È tornata l’estrema destra

1.

Li abbiamo visti arrivare, e pure sentiti. È stato anzi un ritorno. Indossavano panni diversi, a volte si sono mimetizzati, altre volte aggiornati, dismettendo i tratti più scomodi, o si sono confusi con altri. Batti e ribatti, però, la filiera conservatrice, anzi reazionaria e nazionalista, è tornata al potere. Il fascismo è fuori tempo, ma è apparsa una sua prosecuzione, come del resto prosecuzione di qualcos’altro era il fascismo: di una filiera, per l’appunto, politica e culturale, robusta, che ha avuto origine con la Rivoluzione francese. Darle un nome, viste le sue metamorfosi, corrispondenti al mutare delle condizioni storiche e sociali, è complicato. La sua ultima variante si è dissimulata dietro l’etichetta di populismo, generosamente predisposta non da essa, ma dai suoi osservatori, i quali, inconsapevolmente, l’hanno aiutata a riprodursi e a mascherare la sua pericolosità.

Dalla scena politica italiana, sia pure ai margini, l’estremismo di destra non è mai scomparso: ha indossato il doppio petto, ma anche la camicia nera e non ha fatto mancare nemmeno manifestazioni violente. È però dal crepuscolo democristiano che, passata la metà degli anni ’80, si è ricostituito uno schieramento di destra in aperto contrasto coi principi inscritti nella Costituzione repubblicana. Diverrà in poco tempo uno schieramento a tre teste. La prima, cronologicamente, è quella leghista, che dagli anni ’90 nelle regioni settentrionali ha raccolto percentuali elettorali ragguardevoli. Salutata, finanche in qualche ambiente di sinistra, quale forza in grado di rigenerare una democrazia in preda a mafie e malaffare, la Lega di Bossi si è fatta largo nella provincia lombardo-veneta, mescolando ribellismo antipolitico e antifiscale, etnonazionalismo su scala regionale, razzismo, appuntato contro Roma e contro il Mezzogiorno. Non c’era, a prima vista, continuità biografica dei suoi quadri col neofascismo, qualche dirigente proveniva perfino da sinistra, ma la collocazione sulla destra, anche piuttosto estrema, era difficile da contestare. La seconda testa è quella berlusconiana. Più difficile da decifrare, ma decisiva nella riscrittura a destra dell’offerta elettorale rivolta finora dalla Dc all’elettorato moderato. Sedicente liberale, entro un’alchimia complicata confondeva conservatorismo sociale, omaggi caricaturali alla famiglia, ad uso del cardinal Ruini, velleità thatcheriane, ancora protesta antifiscale e fremiti plebiscitari, antipolitici, antigiudiziari, antistatali. Era la formula idonea a riciclare le componenti moderate del ceto politico del vecchio pentapartito, recuperandone del pari le clientele elettorali. Di originale c’erano un po’ di quadri della galassia Fininvest e una straordinaria capacità di sfruttare l’imponente macchina mediatica di sua proprietà. Niente residui di fascismo, ma lo sdoganamento dei suoi ultimi epigoni. La terza testa era così la destra neofascista, pilotata da Fini verso un ambizioso restyling nazional-conservatore, che tuttavia non rinnegava la fiamma tricolore. Conclusa l’avventura dall’uscita di scena dello stesso Fini, la successione l’ha raccolta FdI, di nuovo confermando fiamma tricolore. Infine: per un tempo non breve alle tre teste si è aggiunta una coda, cattolico-moderata, di derivazione dc, che ha avuto in Pierferdinando Casini la sua figura di maggior spicco.

