La legge del contrappasso: Bolsonaro privato dei diritti politici

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Il Superior Tribunal Eleitoral del Brasile ha disposto l’interdizione dell’ex presidente Bolsonaro dai diritti politici per 8 anni a partire dal 2022 (con conseguente incandidabilità anche per le prossime presidenziali). Per meglio comprendere una decisione così dirompente sono necessarie alcune informazioni.

In primo luogo, il Brasile ha un settore del sistema giudiziario dedicato esclusivamente alle elezioni e composto da giudici e funzionari ad hoc, con l’apporto eventuale di giudici e funzionari di altri settori. Questo sistema è stato fondato nel 1932, è frutto della cosiddetta rivoluzione del 1930, quando Getúlio Vargas assunse il potere, e aveva l’obiettivo di evitare l’interferenza sulle elezioni dei poteri locali, il cosiddetto “voto di cabresto”, ossia il voto determinato dai latifondisti che dominavano la scena politica e manipolavano le elezioni. La giustizia elettorale ha ampi poteri e funzioni: la regolamentazione e l’amministrazione completa del processo elettorale, la vigilanza sulla corretta esecuzione delle relative norme, il controllo sulle spese dei partiti in campagna elettorale, la punizione per chi non rispetta la legislazione al riguardo. Si tratta, insomma, di un settore del potere giudiziario con poteri simili a quelli del potere esecutivo e legislativo, che amministra tutto il processo elettorale. Ciò in un Paese in cui il voto è universale e obbligatorio per tutti i cittadini alfabetizzati tra i 18 e i 70 anni di età. È, invece, facoltativo per i giovani tra i 16 e i 17 anni, per i maggiori di 70 anni e per gli analfabeti di qualunque età. Chi non vota soffre di alcune limitazioni, per esempio non può partecipare ai concorsi pubblici, ma per regolarizzare la situazione basta pagare una piccola multa, per cui l’astensionismo è abbastanza alto considerato l’obbligo di votare. Nelle ultime elezioni presidenziali esso è arrivato al 20%.

Gli organi della giustizia elettorale sono i Tribunali Elettorali Regionali e il Superior Tribunal Eleitoral (STE). Tra le iniziative adottate da questi organi, c’è stata l’informatizzazione delle elezioni. A partire dal 2000 tutto il processo elettorale è elettronico, e dal 2005 è iniziata la redazione di un catasto biometrico di tutti gli elettori. A seguito di questi interventi la giustizia elettorale brasiliana è stata unanimemente riconosciuta dagli osservatori internazionali fra le più efficienti e imparziali del mondo e non ha ricevuto critiche o denunce di brogli. Ciò fino all’arrivo alla presidenza di Bolsonaro, che ha denunciato (senza prove) brogli sia nelle elezioni del 2018 (che, secondo lui, avrebbe vinto già al primo turno del ballottaggio e non al secondo) sia durante il suo governo, soprattutto quando, dopo la riabilitazione giudiziaria di Lula, i sondaggi lo davano come perdente.

Bolsonaro (seguendo l’esempio di Trump) ha messo in movimento una macchina di fake news e di seguaci fanatici e non ha perso occasione per denunciare il sistema elettorale, arrivando anche a minacciare che, se non si fosse tornati al voto su supporto cartaceo, non avrebbe riconosciuto il risultato elettorale. In questo gioco ha avuto l’appoggio tacito e spesso esplicito di settori delle forze armate, delle polizie federali e statali. Il Parlamento e la polizia federale del Governo Lula stanno investigando sul tentativo di golpe che stava per essere attuato da settori militari, che poi all’ultimo momento si sono ritirati. I fatti dell’8 gennaio, quando le sedi dei tre poteri della Repubblica sono state invase e devastate da manifestanti senza che le forze dell’ordine intervenissero, facevano parte di questo piano, che è fallito per la mancata adesione dei principali settori delle forze armate. Le indagini stanno tuttavia mostrando sempre più chiaramente che c’era un piano per il golpe, basato su uno schema preciso: movimenti di piazza dei seguaci di Bolsonaro, scioperi dei settori a lui favorevoli, violenze durante il processo elettorale che avrebbero giustificato la decretazione dello stato di emergenza e il conferimento dei pieni poteri al Presidente. Ma qualcosa non ha funzionato. Il golpe ha perso il timing, l’occasione propizia, e le forze armate (o almeno una parte di esse, posto che i sondaggi danno ancora oggi 80% di preferenze per Bolsonaro nei settori militari) non se la sono sentita di entrare in questa avventura. Di questo piano golpista faceva parte anche la denuncia contro il sistema elettorale elettronico, che Bolsonaro non ha mai cessato di attaccare. La causa della sua sospensione dai poteri pubblici per 8 anni sta proprio in uno degli episodi di questo piano.

