Difensori dell’ambiente o associati per delinquere?

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Disobbedienza civile, conflitto, diritto di resistenza… Sono alcuni degli istituti (meta)giuridici che almeno una parte del costituzionalismo richiama tra i caratteri fondamentali dello Stato democratico. Metagiuridico fu definito, proprio nei lavori dell’Assemblea Costituente (da Costantino Mortati), il diritto di resistenza; un diritto immanente nel nostro sistema costituzionale nato dalla resistenza e intimamente antifascista, in qualche modo costituzionalizzato ma insuscettibile di essere formalizzato.

È dal riconoscimento del carattere fondamentalmente conflittuale di una vera democrazia che occorre prendere le mosse nel guardare ai movimenti che agitano le attuali acque sociali (peraltro, e purtroppo, piuttosto quiete, se raffrontate alle nuvole nere, di inquinamento, di carbonfossile e di sentimenti suprematisti e fascisti, che invece connotano i cieli politici italiani e non solo). È un conflitto che assume sempre maggiore indispensabilità al di fuori delle istituzioni parlamentari, sempre meno rappresentative di quella complessità di cui la società è comunque portatrice e chiamate a un ruolo di notarile ratifica delle scelte dei governi. Un conflitto, dunque, indispensabile per la sopravvivenza della democrazia, ma forse proprio per tale ragione sempre più osteggiato; a colpi di decreti sicuritari e di irrigidimenti normativi da un lato, e di operazioni (prima) di polizia e (poi, spesso) giudiziarie dall’altro. Il tutto accompagnato da vere e proprie campagne mediatiche di costruzione, di volta in volta, di un nuovo nemico o di un nuovo barbaro (alle porte o dentro le nostre città).

È un quadro, quello appena tratteggiato, che riguarda vari movimenti e attori politici, dai sindacati di base ai movimenti di resistenza contro grandi opere inutili, dai ciclici movimenti studenteschi ai centri sociali e, da ultimo, ai movimenti ambientalisti e agli “ecoattivisti”. Movimenti, questi ultimi, certamente tra i più “pericolosi”: difficile definirli nimby (più facile farlo con chi pure non lo è, ma che porta avanti lotte caratterizzate anche localmente), complicato chiamarli tout court anarchici o comunisti (per richiamare due dei peggiori incubi di alcuni). Essi stessi si definiscono spesso apolitici o apartitici, “né di destra né di sinistra” (cosa su cui, personalmente, nutro profonde perplessità, essendo convinto che quelle lotte, o meglio quelle istanze, non possono che essere intimamente connesse alle richieste di giustizia sociale, di eguaglianza, che sono proprie di precise storie politiche). Questi movimenti, comunque, disegnano lo scenario ambientale dell’imminente futuro, se non si adotteranno immediate e decise contromisure; con le loro manifestazioni e con le loro azioni vogliono risvegliare un’opinione pubblica anestetizzata, convincere la società e i decisori che non c’è più tempo, costringerli a cambiare rotta, in primis sull’uso del carbonfossile.

Sono movimenti – quelli come Extinction Rebellion o Ultima Generazione (nomi evocativi proprio dell’urgenza dettata dai tempi) – che chiamano «alla disobbedienza civile nonviolenta per chiedere ai governi di invertire la rotta che ci sta portando verso il disastro climatico e ecologico» – come si legge sul sito di XR –, coscienti che «siamo l’ultima generazione che può agire concretamente per bloccare tutto questo e garantire un futuro» (dal sito di UG). Non è questa la sede per studiare la genesi, la storia, i metodi di lotta di questi movimenti; basti qui ricordare che essi si ispirano alla non violenza e alla disobbedienza civile, con le quali chiedono (disperatamente) che venga riconosciuta l’estrema gravità della situazione e che si intervenga subito. I così detti ecoattivisti, inoltre, non si limitano ad agitare lo spettro del disastro climatico ed ecologico, ma avanzano proposte concrete per invertire la deriva, quali la definitiva uscita dal fossile e massicci investimenti per fonti alternative di energia. Dopo un iniziale momento di simpatia generalizzata verso questi movimenti (a cominciare dai Friday for Future e da Greta Thunberg, assurti un po’ a simbolo di attivismo giovanile positivo e naif), si è passati a un sentimento, prima, di tolleranza (perché, non essendosi limitati a corografiche ma ininfluenti presenze, non sono più stati percepiti come simpatici e inoffensivi ragazzetti, ma come potenziali soggetti politici non omologabili) e, poi, di aperta ostilità (gli “ecovandali” o quelli che bloccano le strade…).