La divisione del lavoro nella destra tricipite era ben studiata e gli elettori non hanno sofferto quando le tre teste si sono avvicendate alla guida dello schieramento. Per vent’anni è toccato a Berlusconi. Dopo il 2013 si è aperta una fase di stallo, imputabile al suo declino personale e a quello di Bossi, ma presto conclusa dall’ascesa di Salvini in cima alla Lega. Finché, fallita rumorosamente l’alleanza tra quest’ultima e il Movimento a 5 Stelle, il testimone non è toccato a FdI a Giorgia Meloni. Tra una leadership e l’altra, gli elettori hanno consentito alla destra tricipite di governare per più o meno i due terzi dello scorso trentennio. Non è stato un favore costante: superato nel 2001 il picco dei 19 milioni di voti, nel 2013 il seguito della destra è crollato a 10 milioni e nel 2023 la maggioranza in parlamento è stata ottenuta con poco più di 12 milioni di voti. Sarà perché l’offerta della destra è divenuta sempre più radicale? La sua componente xenofoba e autoritaria è senz’altro cresciuta, a spese di quella più ammiccante. Ma forse il distacco dalla politica testimoniato dall’astensione non è prerogativa esclusiva degli elettori del fronte opposto.

2.

Non si sa mai con sicurezza cosa pensino gli elettori, ma sappiamo per certo che la radicalizzazione della destra non è avvenuta solo in Italia. Pur non ignorando le varianti nazionali, è un trend sovranazionale e come tale va spiegato. Anche qui, tra tante congetture, la meno azzardata è quella che evoca la coincidenza con il grande cambiamento che ha sconvolto economicamente, socialmente, economicamente, culturalmente le società occidentali: un cambiamento suscitato da un lato dal declino del capitalismo manifatturiero e, dal lato opposto, dalle misure di autodifesa adottate dai suoi addetti non tanto per contrastare il declino, perché in parte è stato anche voluto, quanto per salvaguardare i profitti e il capitalismo stesso. Detto in breve: il capitalismo è stato ristrutturato scaricandone i costi sugli strati popolari, su gran parte dei ceti intermedi, oltre che su altre popolazioni al di fuori del perimetro occidentale. Altro non sono stati l’archiviazione del fordismo, grazie alle nuove tecnologie e alle delocalizzazioni produttive, la desertificazione industriale di intere regioni, la finanziarizzazione dell’economia, e quant’altro e la progressiva dismissione del welfare. È stata una forma di dominio, o di conflitto dall’alto verso il basso, che si è avvalsa del contributo attivo dei partiti di governo, anche di quelli socialisti, di cui lo slittamento verso destra dei partiti moderati è stata la mossa iniziale, accompagnata dalla comparsa, o ricomparsa, di formazioni di destra radicale.

Il caso del thatcherismo è paradigmatico di un’evoluzione dell’offerta politico-elettorale e dell’azione di governo fondata sul binomio proprietà/identità. Il declino del capitalismo manifatturiero metteva a rischio la prosperità occidentale e la preminenza geopolitica dell’occidente. Rivolgendosi specificamente ai ceti medi e ai segmenti superiori della classe operaia, il thatcherismo ha costruito le sue fortune elettorali inventando il capitalismo popolare, condito di valori vittoriani, nostalgie imperiali, ostilità ai sindacati, insofferenza verso i migranti. La mediatizzazione della contesa politica, che metteva fuori mercato altre tecniche più laboriose di raccolta del consenso e favoriva una reinterpretazione antagonistica del bipartitismo, è stata un’arma possente. Il resto lo farà la sinistra. È nuovamente paradigmatico il caso inglese, o quello del New Labour. Fallito un tentativo iniziale di opporsi, i laburisti si sono messi in concorrenza con i conservatori avanzando con un’offerta pro-market un po’ edulcorata e abbandonando l’elettorato operaio al suo destino. Col trascorrere dei decenni, il Partito conservatore si radicalizzerà ulteriormente, fino a promuover il Brexit e l’espulsione forzata dei migranti. È diventato, almeno per una quota, un partito di destra estrema.

