Tormentoni di Ferragosto, sinistra e capitalismo

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Mi accorgo che la noia ferragostana mi rende oscillante: quanto alle cose pubbliche, o rifletto di massimi sistemi o mi faccio sedurre da sciocchezze enormi. E, dal momento che non mi pare opportuno tediare i miei pochi lettori con una complessa teoria musicale secondo cui le canzoni di Annalisa sono il segno eloquente di un’insoddisfazione per il presente che attanaglia gli italiani, credo sia più dignitoso approfondire alcune piccole questioni che riguardano il rapporto tra la sinistra e l’organizzazione del mondo che ci ostiniamo a chiamare capitalismo. Ma alla leggerezza non me la sento di rinunciare, e dunque lo farò usando come pretesto due di quelle amene notizie ferragostane che in verità sarebbe meglio non commentare più di tanto, perché ci addestrano a farci guardare il dito così da dimenticare la luna.

Comincio da tutta la serie di scontrini provocatori che hanno dominato le pagine dei nostri giornali e le nostre bacheche social. Il fiorire di racconti per cui alcuni servizi che tradizionalmente erano compresi nel prezzo da quest’anno vengono fatti pagare. La pizza divisa in due, il doppio piatto o la doppia forchetta. Dirò subito che l’indignazione generale mi pare una forma di distrazione di massa. Non ho nessuna intenzione di prendermela con gli imprenditori “cattivi”, ottima strategia comunicativa per convincere i più che ve ne siano anche di “buoni” e che la moralità del capitalismo sia demandata alla buona volontà dei casi personali. È certamente vero che esistono dei cattivi imprenditori, ma quegli scontrini indicano un problema politico di sistema, sono il sintomo della prevalenza di alcune leggi del mercato che si sono imposte e che determinano i rapporti di forza nel mondo della produzione e del consumo.

In questo senso mi è parsa significativa la giustificazione addotta da qualcuno di loro, il quale alle legittime lamentele avrebbe risposto con una frase che sfido chiunque di noi a contestare: “il lavoro si paga”. O quel commerciante è un comunista (vabbè, non esageriamo… un semplice socialdemocratico, tanto sarebbe incredibile lo stesso) oppure c’è qualcosa che val la pena indagare. Liquidiamo subito la malafede personale e concentriamoci su ciò che di strutturale evoca questa risposta. Che risiede, per andare subito al cuore della questione, nell’evidente contraddizione tra la strenua resistenza di buona parte del mondo imprenditoriale nei confronti del salario minimo e l’assertività con cui questo commerciante rivendica pro domo sua un valore sacrosanto. Potremmo sintetizzare così: per il capitalismo contemporaneo il lavoro si paga anche più di quel che si faceva prima: si paga incessantemente, minuziosamente, estraendo valore da ogni istante lavorativo e facendo una guerra ideologica al gratuito, cioè a tutti quei gesti gentili che evocano un mondo in cui il valore di scambio non ha colonizzato ogni cosa, ogni volto, ogni incontro. O anche, meno romanticamente e più marxianamente, portando alle estreme conseguenze la trasformazione di principio di ogni valore d’uso in rigido valore di scambio. Io sono disposto a scambiare dei soldi con una pizza perché ho fame, ma per la mia fame quella pizza è eccessiva. C’è un’offerta e soltanto una mezza domanda. Come faccio a ottemperare alla legge (non umana, ma capitalistica) dell’equilibrio tra domanda e offerta? O metto in vendita mezza pizza oppure quella pizza incontra due fami, e dunque la uso per sfamare due persone. Se chiedo di dividere la pizza è perché lo scambio è reso necessario da un valore d’uso ben preciso, che in questo caso “vale per due”. Dunque non è solo gentilezza, quella per cui è corretto dividere per due la pizza, ma è il modo di sfruttare il valore d’uso rendendolo compatibile col valore di scambio.

