Turchia: come è riuscito Erdoğan a non perdere?

Ilk turda bitirelim! (Finiamola al primo turno!) era l’auspicio dei due principali candidati alla presidenza della Repubblica turca – il presidente uscente Recep Tayyip Erdoğan e il candidato del principale partito dell’opposizione (il Partito Repubblicano del Popolo, CHP) Kemal Kılıçdaroğlu – nella sfida elettorale svoltasi nel centenario della fondazione della Repubblica e considerata tra le più importanti della storia della Turchia contemporanea, che ha visto un’affluenza dell’88,8% e un’alta attenzione mediatica data dalla presenza di giornalisti e osservatori internazionali. Non è andata così: il 14 maggio, nessuno dei candidati ha ottenuto il 50%+1 dei voti ed Erdoğan, con il 49,5% preferenze, è per la prima volta costretto a un ballottaggio, che si terrà il 28 maggio, con lo sfidante Kiliçdaroğlu, fermo al 44,8%.

Con uno scarto di oltre quattro punti dall’attuale presidente, la delusione nel campo dell’opposizione e in particolare dal Partito il Partito Repubblicano del Popolo è alta. Il partito ha condotto una campagna elettorale galvanizzata non solo da sondaggi favorevoli e da un’ampia e trasversale partecipazione, ma anche dalla decisione del candidato del Partito della Patria (MP), Muharrem Ince, di ritirarsi dalla corsa alla presidenza a tre giorni dal voto. Se è vero che  ha aumentato il numero di voti (25,33% rispetto al 22,67% del 2018) la coalizione del Tavolo dei Sei – composta, oltre che dal Partito Repubblicano del Popolo, dal Partito Buono (İYİ Parti), dal Partito Democratico (DP), dal Partito della Felicità (SP), dal Partito del Futuro (GP) e da Democrazia e Progresso (DEVA) – non è andata oltre il 35,2%. L’apporto di due partiti fondati da fuorusciti del partito di Erdoğan (Partito giustizia e sviluppo) – DEVA e GP – non è stato significativo così come quello del partito nazionalista IYI che ha mantenuto la stessa percentuale di voti della tornata precedente. L’Alleanza del popolo – che racchiude il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), il Partito del Movimento Nazionalista (MHP) e partiti alleati – ha ottenuto nel complesso, nelle parallele elezioni legislative, il 49,7% dei voti assicurandosi la maggioranza con 323 parlamentari. Il Parlamento si presenta frammentato e il Governo non avrà la maggioranza qualificata necessaria per modificare la Costituzione.

Tra gli interrogativi che risuonano ad urne chiuse il più rilevante è come Erdoğan è riuscito a non perdere? O, detto diversamente, come è possibile che Erdoğan continui ad avere un così ampio supporto nonostante la grave crisi economica in cui versa il paese? Dietro questa domanda c’è la convinzione, spesso errata, che il voto sia retrospettivo, fondato cioè su un giudizio a posteriori dell’operato dei leader. Non sempre è così. Per almeno due ragioni. La prima è che nel caso della Turchia, dove la crisi economica dura ormai da sei anni, molti elettori votano guardando al futuro, non necessariamente al passato. La seconda è che gli elettori cercano un leader forte, capace di rafforzare legami emotivi con il suo elettorato. Se i dati riportano percentuali vere o verosimili, per il 49% del paese Erdoğan è un leader forte capace di rispondere ai bisogni economici e sociali e di proteggere valori considerati chiave come la famiglia, la nazione e dell’integrità dello Stato, l’Islam sunnita. Il leader ha condotto l’intera campagna elettorale presentando questi valori come costantemente minacciati dalle opposizioni riuscendo a rinsaldare il suo elettorato chiamato a scongiurare un possibile cambio dello status quo. Per farlo, ha anteposto questi valori alla situazione economica disastrosa in cui versa il paese, con l’inflazione che viaggia al 50%, fiducioso che la crisi passerà. Se l’economia è posta in secondo piano, anche il concetto di “democrazia” è declinato a immagine e somiglianza degli interessi della maggioranza. Per i sostenitori di Erdoğan le elezioni rappresentavano una battaglia per la democrazia, nella convinzione che la Turchia sia oggi più democratica del passato. C’è una foto che ritrae bene il tipo di leader incarnato da Erdoğan e che lo ritrae mentre, uscendo dal seggio di Üsküdar (Istanbul), distribuisce denaro (poche lire turche, qualche centesimo di euro) ad alcuni ragazzini (https://www.gulftoday.ae/news/2023/05/14/erdogan-distributes-currency-notes-to-children-before-casting-vote-in-istanbul). La foto (qui riprodotta nella homepage) ritrae il gesto ed è emblematica di quella retorica dello stato padre-padrone che elargisce doni, siano pochi centesimi per un gelato o appalti a holding di famiglie componenti essenziali dell’élite al potere. È attraverso questa costruzione e percezione della realtà come altra e alternativa che si è sedimentata la forte polarizzazione in cui attualmente resta confinato il paese.

Il candidato dell’opposizione Kiliçdaroğlu ha tentato di superare questa forte spaccatura della società, che all’apparenza sembra rafforzare la narrazione di due Turchie (una laica e liberale e una conservatrice). Contrapponendo alla logica del nazionalismo turco sunnita la pluralità delle minoranze come ricchezza, ha raggiunto l’elettorato curdo che ha votato compatto per lui, ma ha rinsaldato la componente nazionalista conservatrice di destra del MHP, dal 2015 alleato di Erdoğan, che ha ottenuto il 10,06% dei voti. Indipendentemente dal risultato delle elezioni, quanto avviato da Kılıçdaroğlu nei confronti delle minoranze è imprescindibile per una futura coesione democratica della società ma è un processo che richiede tempo e capacità di entrare nel campo avversario.

