La popolazione mondiale cresce: non per destino, ma per ragioni economiche

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Commentando le mie riflessioni contro l’antropocentrismo e sulla svolta della Laudato sì (https://volerelaluna.it/ambiente/2023/08/11/contro-lantropocentrismo-la-svolta-della-laudato-si/) Angelo Giuliani sostiene che non sia possibile rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale se non si affronta il tema della crescita della specie umana. La sollecitazione è opportuna e interessante e ripropongo, quindi, le considerazioni che ho svolto in proposito nel libro L’imbroglio dello sviluppo sostenibile (Lindau, 2022).

Secondo i calcoli del Footprint Institute dagli anni ’80 del secolo scorso la specie umana consuma più risorse rinnovabili di quelle che vengono riprodotte annualmente dalla fotosintesi clorofilliana. Nel 2022 le ha esaurite il 2 agosto. Se non si riduce il consumo delle risorse rinnovabili non si può rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, ma non si può ridurre il consumo delle risorse rinnovabili se la specie umana continuerà a crescere. La popolazione mondiale nel mese di gennaio del 2022 ha raggiunto gli 8 miliardi. Era di 4 miliardi nel 1974 e di 7 miliardi nel 2011. In base a questa tendenza, secondo le previsioni dei demografi nel 2050 raggiungerà i 10 miliardi e il fabbisogno di cibo aumenterà in misura più che proporzionale.

Non tutta la specie umana contribuisce nella stessa misura né alla crescita della popolazione mondiale, né al consumo delle risorse. Il contributo maggiore alla crescita della popolazione lo danno i popoli poveri, ma il maggior contributo pro-capite alla crescita dei consumi lo danno i popoli ricchi. Per ricondurre gradualmente il consumo delle risorse rinnovabili nei limiti della sostenibilità ambientale occorre pertanto che i popoli ricchi riducano i loro consumi pro-capite e che si riducano i tassi di crescita demografica dei popoli poveri. Sul primo aspetto si pone generalmente meno attenzione che sul secondo. E sul secondo ci si limita per lo più ad auspicare una riduzione dei tassi di natalità mediante la diffusione delle pratiche anticoncezionali, che sono ostacolate dal basso livello d’istruzione e dal peso che su questi popoli esercitano alcune forme di oscurantismo religioso. Questi aspetti influiscono sui comportamenti e non possono essere sottovalutati, ma sui tassi di natalità più dei fattori culturali incidono i fattori biologici, che invece non vengono presi nella dovuta considerazione.

La specie umana appartiene alla classe dei mammiferi e l’appartenenza alla specie influenza le decisioni degli individui. La finalità di ogni specie è di non estinguersi e per proseguire nel tempo è necessario non solo che gli individui si riproducano, ma che i figli arrivino all’età di fare figli. Per questo i mammiferi generano un numero tanto maggiore di piccoli quanto più bassa è l’aspettativa che possano raggiungere l’età di procreare per dare continuità alla specie. Per questo il tasso di riproduzione degli erbivori, che sono prede, è più alto di quello dei carnivori, che sono predatori, e la durata della loro gestazione è più breve. Anche nella specie umana i tassi di natalità sono tanto più alti quanto più bassa è l’aspettativa della durata di vita dei neonati. Se questa aspettativa diventa più alta, i tassi di natalità diminuiscono. Non c’è oscurantismo pseudo-religioso o ignoranza che possano contrastare questa tendenza, come dimostra la storia dei Paesi nord-occidentali, compresi quelli in cui la religione prevalente è il cattolicesimo, che ha sempre condannato le pratiche anticoncezionali. In questi Paesi tra i primi e gli ultimi anni del secolo passato il numero dei figli di ogni coppia si è drasticamente ridotto perché il benessere è aumentato e i tassi di mortalità infantile sono diminuiti.

La possibilità di sopravvivenza dei piccoli fino al raggiungimento della maturità sessuale dipende da un’alimentazione sufficiente, dall’igiene, dalla possibilità di prevenire e curare le malattie, da un’abitazione che difenda dagli effetti nocivi del clima sulla salute. I popoli poveri o, impoveriti, come qualcuno propone a ragione di definirli, non hanno le risorse sufficienti per garantire queste condizioni ai loro piccoli, perché i popoli ricchi non si preoccupano di privarli del necessario per alimentare i propri sprechi e i propri consumi superflui. Non solo per egoismo, ma anche perché il sistema economico fondato sulla crescita della produzione di merci ha bisogno di un apporto crescente di risorse, altrimenti crollerebbe trascinando con sé nella rovina tutto il sistema sociale. Questa difficoltà oggettiva può essere sbloccata solo se i Paesi ricchi smetteranno di finalizzare le loro economie alla crescita della produzione di merci e le indirizzeranno a rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale. Solo se diminuirà il loro fabbisogno di risorse potranno aumentare le risorse disponibili per i Paesi poveri, che potrebbero così migliorare le loro condizioni di vita. Di conseguenza aumenterebbero le possibilità che i loro figli arrivino all’età di fare figli e si realizzerebbero le condizioni che consentono di ridurre i loro tassi di natalità senza forzature, nel pieno rispetto delle leggi biologiche che governano la riproduzione in tutte le specie dei mammiferi.

Al contrario di quanto usualmente si pensa, non è vero che la prospettiva della decrescita non si può realizzare se non smette di crescere la popolazione mondiale, ovvero se non si riduce il tasso di natalità dei Paesi poveri. Il loro tasso di natalità può smettere di crescere soltanto se l’economia dei Paesi sviluppati non viene più finalizzata alla crescita. Non è la crescita demografica dei popoli poveri a impedire la decrescita economica, ma la crescita economica dei popoli ricchi a impedire la decrescita demografica. Le uniche alternative per ridurre la popolazione mondiale sono le pandemie e le guerre. Due soluzioni drastiche, ma certamente non auspicabili, che purtroppo si stanno verificando nuovamente in questi anni.

Gli autori

Maurizio Pallante

Maurizio Pallante, laureato in lettere, si occupa di economia ecologica e tecnologie ambientali. Nel 2007 ha fondato il Movimento per la decrescita felice, di cui è presidente onorario. È autore di numerosi saggi e articoli

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One Comment on “La popolazione mondiale cresce: non per destino, ma per ragioni economiche”

  1. C’è un passaggio importante questo mese nel panorama dell’economia ecologica e della teoria della decrescita:l’adesione piena al paradigma del filone della “frattura metabolica” (Bellamy Foster e collaboratori su Monthly Review di agosto). Ancora più importante dal mio punto di vista è la lettura che ne emerge dal punto di vista contabile della decrescita come de – accumulazione, addirittura loro parlano di azzeramento dell’investimento netto;non quindi di una generica riduzione di produzione di merci, ma di un rallentamento tecnologico che lasci anche spazio in alcuni settori ad una ripresa del lavoro in sostituzione dei combustibili fossili,. Si potrà essere d’accordo oppure no, ma è innegabile il passo avanti verso una chiarezza che sinora (forse anche per disattenzione) non avevo ancora percepito.

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