Contro la violenza di genere: e cominciare dall’educazione sessuale?

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Di fronte agli stupri di gruppo di questi ultimi giorni a Palermo e a Caivano, alla violenza di adolescenti, quasi tutti minorenni, contro donne giovanissime (nel secondo caso quasi bambine), ci siamo ritrovati ancora una volta a farfugliare di derive social e di pornografia dilagante, alla disperata ricerca di motivazioni – possibilmente che non ci coinvolgano e, soprattutto, di facili soluzioni, semmai proibizionistiche. Al contrario, è forse arrivato il tempo che anche nel nostro Paese le conoscenze utili in tema di educazione sessuale e affettiva non siano più una concessione legata alla sensibilità di qualche insegnante “illuminato” o di sparuti dirigenti scolastici, ma un diritto vero e proprio degli studenti.

L’Italia è uno degli ultimi paesi europei a non aver reso obbligatorio l’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole, in buona compagnia con Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania. E anche le iniziative per sensibilizzare in ordine alla sua necessaria introduzione non sono mai state tante. Eppure, il diritto all’educazione affettiva e sessuale è considerato dall’Unesco parte del diritto alla salute, nonché presupposto imprescindibile per realizzare un pieno rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere: l’Obiettivo 3 dell’Agenda delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile chiede di «garantire l’accesso universale ai servizi di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, inclusa la pianificazione familiare».

Uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha messo in evidenza come gran parte dei giovani sia a disagio a parlare di sessualità in famiglia: il 45% non ha mai parlato di contraccezione a casa, il 44% non ha mai affrontato il tema delle malattie sessualmente trasmissibili e il 42% nemmeno il tema dei cambiamenti della pubertà. La conseguenza di tutto ciò è che il 10% dei giovani sessualmente attivi non usa alcun metodo contraccettivo e non pratica nemmeno il coito interrotto e le malattie sessualmente trasmissibili sono così in costante crescita (https://www.iss.it/documents/20126/0/20-35+web.pdf/34bba33d-3753-266f-a165-fc8e1e8dfbaf?t=1614671375805).

E se non se parla in famiglia e non se ne parla neppure a scuola, non resta che cercare le informazioni in ambito sessuale e riproduttivo su internet, con tutti i rischi che la rete comporta. Eppure, secondo i dati del Progetto “Studio Nazionale Fertilità” promosso dal Ministero della Salute, che per la prima volta in maniera alquanto completa ha scattato una fotografia delle conoscenze, dei comportamenti e degli atteggiamenti in ambito sessuale e riproduttivo delle diverse fasce della popolazione, a partire proprio dai giovanissimi (https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2823_allegato.pdf) –, il 94% dei ragazzi ritiene che debba essere proprio la scuola a garantire l’informazione sui temi della sessualità e riproduzione (ben il 61% di loro ritiene che questo dovrebbe iniziare dalla scuola secondaria di primo grado o anche prima), anche se solo il 22% degli adolescenti vorrebbe ricevere queste informazioni dai propri docenti, mentre il 62% vorrebbe personale esperto esterno alla scuola.

Anche la Relazione finale sull’attività della Commissione sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, approvata nella seduta del 6 settembre 2022 (relatrice senatrice Valente), chiama in causa la scuola, laddove sottolinea che: «Deve essere altresì valutata positivamente l’introduzione aggiuntiva di una materia curriculare specifica, come l’educazione emozionale. Per educare alla non violenza, infatti, è necessario lavorare fin dall’infanzia sulla creazione di relazioni positive e paritarie. L’esercizio della cooperazione e della condivisione, l’abitudine all’ascolto partecipe, all’empatia, al rispetto, soprattutto se promossi sin dalla tenera età, incentivano lo sviluppo di un clima di accoglienza, prevengono fenomeni di discriminazione ed esclusione e favoriscono la capacità di stare in una relazione in cui la forza personale non si traduce e non si esprime nel dominio sull’altro. L’educazione emozionale implica anche la capacità di acquisire e padroneggiare il linguaggio per comunicare e trasmettere agli altri le emozioni che comportino atteggiamenti equi e rispettosi, dove emozioni e ragione si integrino nel riconoscimento reciproco dell’alterità. Tradurre le emozioni in parole, scoprire e ampliare il vocabolario emotivo, permette di sviluppare in prospettiva sentimenti di empatia nei confronti di altre persone» (www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1361120.pdf).

La violenza contro le donne è un fenomeno anzitutto culturale. E la scuola rappresenta il luogo privilegiato per l’educazione all’uguaglianza di genere, alla parità, all’equità, al rispetto e alla inclusività. È il luogo ove educare le nostre ragazze e i nostri ragazzi al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze. Se questo Parlamento vuole “rispondere” efficacemente ai recenti fatti di cronaca, evitando di gonfiare inutilmente i muscoli e di buttarla, come spesso fa, sul penale, ne ha facoltà: approvi con urgenza una legge che renda l’insegnamento dell’educazione sessuale e affettiva obbligatorio, così da renderlo a tutti gli effetti un efficace strumento di divulgazione e prevenzione accessibile a tutti. Per poi magari trovare anche tempo e soldi per contrastare povertà, deprivazioni e disuguaglianze di accesso all’istruzione, che spesso fanno da triste sfondo a queste violenze.

Gli autori

Giovanni Caprio

Giovanni Caprio, pubblicista, già ricercatore sociale e direttore di istituzioni pubbliche e di fondazioni private, si occupa prevalentemente di governo locale, partecipazione e beni comuni.

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