L’assunto che una parte della popolazione preferisca un leader forte, il reis come amano chiamarlo i suoi sostenitori, è confermato dal confronto tra i voti ottenuti da Erdoğan e quelli del partito da lui fondato – l’AKP –, che sono scesi al 35,61% rispetto al 42.49% nelle elezioni del 2018. Il calo di voti dell’AKP evidenzia un potenziale scollamento tra un leader forte e un partito debole portando con sé interrogativi sulla tenuta del partito nel post-Erdoğan. In vent’anni di governo, l’AKP è riuscito a permeare tutte le principali istituzioni statali rendendosi egemonico a più strati della popolazione. Questo è stato possibile non solo attraverso un progressivo controllo dei mezzi di comunicazione in grado di oscurare voci critiche e ridurre spazi a garanzia del pluralismo delle informazioni. È anche attraverso reti clientelari in grado di incanalare supporto allo status quo in cambio di posizioni più o meno di rilievo, sostegno economico e privilegi che il partito si è consolidato come sistema o vero e proprio “cartello”. La corruzione che si ritrova in tali sistemi clientelari può aver allontanato alcuni sostenitori di Erdoğan dal partito, portandoli a considerare che quanto accade a livello locale non è necessariamente imputabile al leader. In un contesto di personalizzazione e forte clientelismo, la vittoria – o la sconfitta – del leader tocca l’esistente e le esistenze ad esso collegate. Molti dei voti persi dall’AKP sono infatti rimasti all’interno della coalizione, convogliati verso partiti nazionalisti come il MHP o verso partiti ad essa collegati come l’Islamista Nuovo Partito Refah (YRP) che ha ottenuto 1,4 milioni di voti ed elegge 5 deputati.

Un altro elemento chiave per la tenuta di Erdoğan è l’elevata capacità di mobilitazione del partito in occasione degli appuntamenti elettorali. Si tratta di una grande macchina organizzativa che ha portato in ogni seggio persone dedite al controllo del processo elettorale, ha facilitato l’accompagnamento al voto di persone anziane e ha predisposto pullman per permettere ai cittadini residenti all’estero di votare nelle sedi diplomatiche turche.

Un ultimo punto, infine, riguarda il voto delle comunità turche all’estero dove l’affluenza è stata del 52,9%. I dati confermano una vittoria del presidente uscente (57,2%) e l’AKP si mantiene primo partito con il 44,21% dei voti. Negli ultimi dieci anni il Governo turco ha potenziato notevolmente le politiche per la diaspora attraverso vecchie e nuove istituzioni volte a mantenere saldo il legame tra la Turchia e le comunità all’estero. Il bacino di voti dell’AKP risiede tuttavia soprattutto nei Paesi del centro-nord Europa, ad eccezione della Finlandia dove il CHP ha ottenuto il 31% e il Partito Verde di sinistra (YSP) il 29%. Negli Stati Uniti e nell’Europa meridionale prevale il CHP.

Pur partendo con i favori del pronostico, sarà determinante per Erdoğan e l’AKP richiamare tutto il loro elettorato al voto e recuperare i voti del terzo candidato alla presidenza, Sinan Oğan, che ha ottenuto il 5,17%. In presenza di un campo nazionalista estremamente frammentato in modo trasversale alle coalizioni, l’estrema destra nazionalista di Oğan (ex membro del MHP) potrebbe non essere compatta nell’appoggiare Erdoğan. Ciò perché la presenza di 3,7 milioni di rifugiati siriani in Turchia è al centro del discorso pubblico, caratterizzando una buona parte della campagna elettorale, e i partiti nazionalisti, pur nelle diverse concezioni di secolarismo, si contendono molti dei voti di protesta delle fasce di popolazione accomunate da sentimenti anti-migranti. Per Kiliçdaroğlu e il CHP, peraltro, strizzare l’occhio a frange di estrema destra nazionalista potrebbe significare perdere gran parte dell’elettorato curdo e di sinistra e snaturare il proprio programma elettorale. La loro grande sfida sarà quella di non perdere l’unità acquista con il Partito Verde di Sinistra per poterla capitalizzare con maggiore organizzazione nei prossimi dieci giorni e nel periodo post-elettorale.

Le elezioni iniziano adesso e presto sarà chiaro se e come l’opposizione riuscirà a dirigere amarezza e sconforto verso una maggiore partecipazione che ricalchi la vittoria alle elezioni municipali di Istanbul e Ankara del 2019.

P.S. Nelle ore in cui scrivo si susseguono notizie di irregolarità tra i dati conteggiati ai seggi e quelli inviati al Sistema centrale di raccolta. Sono in atto ricorsi al Supremo Consiglio Elettorale (YSK) in 2.269 seggi per le elezioni presidenziali e in 4.825 seggi per le elezioni parlamentari. Anche nel caso in cui si trattasse di dati non in grado di influenzare il risultato, su questa battaglia si sta decidendo molta della credibilità e del consenso del principale partito dell’opposizione, CHP. La comunicazione del partito nelle ore immediatamente successive al voto si è infatti dimostrata incapace di fornire spiegazioni in merito alle presunte irregolarità e di rinsaldare l’elettorato disilluso dal risultato ottenuto.

Gli autori

Chiara Maritato

Chiara Maritato è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell'Università di Torino. Studia le trasformazioni del sistema politico in Turchia con particolare attenzione al rapporto tra politica e religione. È stata assistant professor all'Università di Graz, Centre for Southeast European Studies, e post-doctoral fellow all'Università di Stoccolma, Institute for Turkish Studies.

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