Così, quel commerciante non è soltanto mal educato, ma sembrerebbe mettere in discussione il presunto equilibrio intrinseco alla razionalità del mercato, a partire da una legge che è diventata più importante e che è, appunto, quella dello sfruttamento onnivoro in nome del profitto. Non è troppo dissimile dall’esperienza di stalkeraggio che tutti noi viviamo con le telefonate commerciali, che giungono a ogni ora, in ogni forma e contro ogni tentativo di regolamentazione. In entrambi i casi siamo dinanzi a un dato politicamente rilevantissimo, che permette anche alla sinistra di chiarirsi le idee sulla propria identità. Se per decenni si è illusa di poter regolamentare quell’equilibrio tra domanda e offerta, dovrebbe forse comprendere che il capitalismo è andato oltre: non ricerca più l’equilibrio, ma piuttosto mette in campo ogni strategia perché il rapporto tra domanda e offerta si configuri come una vera e propria guerra della seconda nei confronti della prima. Se la pizza è troppa per la tua fame, non ti azzardare a chiedermi di aggiustare le cose ma sentiti obbligato a comprare due pizze (o a pagare l’aggiustamento necessario). Se non sei intenzionato a cambiare gestore telefonico, ti costringeremo a subire ogni pomeriggio alle quattordici –nell’unico momento della giornata in cui non lavori – un lavaggio del cervello con mille offerte per cui alla fine sarai costretto a inventarti un bisogno, perché o accetti oppure ogni tuo pomeriggio da qui all’eternità sarà fottuto dalle telefonate moleste. Ma non basta. C’è un’altra conseguenza politica che la sinistra può trarre. Il capitalismo oggi rivendica di pagare minuziosamente il lavoro – anche quando non è altro che una semplice conseguenza di una legge generale del capitale come in questo caso – ma con il sottinteso che il lavoro si paga sempre al capitalista, non al lavoratore. Anzi, affinché l’estrazione del valore aumenti, è necessario contemporaneamente assediare ogni esperienza del gratuito e trasformarlo in lavoro produttivo (cioè che produce profitto) ed estrarre valore dal lavoratore, non pagando degnamente il suo lavoro. È improbabile sia stato proprio il commerciante ad avere tagliato la pizza a metà o ad avere dovuto lavare due piatti invece che uno. Ma il lavoro in più del suo dipendente diventa profitto in più per il commerciante che intanto approfitta della deregulation creata dalle politiche bipartisan degli ultimi decenni per pagare sempre di meno il lavoratore. La sinistra lo impari: non basta che il lavoro si paghi, è necessario che si paghi al lavoratore.

La seconda notizia non avrebbe bisogno di troppe parole per manifestarsi come uno scandalo. Il canone mensile di un solo ombrellone al Twiga – stabilimento balneare anche troppo noto – è di circa diciotto mila euro. Esattamente quanto il locale paga annualmente allo Stato come canone di concessione della spiaggia. Anche qui, possiamo scandalizzarci quanto vogliamo, ma è compito della sinistra intravvedere alcune tendenze del capitalismo che sono diventate fuori controllo e che si tratta forse di affrontare severamente. Non è solo il passaggio dal capitalismo concorrenziale al capitalismo monopolistico, già analizzato e riconosciuto. È quello che io definisco “il paradosso della lenzuolata di Bersani”. Ricordate? Era il 2006. Non si capisce perché, ma in questi decenni ci siamo tutti fatti convincere – governi e opinione pubblica di destra e di sinistra – della necessità quasi teologica di estendere i principi della concorrenza a ogni sfera della società che non fosse il mercato (pensiamo alla sanità, alla scuola, all’università ecc.), a parte il mercato. In questo senso io rivaluto quella mossa di Bersani. Suo malgrado era molto rivoluzionaria e anche di sinistra. Perché cercava semplicemente di applicare la logica di mercato al mercato, piuttosto che affannarsi per garantirgli altre zone da sfruttare. Quello che è accaduto in questi anni ci ha portato alla vergogna del Twiga. A un capitalismo che vuole che tutti siano in concorrenza tra di loro – a partire dai lavoratori, ovviamente – a parte se stesso.

Ma c’è anche un ultimo insegnamento da trarre, in tutta questa storia. Che questa sfrenata ostentazione del capitalismo parassitario non è che la rappresentazione di una tendenza che a me pare intrinseca al neoliberismo: il capitalismo scopre le sue carte e si manifesta come strutturalmente insofferente nei confronti di ogni sorta di regolazione eteronoma. Riconosce sempre di più lo Stato come il proprio nemico, con il quale non si deve scendere a patti. Piuttosto è il contrario: sono le leggi capitalistiche che devono ordinare e controllare lo Stato (il pareggio di bilancio in Costituzione è solo un esempio). Quella che per anni è stata una corrente estrema delle teorie del capitale (il cosiddetto anarco-capitalismo) è diventata l’ideologia unica del neoliberismo. Un salto di qualità – uno dei tanti – che definisce il capitalismo contemporaneo e che forse ci permette di chiudere questo articolo riconoscendo la necessità, per la sinistra, di porsi finalmente e con schiettezza una domanda fondamentale: chi è il suo antagonista politico? È la destra oppure è il capitalismo? La risposta che la sinistra politica si è data, dalla caduta del muro di Berlino in poi, è univoca: l’antagonista è la destra e non più il capitalismo. Siamo certi che sia ancora così o che resistere alla tracotanza del capitalismo sia la stessa cosa che combattere la destra? Domanda complicata, specie in tempi in cui la destra sta al governo e con sembianze fasciste.

Prometto – anche solo per non lasciare il lettore senza almeno un’ipotesi di risposta – di affrontare la questione, a partire da due libri usciti di recente. Ma in un altro articolo: è pur sempre ferragosto, la fatica del pensiero va centellinata con molta cura e anche l’ozio è una forma di resistenza.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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