La Spagna dopo il pareggio elettorale

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Prima di soffermarci sulla campagna elettorale, sulle conseguenze del voto e sull’analisi delle prospettive della sinistra in Spagna è bene chiarire, numeri alla mano, i risultati elettorali, appartandoci parzialmente dal fragore della comunicazione mediatica e dalle sue semplificazioni. A dispetto di gran parte dei sondaggi e di un clima mediatico che aveva favorito la percezione generalizzata di una vittoria debordante della destra, con l’unico dubbio se i numeri ottenuti avrebbero permesso un governo monocolore del Pp (poco probabile) oppure un governo di coalizione con Vox (molto più probabile), le urne hanno ribaltato questo prematuro responso e riaffermato l’esistenza di una maggioranza sociale progressista in Spagna.

Il primo dato chiaro di queste elezioni è il rafforzamento del bipartitismo, con l’aumento del consenso in termini assoluti e percentuali sia del Pp che del Psoe. Il Pp guadagna 3 milioni di voti, passando da 5 a 8, e passa dal 21% al 33,05% fagocitando il voto di Ciudadanos, che non si è presentato a queste elezioni, e parte del voto di Vox, che perde 600 mila voti rispetto alle precedenti elezioni, passando dal 15% al 12,39%. Se sommiamo il voto del blocco di destra (Pp+Vox) vediamo come abbia guadagnato solo 93 mila voti rispetto al 2019 (Pp-Vox-Ciudadanos), passando dal rappresentare il 43,56% dei voti al 45,44% attuale. Nel campo della sinistra il Psoe è l’unico partito assieme a Bildu (sinistra nazionalista basca) che ha aumentato i propri voti. Il Psoe passa dal 28,25% del 2019 al 31,70% attuale, guadagnando quasi un milione di voti. Sumar, che aggrega il voto del blocco che nel 2019 corrispondeva a Unidas Podemos e Mas Pais (più altre formazioni territoriali) perde circa 600 mila voti (probabilmente finiti al Psoe nella dinamica del voto utile e per altri problemi che segnaleremo dopo). Un secondo trasferimento di voti potrebbe essere rappresentato dal secondo grande sconfitto di queste elezioni che è l’indipendentismo catalano. Una parte importante dei voti del Psoe potrebbero venire proprio dall’area dell’indipendentismo visto che Erc (Esquerra Repubblicana de Catalunya) dimezza i suoi voti (passando da 800 mila voti a 400 mila voti e perdendo, così, ben sei seggi) e il Psoe diviene primo partito in Catalunya e lo diventa anche nei paesi baschi.

Un dato elettorale importante è rappresentato proprio dal voto indipendentista catalano. I partiti indipendentisti catalani di sinistra, Cup ed Erc, passano dall’1 allo 0,4% dei voti nel caso della Cup, che non aveva appoggiato il governo di coalizione e con questo risultato elettorale rimane fuori dal Parlamento, mentre di Erc, che aveva appoggiato il governo di coalizione, abbiamo già detto (che passa dal 3,64% all’1,89%). Anche Junts por Catalunya (partito indipendentista di centrodestra), che diviene decisiva per l’aritmetica parlamentare, contraria al precedente governo di coalizione, perde 137 mila voti, passando dal 2,21% al 1,60%. Quelle che sembrano percentuali non molto rilevanti a livello nazionale in realtà sono fondamentali sia dal punto di vista aritmetico e parlamentare sia dal punto di vista politico, descrivendo un cambiamento radicale nella frattura catalana, nella sua rilevanza politica e nei suoi rappresentati. Il dato elettorale catalano dimostra che i partiti indipendentisti, a prescindere dal loro atteggiamento verso il governo nazionale, perdono consenso, non sono più maggioritari nel contesto catalano, segnalando come la questione dell’indipendenza probabilmente stia perdendo presa sociale. Un terremoto elettorale per il contesto catalano che vede la prima forza elettorale del 2019 (Erc) precipitare al quarto posto in voti assoluti (superata perfino dal Pp) e il Psoe al primo posto con Sumar al secondo. Tuttavia, nonostante la debolezza elettorale, le chiavi del governo, visti i numeri parlamentari, si troveranno proprio nelle mani di Junt por Catalunya poiché la riedizione del governo progressista questa volta ha necessità dei voti di Junts.

