Israele scende in piazza, ma è una buona notizia solo per metà

image_pdfimage_print

Migliaia di bandiere israeliane, da molte settimane garriscono al vento nelle strade e nelle piazze delle principali città dello Stato ebraico. Non si vedeva nulla di simile da 75 anni, dal giorno della proclamazione dello Stato di Israele stesso. Se non fossimo stati informati dalle televisioni e della stampa della ragione della presenza di tutte queste bandiere nazionali potremmo pensare a una torrenziale manifestazione nazionalista. Invece no, si tratta di una vastissima mobilitazione per la difesa di uno dei principi istitutivi di qualsiasi democrazia, ovvero la separazione e l’indipendenza dei poteri dello Stato. L’opposizione parlamentare al Governo e anche parte rilevante della società civile decisamente sopita da anni e anni, anche quando avrebbe avuto sacrosante ragioni per fare il proprio mestiere, si è risvegliata di colpo quando il Governo ha annunciato, e poi fatto passare, un provvedimento di legge che de facto e de jure sottomette la Corte Suprema all’esecutivo privandola di una titolarità che finora le permetteva di bloccare un’azione del Governo sulla base del principio di “estrema irragionevolezza”.

Come mai questa titolarità dell’Alta Corte era espressa in termini così generici? Il motivo è che lo Stato di Israele non ha una Costituzione e non ha mai pensato di darsela perché i governi potessero avere le mani libere su molte questioni che i politici sionisti ritenevano imprescindibili per i loro obiettivi. Una Costituzione, per esempio, definisce i confini di un territorio nazionale. Lo fa sulla base della propria identità ma soprattutto in rispetto dei principi della legalità internazionale. E sulla base delle risoluzioni dell’ONU, i governi e l’autorità militare israeliane non avrebbero mai potuto perseguire sistematicamente e artatamente la politica di occupazione, colonizzazione, oppressione e segregazione del popolo palestinese.

Chiarito questo punto, ritorniamo alla mobilitazione di questi tempi. La vasta maggioranza della società israeliana non ha mai trovato la motivazione per mobilitarsi di fronte allo scempio dei più elementari diritti umani e neppure per l’assenza del più primario sentimento di rispetto nei confronti dei palestinesi di cui da decenni danno prova le autorità governative e militari dello Stato d’Israele. Solo piccole minoranze hanno lottato con determinazione rivendicando i principi universali di dignità ed eguaglianza a favore dei cittadini palestinesi. Ma non appena Bibi, ha deciso di disgregare la fragile e limitata democrazia israeliana per farne un regime autoritario, pronto a trasformarsi in un Iran degli ebrei israeliani, grazie alla complicità di sedicenti ebrei ortodossi (in realtà fanatici zeloti assetati di potere e agiti da un fanatismo per interessi), apriti cielo, è scoppiato un putiferio. La parte “laica”, secolare e religiosa, ha riscoperto di colpo che la democrazia è un valore su cui hanno sempre pensato che si fondasse il sionismo.

È una buona notizia? Si e no! Si, perché è sempre una buona notizia che vaste parti di un popolo si ribellino alle schifose trame di potere dell’ultimo aspirante autocrate e dei suoi sgherri. Ribellarsi è giusto! Gli ebrei israeliani lo hanno fatto ma solo perché Bibi voleva sottrarre loro una titolarità. E quindi… No, perché il vero veleno che ha reso l’aspirazione democratica dell’Entità sionista velleitaria è stato il processo esponenziale di oppressione dei palestinesi. La perversione del sogno ha avuto inizio con la Nakba ed è proseguito con la metastasi dell’occupazione illegale delle terre palestinesi. Lo aveva preconizzato lo studioso di ebraismo e filosofo Yeshayau Leibowitz, ebreo sionista. Con la visionarietà di un profeta aveva ammonito che se i territori occupati nel ‘67 non fossero stati restituiti immediatamente, il giovane stato ebraico sarebbe precipitato in un regime giudeo-nazista. Per il suo linguaggio provocatorio Leibowitz ebbe molti guai, ma la forza del suo magistero oggi ritrova forza.

I veri nemici della democrazia israeliana si chiamano occupazione, colonizzazione, apartheid e tutte le pratiche di violenza e di sadismo istituzionale, di arbitrio senza limiti che si traducono in decine di migliaia di arresti arbitrari, di leggi senza giustizia, tipiche delle peggiori forme di barbarie, di aggressioni dei coloni israeliani protetti dall’esercito contro i villaggi dei palestinesi (le stesse aggressioni che quando le subivano gli ebrei dalla marmaglia antisemita si chiamavano pogròm). La costellazione di arbitri, violenze, abusi, sopraffazioni che ogni ora subiscono i palestinesi richiederebbe la redazione di un ponderoso volume. La democrazia israeliana non può essere difesa opponendosi a un solo provvedimento di legge ancorché gravissimo, ma deve confrontarsi con una radicale rimessa in questione di tutte le pratiche politiche che l’hanno portata alla degenerazione guidata e voluta da una classe politica accecata dal nazionalismo fanatico e di cui Bibi Netanyahu è il più sinistro e cinico epigono che, per salvare se stesso, sarebbe capace di trascinare Israele nel baratro.

Gli autori

Moni Ovadia

Moni Ovadia è un attore, drammaturgo, scrittore e compositore di famiglia ebraica. Tale ascendenza influenza tutta la sua opera, diretta al recupero e alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale degli ebrei dell’Europa orientale. Politicamente impegnato nella sinistra è profondamente critico nei confronti della politica ultranazionalista del Governo di Israele e impegnato nella difesa dei diritti della Palestina e dei palestinesi.

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Israele scende in piazza, ma è una buona notizia solo per metà”

  1. La scuola in Is. è stata una palestra di intolleranza e disprezzo verso i non ebrei. La cultura della supremazia della razza ha contagiato le vittime dello olocausto .La situazione di Israele e’ un peri colo per il mondo intero.

Comments are closed.