protagonista, e l’unico modo era sdoppiarla magicamente. E, dunque, per rimanere al mito di Elena, qual è la vera Giorgia, e quale la sua immagine? Perché la recita non è certo il fine: è ovviamente un mezzo. Una copertura per lavorare indisturbata a quello che davvero le sta a cuore. Distinguere questi due piani è doveroso, e urgente: perché se, appunto, Giorgia Meloni sta recitando, lo fa per dare agibilità e consenso a un progetto politico che non coincide affatto con il copione della recita, ma è invece la sua autentica visione della società, il sistema di ‘valori’ sul quale vorrebbe fondare la sua Italia. E mille indizi, sotto gli occhi di tutti, dimostrano che quei ‘valori’ sono davvero molto vicini a quelli espressi in chiaro nel libro del generale Roberto Vannacci.

Per questo è sacrosanto discutere del lunare libretto Mafia nigeriana. Origini, rituali, crimini pubblicato nel 2019 (cioè ieri) da Giorgia Meloni con Alessandro Meluzzi e con la psicologa Valentina Mercurio. In qualunque Paese normale, il capo del governo sarebbe messo in gravissimo imbarazzo, se non costretto alle dimissioni, dall’emersione di un simile testo. Innanzitutto, per la compagnia: come si può pensare di affidare il governo del Paese a una leader politica che firmi un libro con una figura come Meluzzi? Personalmente mi sentirei meno preoccupato se l’avesse firmato con il Mago Otelma. Ma andiamo al contenuto e, lasciando perdere cannibalismo e magia nera, accontentiamoci di un passo, si fa per dire, ‘politico’: i richiedenti asilo sarebbero «una categoria mantenuta da tutti noi, e che gode di una franchigia giudiziaria degna degli abitanti privilegiati di una nobiltà al di sopra della legge. In una specie di razzismo all’incontrario per gli Italiani infatti c’è la legge, mentre per i richiedenti asilo c’è tutto. Un tutto senza legge, senza lavoro, con una protezione assoluta che dà un senso di ingiustizia, insoddisfazione, che alla fine finirà col produrre una qualche follia collettiva». Le autrici e l’autore proseguono scagliandosi contro «il buonismo che ha generato questa leucemia del migrazionismo e questo senso di ingiustizia».

Ora, è difficile trovare una narrazione più tossica: prendendo come bersaglio i richiedenti asilo si colpisce al cuore l’articolo 10 della Costituzione, trasformando le vittime in colpevoli. E lo si fa per agitare il fantasma di qualche «follia collettiva»: a cosa si allude, a un pogrom contro i rifugiati? E quale contatto ha con la realtà chi pensa che le migrazioni (definite una leucemia, con un’impennata da discorso di odio degna del codice penale) siano generate dal ‘buonismo’ occidentale, e non da una tragica situazione di bisogno determinata quasi sempre da dinamiche avviate dall’Occidente a proprio vantaggio? Chi racconta il mondo in questi termini, cosa farà del mondo quando avrà raggiunto il potere, sia pure dissimulandosi dietro una buona recita?

Io non so francamente dire se insistere su questa evidenza aiuti a diminuire la presa di Giorgia Meloni sull’opinione pubblica, o se invece dicendo la verità quel consenso finisca per aumentare: questo è un problema del Pd e del Movimento 5 Stelle, che devono scegliere una tattica politica (anche se non ci dispiacerebbe riuscire ad intuirne anche la strategia). Per chi studia, legge, scrive sui giornali senza padroni, missioni o doppi fini, l’unica tattica è cercare di dire la verità: e «la verità spiacevole, nella maggior parte dei luoghi, è di solito che ti stanno mentendo. E il ruolo dell’intellettuale è tirar fuori la verità. Tirar fuori la verità, e poi spiegare perché è proprio la verità» (Tony Judt).

L’articolo è pubblicato anche su il Fatto Quotidiano

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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