Tirando le somme complessive il blocco dell’investitura del governo che comprende il consenso dei partiti del governo di coalizione (Psoe e Sumar), più i partiti che hanno formato la maggioranza parlamentare dello stesso governo e potrebbero risostenerlo (Psoe+Sumar+ Erc + Bildu + Pnv +Bng più altri partiti minori), perde solo 123 mila voti e rappresenta il 49,08% dei voti rispetto al 45,44% della destra, con una differenza di voti tra i due blocchi di 873 mila voti (dimezzata rispetto alle precedenti elezioni). Nel blocco del governo si è complessivamente ridotta la forza dei partiti a sinistra del Psoe (Sumar- Erc- Bildu-Bng) che si attestano al 16%, perdendo un 4% rispetto al 2019, ma rappresentano una delle sinistre radicali con più consenso in Europa.

Le peculiarità del sistema politico spagnolo e il rebus del governo

Per comprendere perché una distanza percentuale di 4% punti circa tra i blocchi restituisca una situazione aritmetica molto complessa in cui la destra risulta sovradimensionata in chiave rappresentativa e le prospettive di formazione del governo bisogna specificare alcune peculiarità del sistema politico spagnolo.

Un primo elemento attiene alla legge elettorale che favorisce i partiti maggiori oppure partiti che concentrano territorialmente il loro consenso. Quest’ultimo fattore è la dimostrazione elettorale della rilevanza politica della frattura territoriale in Spagna. Come sappiamo dalle note vicende legate al movimento indipendentista catalano o a quello basco, non si può comprendere il sistema spagnolo senza tenere conto congiuntamente sia della frattura ideologica destra/sinistra sia di quella territoriale indipendenza/stato centrale, che porta alla formazione di sottosistemi politici regionali con partiti territoriali. L’articolazione di queste due fratture ci permette di comprendere perché non è necessariamente scontato l’appoggio di alcuni partiti di sinistra al governo progressista (oppure addirittura impensabile una loro partecipazione diretta nell’esecutivo) come, dall’altra parte, per quale motivo delle forze moderate oppure di centrodestra indipendentiste, sia basche che catalane (come il Pnv e Junts), non possano appoggiare un governo di centrodestra nonostante le affinità ideologiche. In base al momento storico i partiti indipendentisti hanno accentuato maggiormente la loro dimensione ideologica (destra/sinistra) oppure privilegiato quella territoriale (autonomia/stato centrale) e questo aveva permesso al sistema spagnolo, prima della crisi del 2008, un equilibrio basato su governi nazionali monocolore (Psoe o Pp) appoggiati dai partiti nazionalisti maggioritari nel contesto basco (Pnv) e catalano (Convergencia i Unio che ora corrisponde a Junts por Catalunya), che trattavano con il governo nazionale (indipendentemente dal colore ideologico) quote di autonomia in cambio dell’appoggio all’esecutivo. Il processo di indipendenza catalano ha favorito una radicalizzazione della destra nazionale con l’emersione di un partito esplicitamente unitario (Vox), che propone l’illegalizzazione dei partiti indipendentisti e li definisce golpisti e nemici nazionali, infettando con la sua retorica lo stesso Pp, che oggi parla apertamente di distruzione nazionale dovuta alle pretese indipendentiste. Proprio per questo il Pnv basco ha escluso qualsiasi tipo di accordo con il Pp mentre il partito di centrodestra catalano, Junts por Catalunya, ritiene il governo Pp-Vox un antagonista ideologico.

Uno dei principali elementi dell’equilibrio sistemico spagnolo pre-crisi del 2008 non è più possibile dopo la questione catalana: senza Vox il Pp non può governare ma con Vox e con la sua agenda il Pp non può più ricevere il voto della destra indipendentista a cui rimane, come unico interlocutore, il Psoe. Dall’altra parte un accordo con il governo di centrosinistra, per i catalani di Junts, è possibile solo se il governo garantirà passi in avanti verso l’autodeterminazione della Catalunya e la grazia a quei leader politici (Puigdemont su tutti) che vivono le conseguenze giuridiche e penali della mobilitazione per l’indipendenza. Dunque, una delle chiavi politiche per la formazione del prossimo governo sarà capire cosa farà una parte dell’indipendentismo. Da una parte Junt por Catalunya e il suo elettorato si sentono alternativi al Psoe che solo un mese fa gli ha sfilato il comune di Barcellona grazie ad un accordo con il Pp e Ada Colau, hanno votato sempre contro il precedente governo e da anni ormai puntano ad essere i rappresentanti più radicali dell’indipendentismo ma, dall’altra parte, una ripetizione elettorale potrebbe restituire un quadro molto diverso e più ostile, con un governo della destra radicale oppure un ulteriore indebolimento elettorale dello stesso partito. Chiudendo, Junts potrebbe approfittare di una posizione contrattuale difficile da ottenere nuovamente nonostante la distanza ideologica con il governo progressista. Nell’eventualità non facile e scontata che alla fine il governo progressista ottenga la fiducia da Junts dovrà governare con una maggioranza estremamente composita e con quasi tutte le regioni in mano alla destra che utilizzerà il nuovo protagonismo politico dei partiti indipendentisti per radicalizzare maggiormente il quadro politico.