Ovviamente, questa ostilità ha avuto eco nelle reazioni non solo mediatiche o politiche, ma anche (ed è quello che qui interessa) poliziesche e giudiziarie. Ci sono stati, così, interventi delle Forze dell’ordine per sciogliere presidi spontanei o per interrompere azioni di protesta, denunce, sequestri, misure amministrative come numerosi fogli di via. A queste iniziative dell’esecutivo (di evidenti direttive centrali, infatti, si tratta, quando le forze di polizia reagiscono a un fenomeno in maniera omogenea sul territorio) sono seguiti interventi giudiziari spesso spropositati: arresti a fronte di azioni non violente, imputazioni incoerenti (come quella di danneggiamento a fronte di un semplice imbrattamento, o quella di manifestazione non comunicata ancor prima del suo svolgimento) e, recentemente, contestazione, da parte della Procura di Padova, del reato di associazione per delinquere «perché, come promotori-organizzatori del movimento ambientalista “Ultima generazione”, ponevano in essere nel tempo plurime condotte illecite finalizzate a impedire o ostacolare la libera circolazione su strade ordinarie (art. 1 commi 1 e 3 decreto legislativo 22 gennaio 1948 n. 66), organizzandone la consumazione con più persone, condotte di interruzione o turbamento alla regolarità di uffici o servizi pubblici (art 340 comma 1 e 2 c.p.), di deturpamento o imbrattamento di immobili pubblici o privati con vernici (art. 639 comma 1 e 2 c.p.), di deturpamento o imbrattamento di beni culturali quali immobili di interesse culturale, come il Centro culturale Altinate San Gaetano (art. 518 duodecies comma 2 c.p.)». Non più, quindi, la reazione giudiziaria a una singola iniziativa, a un’azione degli attivisti, ma la costruzione di un vero e proprio teorema accusatorio nei confronti del movimento in quanto tale.

Le ragioni di quelle azioni (tutte non violente), il loro essere espressione della democrazia conflittuale di cui si parlava all’inizio, non trovano alcuno spazio negli atti investigativi e scompaiono di fronte al disegno accusatorio di una “associazione di più persone allo scopo di commettere più delitti” (condotta punita, per ciò solo, per i promotori e gli organizzatori, con la pena della reclusione da tre a sette anni). Si ripete, in questo caso, qualcosa di già visto (a Torino, ad esempio, nei confronti di alcuni militanti del centro sociale Askatasuna o di gruppi antirazzisti e contro i CPR di ispirazione prevalentemente anarchica). Nel caso di Ultima Generazione, inoltre, sembra sfumare anche quella asserita distinzione tra “buoni e cattivi” (o meglio, tra “poveri ingenui” che in buona fede pensano di far parte di un gruppo dedito ad attività lecite e chi organizza le attività illecite di parte di quel gruppo, sfruttandone proprio l’esistenza) che ha caratterizzato altre indagini: qui è Ultima Generazione in quanto tale (per ciò solo) che sembra assumere i connotati di associazione per delinquere. Segnali repressivi, questi, particolarmente preoccupanti e significativi di una crescente criminalizzazione degli attivisti e dei movimenti ambientalisti.

Michel Forst, relatore speciale delle Nazioni Unite sui difensori dell’ambiente ai sensi della Convenzione di Aarhus, in un recente viaggio in Italia (durante il quale ha incontrato diversi attivisti ambientali, facendo anche visita al movimento No Tav in Val di Susa), ha ricordato che la disobbedienza civile è espressione di una legittima protesta e ha espresso profonde preoccupazioni per la criminalizzazione in atto dei difensori dell’ambiente. In una intervista rilasciata proprio durante la visita in Italia, poi, ha dichiarato: «bisogna comprendere le cause per cui si decide di andare contro la legge, mentre alle volte, i giudici si concentrano sull’azione in sé e non sulle ragioni profonde che la muovono []. Se pensiamo alla crisi ecoclimatica, gli attivisti non fanno altro che denunciare la scomparsa del mondo e dell’umanità: anche in questo caso alzare la voce è necessario. Decidono di infrangere la legge deliberatamente, perché sanno che non ci saranno più risorse per tutti []». E ancora: «Serve una presa di posizione politica: governi, parlamenti, capi di Stato devono essere meno populisti e più coscienti di cosa propongono e come affrontano la crisi ecoclimatica. Mi aspetto che i giudici siano più coraggiosi e prendano in considerazione le cause profonde per cui le persone infrangono la legge» ( https://lavialibera.it/it-schede-1333-repressione_attivisti_del_clima_intervista_michel_forst_onu).

Di fronte al cambio di passo nell’attività repressiva e per contrastare la crescente criminalizzazione anche un nutrito gruppo di avvocate e avvocati (al momento in cui scrivo già quasi 100) di tutta Italia, ha deciso di prendere posizione, ricordando che «le azioni (non violente), proprio per la loro finalità, sono imposte dalla necessità di salvare non solo sé stessi, ma l’umanità, così come la conosciamo, dal pericolo di un danno grave ed irreversibile, tale da portare alla fine della civiltà, non avendo altro modo per tentare tale ultima difesa, e con azioni certamente non sproporzionate rispetto al pericolo che tutti vorrebbero fosse scongiurato». Questo gruppo ha proposto un appello, impegnandosi «a sostenere, nella società e nelle aule dei Tribunali, le ragioni di chi si batte per il futuro del pianeta, opponendosi al tentativo di criminalizzazione dei movimenti ecologisti» (https://www.giuristidemocratici.it/Giustizia/post/20230508204134).

La difesa della legalità costituzionale, e in particolare dell’art. 9, che tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, si atteggia dunque ad atto dovuto, obbedendo a interessi superiori messi in pericolo dall’attività delle istituzioni: attività spesso commissiva – come non pensare all’immunità penale del decreto salva ILVA o ai vari provvedimenti che sacrificano la salute, l’ambiente e il territorio in nome della produttività (o del profitto?) – ma anche, costantemente, omissiva.

Gli autori

Gianluca Vitale

Gianluca Vitale è avvocato in Torino e co presidente del Legal Team Italia.

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