Con una maggioranza di 5 voti a 2, il Plenario del Tribunal Superior Eleitoral ha dichiarato l’ineleggibilità dell’ex Presidente per 8 anni, a partire dalle elezioni del 2022. I motivi sono stati fondamentalmente tre. Anzitutto Bolsonaro è stato riconosciuto colpevole di abuso del potere politico e di uso indebito dei mezzi di comunicazione durante la riunione convocata nel Palazzo del Governo con gli ambasciatori stranieri il 18 luglio del 2022. L’abuso di potere politico si è concretizzato in azioni tese a interferire col processo elettorale. Durante quella riunione, infatti, Bolsonaro ha sostenuto che il ricorso alle urne elettroniche era una forma di broglio. Il secondo motivo della decisione è che le menzogne e la disinformazione che il Presidente ha sparso nei suoi vari comizi, e specialmente nella riunione sopra ricordata con gli ambasciatori stranieri, sono state giudicate un attentato alla democrazia e alla Corte. Il terzo motivo è stato l’uso indebito dei mezzi di comunicazione, che ha permesso un’esposizione sproporzionata del candidato, a detrimento di tutti gli altri, grazie all’utilizzo della macchina pubblica.

Più nel dettaglio, la Corte ha evidenziato come la riunione con gli ambasciatori stranieri è servita a finalità diverse da quelle ufficiali. In particolare essa non si inseriva nelle normali attività diplomatiche di rappresentanza, non era stata organizzata dagli organi competenti (a dimostrazione che non si trattava di un atto regolare di governo) ed è avvenuta nella residenza ufficiale di Bolsonaro (palácio da Alvorada) al di fuori delle sedi deputate ad atti di governo. Inoltre il Presidente ha pronunciato un discorso di netta propaganda elettorale, teso a valorizzare la propria immagine, a infangare quella del principale oppositore e a tentare di suscitare empatia nell’elettorato presentandosi come candidato perseguitato e contro il sistema. Quel discorso, per di più, ha avuto caratteristiche tali da delegittimare il processo elettorale (generando sospetti e disincentivando la partecipazione, per ottenere benefici di parte), ha brillato per disinformazione e per accuse palesemente false o improbabili e ha avuto come obiettivo quello di trarre benefici elettorali utilizzando la macchina pubblica. Riassumendo, il Tribunal Superior Eleitoral ha interpretato ciò che è accaduto nel corso di quella riunione come un attacco alla democrazia e allo stesso Tribunale.

La Corte avrebbe potuto giudicare innumerevoli altre dichiarazioni contro il processo elettorale rese da Bolsonaro in vari ambienti, soprattutto militari, ma ha ritenuto sufficiente questo episodio per sospendere i diritti politici all’ex presidente. Si è comportata, insomma, un po’ come l’FBI e la giustizia degli Stati Uniti, che hanno condannato Al Capone non per “l’insieme del suo operato”, ma per la mancata dichiarazione dei redditi!

Gli autori

Giuseppe Tosi

Giuseppe Tosi è professore titolare del Dipartimento di Filosofia dell’Università Federale della Paraìba (UFPB). È stato coordinatore del Programa de Pós-laurea in filosofia (2000-2003) e del Programa de Pós-laurea in diritti umani, cittadinanza e politiche pubbliche (2012-2014), dei quali continua a fare parte. Prima di iniziare, nel 1989, la carriera universitaria ha operato come volontario internazionale con i contadini e gli indigeni in Perù (1978-1981) e in Brasile (1981-1989) in progetti del Ministero degli Affari Esteri italiano, promossi dal Movimento Laici America Latina (MLAL). Nel 2018 gli è stato conferito dall’Assemblea legislativa della Paraìba il titolo onorifico di cittadino paraibano.

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