Le chiavi politiche delle elezioni

Al di la dei voti i risultati elettorali e la loro valutazione sono il prodotto delle aspettative. In un sistema parlamentare non basta vincere le elezioni né risultare il partito di maggioranza relativa; è fondamentale la capacità di tessere alleanze parlamentari tali da poter arrivare a una maggioranza.

Il Pp vede sfumare questa possibilità per la mobilitazione dell’elettorato di sinistra, spaventato dalla possibile entrata nel governo spagnolo di Vox. Circa due mesi fa, dopo la terribile sconfitta della sinistra spagnola alle elezioni amministrative, il destino del governo sembrava segnato ma Pedro Sanchez, con una mossa tattica molto abile, ha convocato le elezioni. Nello stesso periodo prendevano forma i vari governi di coalizione regionali della destra, in cui Vox si distingueva nel promuovere numerosi provvedimenti contro le misure adottate per contrastare la violenza machista, contro i diritti lgbt e di censure per opere ritenute scabrose. Il pericolo della destra radicale al governo si materializzava in piena campagna elettorale con il suo carico di razzismo, negazionismo climatico e oscurantismo culturale. Solitamente, in Spagna, l’alta partecipazione al voto (intorno al 70%) ha favorito la vittoria della sinistra mentre sotto questa soglia di partecipazione ha sempre vinto la destra. In questo ultimo mese proprio la paura di Vox ha favorito una partecipazione del 70% che ha trainato un risultato imprevisto dai sondaggi. Quindi possiamo concludere che l’estrema destra ha perso e l’onda nera che infetta l’Europa si è fermata? Ni. Vox perde 800 mila voti ma dimostra di avere una base elettorale molto solida e soprattutto, dal punto di vista culturale, sembra aver contribuito a una radicalizzazione complessiva dell’elettorato della destra che ha coinvolto, o forse potremmo dire “infettato”, anche il “moderato” Pp. Il lemma della campagna del Pp era “Que te vote Txapote” ovvero che ti voti Francisco Javier García Gaztelu, storico esponente dell’Eta. Sanchez, per la destra, diviene il presidente che ha consegnato il paese all’Eta (per l’ingiusta l’associazione dell’organizzazione terroristica con il partito basco Bildu), che avrebbe messo nel governo pericolosi comunisti e consegnato il paese ai pericolosi golpisti catalani. L’armamentario trumpiano di bugie e falsità, unito all’elogio estremo del libero mercato e dell’individualismo edonista, sono il fulcro culturale di una destra sempre più simile ai conservatori americani. Una destra che adesso, dopo lo smacco di questa vittoria monca, potrebbe puntare tutto su Isabel Ayuso, presidentessa della Comunidad di Madrid e indistinguibile da Vox. Leggere questo risultato elettorale solo attraverso il dato parlamentare e i voti assoluti non restituisce la forza di un’offensiva politico culturale poderosa che, comunque, favorisce un recupero del blocco della destra. Se nel ciclo politico post crisi del 2008 le mobilitazioni sociali e la forza della sinistra avevano imposto una certa egemonia culturale oggi la destra monopolizza i media e segna il dibattito culturale, favorendo una radicalizzazione complessiva del contesto politico.

