L’antifascismo spiegato a mio figlio

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Come per molti, anche per me il 25 aprile è la festa civile per definizione. Un rito atteso che ha trovato un’ulteriore amplificazione da quando condivido i festeggiamenti con mio figlio. Ha sette anni e per lui la storia comincia a stento con la recente vittoria degli Europei di calcio dell’Italia. Però da quando aveva tre anni ha imparato a memoria Bella ciao e la canta con poca grazia e tanta passione. Io cerco di raccontare per frammenti, per episodi. Di porgergli la Resistenza con la semplicità delle storie, sperando che negli anni tutto ciò si trasformi nella consapevolezza della Storia. Ma quest’anno la sua presenza è per me insieme un elemento di gioia e un motivo di preoccupazione. Perché non possiamo far finta che la traiettoria che ci porta verso il suo futuro non passi da questo tempo presente in cui tutto sta cambiando.

Vittorio Foa scriveva ormai decenni fa: «l’antifascismo come referente del nostro sistema politico si sta esaurendo. Ma soprattutto esso ha da tempo cessato di essere un “valore” nella coscienza diffusa; chi ha meno di quarant’anni e non ha avuto genitori che l’hanno assillato di ricordi partigiani, ha mille ragioni per non saperne nulla. O meglio, per dare altri nomi alla ricerca dei nuovi valori del tempo presente» (Il cavallo e la torre, Einaudi, 1997, p. 167). È una citazione scomoda ma che dice qualcosa di vero sull’inquietudine di questo 25 aprile. Nella sua ricostruzione del dopoguerra, Foa fa riferimento alla funzione istituzionale dell’antifascismo, alla sua capacità di mettere d’accordo tutto “l’arco costituzionale”. E come altro interpretare questo rutilante attacco alla Costituzione, se non come il tentativo di decostruire la possibilità stessa che vi sia ancora un arco costituzionale in cui riconoscersi nelle differenze? Anche nei momenti più terribili, in cui il fascismo si manifestava nella sua essenza di violenza stragista, nessuno metteva in discussione questo “antifascismo originario”.

Ecco, a me pare che lo stato presente sia assai più grave. Non si tratta infatti di una progressiva marginalizzazione dei valori dell’antifascismo, ma di un sempre più evidente tentativo di sostituzione. A partire dai riti, dalle feste. Della sacralità laica del 25 aprile è rimasto ben poco, per i quarantenni di allora e per i settenni di adesso. Nelle Scuole i nuovi dirigenti scolastici si affannano a celebrare le giornate della memoria (rigidamente al plurale senza timore del ridicolo storico) mentre si disinteressano del 25 aprile. Come se si potesse essere contro l’Olocausto rimanendo però neutrali rispetto al fascismo.

Byung-Chul Han – uno dei filosofi contemporanei più sopravvalutati – ha scritto che un tratto caratteristico della nostra epoca sarebbe quello della “scomparsa dei riti”. I riti – a partire dalle feste nazionali – servirebbero infatti a rafforzare una comunità, a unificare. La nostra epoca avrebbe in uggia ogni unificazione, essendo asservita al primato dell’io. Non so se questo sia vero. Probabilmente lo è per ciò che riguarda le nostre storie private, laddove i riti sono ormai funzionali non tanto all’unificazione di un senso, quanto all’esibizione di un ego. E già questo complica le cose: perché se la funzione del rito è cambiata sarà difficile insegnare a mio figlio che vi sono modi diversi per cui celebrare una festa. Per fare solo un esempio, mi colpisce che oggi persino l’ultimo dei sindacalisti di provincia sia concentrato non tanto sul suo esser presente alle manifestazioni quanto sul suo esibire la propria partecipazione tramite immagini da pubblicare in presa diretta. Il rito è diventato un semplice pretesto per una diretta social, in una ridicola eterogenesi dei fini e dei mezzi. Ma se applicassi semplicemente questo criterio narcisistico alla costante demonizzazione politica dell’antifascismo che si prepara da decenni e a cui assistiamo platealmente da mesi, sarebbe tutto molto più rassicurante e potrei sentirmi sollevato. La crisi del 25 aprile sarebbe uno degli effetti di questo processo di secolarizzazione che, con un incantesimo tipico della tarda modernità, riguarda ormai anche ciò che dalla secolarizzazione moderna ha ricavato una inattesa centralità, cioè la politica. Non sarebbe dunque una questione personale contro l’antifascismo; è che non sappiamo più che farcene dei riti, di tutti i riti, se non mercificarli sul mercato dei social.