Il Psoe e la sua leadership, tanto audace quanto trasformista, ha saputo frenare l’avanzata della destra basando la campagna elettorale sul pericolo di Vox e soprattutto su quei provvedimenti (aumento del salario minimo, riforma del lavoro, legge di regolazione del mercato immobiliare, ecc..) che sono stati il prodotto della lotta di Unidas Podemos all’interno della coalizione, spesso avversate proprio dal Psoe. Una prima grande questione che emerge per la sinistra radicale è che nei governi di coalizione in cui è un socio minoritario la promozione di proposte sociali più radicali implica conflitti interni alla coalizione demonizzati mediaticamente come “pericolo per la governabilità” e, successivamente, i benefici elettorali delle stesse misure ottenute dopo lo scontro vengono capitalizzate dal partito di maggioranza e dalla leadership di governo. Unidas Podemos è stata fondamentale per imporre quelle politiche che hanno fatto del governo progressista spagnolo un riferimento in termini di diritti sociali e di genere al costo di diventare elettoralmente un’opzione minoritaria rispetto al Psoe. Una tendenza che si è confermata con Sumar, la coalizione di partiti che ha unito tutta la sinistra intorno all’ex ministra del lavoro Yolanda Diaz. Il risultato di Sumar, se pure inferiore rispetto alla somma dei partiti che la compongono nelle precedenti elezioni, potrebbe essere positivo nella misura in cui rappresenti l’inizio di un difficile, ma necessario, percorso unitario. Gli scontri interni alla coalizione e il loro eco mediatico assieme ad alcune discutibili esclusioni dalle liste elettorali hanno ritardato l’inizio della campagna elettorale e demotivato una parte degli elettori. Mentre Pedro Sanchez imperversava sui media chiedendo il voto utile Sumar era immerso in una lotta intestina per la composizione delle liste che rappresenta solo l’ultimo capitolo di una lunga storia di scontri che hanno provocato il declino di Unidas Podemos, l’abbandono di migliaia di militanti e di milioni di elettori/trici in tutte le organizzazioni della sinistra radicale spagnola. Purtroppo quest’ultima, che ci ha insegnato tanto in questi anni rappresentando una fucina di idee e di riflessioni fondamentali per comprendere la relazione tra i nuovi media e la politica, non è mai riuscita a superare il problema di organizzazioni iper-leaderistiche e verticali, allergiche al dissenso interno e inclini a mediatizzare e drammatizzare il dibattito interno. Oltre a questa sfida democratica e organizzativa a Sumar spetta il difficile obiettivo di essere pronta a governare in coalizione lavorando, contemporaneamente, alla costruzione di un profilo maggiormente autonomo dal Psoe, che si caratterizzi e si identifichi su questioni programmatiche chiare e investa in un’identità autonoma. Seconda se Sumar riuscirà o meno in tutto questo, il risultato elettorale potrebbe aver rappresentato un promettente inizio in un contesto molto difficile oppure rappresentare l’ennesimo atto di un declino elettorale dell’area della sinistra radicale sempre più fagocitata dal voto utile verso il Psoe.

Infine, una riflessione di più ampio respiro penso debba riguardare la distanza tra misure adottate e consenso elettorale. La Spagna continua a rappresentare un’importante eccezione nel contesto europeo e il governo di coalizione ha adottato misure in controtendenza con l’iperneoliberismo degli ultimi 20 anni. Tuttavia, il blocco della sinistra radicale non cresce. In questa nuova fase di “policrisi” segnata dalla compresenza di una difficile transizione geopolitica internazionale, della guerra, della crisi climatica e delle conseguenze economiche di tutto questo, probabilmente, non basta l’ordinario. La destra ha un armamentario di idee e risposte, seppur sbagliate oppure mistificanti, a domande e inquietudini sociali mentre la sinistra, forse afflitta da una certa leggerezza ideologica, non riesce a produrre un immaginario forte, un’alternativa radicale e credibile all’altezza delle aspettative sollecitate. Lo straordinario recupero elettorale della coalizione è stato trainato da una campagna tutta giocata sulla paura, giustificata, del fascismo alle porte ma in Spagna come in tutta Europa non può bastare questo e non possono più bastare timide politiche socialdemocratiche, utili socialmente ma incapaci di invertire il trend egemonico della destra. La sfida è enorme e la Spagna rappresenta attualmente il punto più avanzato della resistenza.

Gli autori

Francesco Campolongo

Francesco Campolongo, è ricercatore di Scienza Politica nell’Università della Calabria. I suoi principali temi di studio sono la transizione energetica, i populismi e la democrazia. È coautore di "Podemos e il populismo di sinistra" (Meltemi, 2021) e "Virus Populista? Narrazioni della crisi pandemia in Italia, Francia e Spagna" (FrancoAngeli, 2023).

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