Magari fosse così. Temo invece che – da un punto di vista pubblico – la questione sia del tutto personale e riguardi soprattutto il 25 aprile. Il tentativo cui stiamo assistendo non è quello di una de-ritualizzazione ma piuttosto quello di una sostituzione dei riti. Dal giorno della liberazione ai giorni della memoria, appunto. Ma molto di più, a leggere inanellate tutte le dichiarazioni dei (post?) fascisti che occupano le più alte cariche istituzionali. Torniamo così alla citazione di Foa. La sfida che dobbiamo accettare è del tutto inedita e spiazzante. Quel che è in atto è il tentativo di “dare altri nomi alla ricerca dei valori del tempo presente”. E del tempo futuro, aggiungo guardando mio figlio. Foibe, sangue dei vinti, Jan Palach, anticomunismo, Costituzione senza antifascismo, che altro sono se non una contesa sui nomi su cui ritrovarci, una contesa su quali riti dovranno unificare questo paese? L’obiettivo è chiaro: fare in modo che non esista più un “antifascismo originario”, spezzare ogni legame tra l’antifascismo e la genealogia della nostra Repubblica. Certo, il rapporto tra questa scomparsa privata dei riti e la loro riscrittura pubblica non è semplice da maneggiare. Probabilmente la sostituzione della memoria dei crimini nazifascisti con quella strumentalizzata delle foibe è un processo destinato anch’esso a fallire, se non altro perché nel gran circo dell’egolatria nessuno – se non i politici di professione e quei pochi che ancora coltivano la passione per la politica – è seriamente interessato a quale sia il fondamento che ci tiene insieme. In una società sempre più slegata, è sempre più complicato dare senso a riti fondativi condivisi. Ma non credo che tutto ciò ci consoli. L’avversario con cui vedersela è ormai duplice: da un lato questa destrutturazione privata del valore originario dello stare insieme e, d’altro lato, la sostituzione pubblica di riti ed eventi fondatori con altri riti e altri eventi fondatori.

L’unica cosa che non possiamo più fare è scappare da questa consapevolezza, adottando la supponenza di chi ha vinto una volta e presume di aver vinto per sempre. Adesso è chiaro: ciò che è stato conquistato può essere sempre perduto. Mi pare che questo non sia più il tempo di celebrare la vittoria dell’antifascismo, ma sia quello di combattere perché quella vittoria non vada definitivamente perduta. In questo 25 aprile che ci dice l’evidenza del tempo presente con la stessa efficacia di una coltellata, non voglio più esibire l’orgoglio del vincitore ma piuttosto l’umiltà ostinata del combattente.

Quali strumenti abbiamo dunque per poter fermare questa sostituzione simbolica e sperare che l’antifascismo sia il valore della nostra democrazia futura? Cosa possiamo fare perché i bimbi di adesso sentano che il 25 aprile è la celebrazione del loro futuro e non solo del nostro passato? Mi viene in aiuto ancora Vittorio Foa che, subito dopo averci suggerito di prendere atto della secolarizzazione dell’antifascismo, non conclude legittimando il suo superamento ma piuttosto ne rilancia il compito: «non posso nascondere che per me l’antifascismo continua a vivere come affermazione di una politica dotata di principi. Ancora quarant’anni fa l’antifascismo, come dice la parola stessa, esprimeva una negazione: negava il nazifascismo come nemico. Poteva anche sembrare una posizione manichea. Ma era una negazione in nome dell’uomo, del rispetto della vita altrui contro ogni sopraffazione. Poi, via via, col passare degli anni, l’antifascismo è diventato per me affermazione di valori scoperti o riscoperti» (p. 167). Credo che sia questo il punto fondamentale. Non stancarsi di ricordare che la negazione del fascismo è fondata sul positivo di alcuni valori che cambiano concretamente la vita di ciascuno di noi. E sono i valori della Costituzione, nient’altro. La libertà, la dignità di ciascuna e ciascuno, la solidarietà, la giustizia sociale, il ripudio della guerra, la redistribuzione dei diritti e delle ricchezze. Una democrazia incarnata e non solo difensiva. È questo l’antifascismo del futuro: impegnarsi affinché la politica torni ad essere fedele alla sua promessa di rendere la vita di ognuno più libera e più giusta. Combattere affinché il potere non sia qualcosa che ci sottrae con violenza spazi di umanità ma sia una promessa di emancipazione concreta e non solo formale.

Sono certo molti diranno: non c’è nulla di nuovo in tutto questo. Lo concedo. Quel che c’è di nuovo non sta nei valori dell’antifascismo – che permangono sempre uguali – ma nel mondo in cui adesso andrebbero realizzati. Se osservo con attenzione il volto di tutte queste generazioni senza politica, mi rendo conto che è vietata loro ogni speranza di emancipazione collettiva. L’impotenza dell’antifascismo coincide con la crisi della politica. Non può esserci antifascismo in un mondo disperato. Senza il concreto progetto di trasformazione della società, anche l’antifascismo diventa un rito stanco, senza efficacia né attrazione. Non ci sarà più antifascismo se non riusciamo finalmente a ricostruire una politica democratica che ridiventi l’utopia totalizzante che è stata per le generazioni che hanno preceduto la mia. L’unico modo concreto dato agli oppressi per difendersi dalle sopraffazioni degli oppressori. Oggi, quando nessun “arco costituzionale” potrà salvarci, il futuro dell’antifascismo passa per il rilancio della politica. Ma anche, io credo, il rilancio della politica passa per l’assunzione radicale di quei valori positivi che l’antifascismo ha riconquistato e depositato nella saggezza della Costituzione. La politica come “contesa sui nomi da dare ai valori del tempo presente” e non come amministrazione delle cose da affidare a tecnici ottusi o a politici inetti. Questa è la vera lotta da combattere per il futuro dell’antifascismo: contendere ai nuovi fascisti i nomi e i valori, ma per trasformare la disperazione in speranza, un mondo ingiusto in un mondo più giusto.

L’opera riprodotta nella homepage (come quelle che affiancano gli altri contributi dello slider sul 25 aprile) è di Renato Guttuso.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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