Ciascuno fa fuoco con la legna di cui dispone. La traiettoria della democrazia italiana è diversa, ma non diversissima. Più o meno i medesimi ingredienti li ha miscelati Berlusconi dal 1994 in poi. Già in partenza, conviene ricordarlo, era anche un elettorato popolare: nel Mezzogiorno e nella provincia del centro e del nord. Abbandonato dai partiti di sinistra, qualcuno è arrivato più avanti, ma il grosso dell’elettorato è rimasto quello. Finché non è venuto il momento di Giorgia Meloni e di FdI. Che suscita qualche problema aggiuntivo rispetto alla conduzione berlusconiana. Berlusconi si è sempre barcamenato tra interessi imprenditoriali personali, una reinterpretazione approssimativa del liberalismo e delle politiche neoliberali e qualche vincolo posto dall’adesione del suo partito al Partito popolare europeo. Il partito di Meloni ha tutt’altre caratteristiche. La prima è l’elevato livello di coesione del suo gruppo dirigente. Tolta l’immissione di Crosetto, proveniente dalla Dc e transitato da Forza Italia, è un gruppo dirigente che, sebbene coinvolto nella grande coalizione berlusconiana, è rimasto piuttosto al margine. Si era a suo tempo mostrato scettico verso la riconversione voluta da Fini e quindi, una volta esaurita l’esperienza di Alleanza Nazionale, ha preferito far strada a sé, recuperando il vecchio simbolo del Movimento sociale. La marginalità è stata un forte motivo di coesione, ha rassodato legami personali, ha concorso a mantenere il cemento culturale e ideologico che univa il gruppo: cemento della cui persistenza si è avuta quantità di prove in sei mesi di governo e infine ribadita inequivocabilmente dalle dichiarazioni della presidente del consiglio nell’anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. La retorica nazionalista e patriottarda è stantia e non basta a cancellare le lacerazioni suscitate dal fascismo e dalla Resistenza. Ma in tempi calamitosi, vista pure la natura composita dell’elettorato di centrodestra, col sussidio dei media compiacenti, si spera che serva a qualcosa. Come la concilieranno con l’autonomia differenziata non è dato sapere.

L’offerta politica di FdI in materia d’immigrazione, riforme istituzionali, giustizia, occupazione, povertà, famiglia e altro ancora è ormai troppo nota per doverla ricordare. C’è da notare piuttosto la supina acquiescenza alle politiche di austerità riproposte dall’Ue e l’oltranzismo atlantico esibito sulla questione ucraina. Quanto sinceri siano tali comportamenti non si sa. FdI non ha mai nascosto le sue simpatie per il gruppo di Viesegrad. È il prezzo pagato per far dimenticare l’estrazione politico-ideologica della premier e del suo partito? Ci sono motivi per pensarlo. Basteranno però a far durare il governo? FdI non ha scrupoli: ha giù annunciato che spremerà senza risparmio i ceti deboli. Sarà però sufficiente per ammansire Bruxelles? Soprattutto però Berlusconi e Salvini sono personaggi imprevedibili. Il primo è sensibile sopra ogni cosa al destino delle sue aziende, ma non è detto che si contenti di una particina secondaria. Salvini a sua volta mastica amaro, perché già si sentiva alla guida del paese. Vedremo.

3.

Qualsiasi azione di dominio dipende dalle resistenze che incontra. L’operato di qualsiasi esecutivo dipende da una molteplicità di fattori. Dipende dalla collaborazione della coalizione che lo sorregge e dalla lealtà della sua maggioranza. Dipende dalla collaborazione delle burocrazie e delle agenzie pubbliche. Dipende da quella delle amministrazioni locali. Dipende dalle reazioni dei governati. Dipende moltissimo da ciò che fanno le forze politiche d’opposizione. Possiamo criticare quanto vogliamo il Governo Meloni. Ma il suo destino non farà eccezione. Dipenderà pure dai comportamenti delle opposizioni parlamentari, che molto possono fare per contrastarlo. Finiamola di immaginare la lotta politica come un’amichevole partita di bridge, dismettiamo l’immagine stucchevole della maggioranza che governa e dell’opposizione che educatamente controlla. Queste cose succedono nel mondo delle fate, caro a qualche osservatore accademico e non, ma non nella vita reale. A maggior ragione quando le scelte del governo sono altamente discutibili. L’opposizione ha pieno diritto di appellarsi alla pubblica opinione, di mobilitare i cittadini, di invitarli a protestare. Può svolgere un’attività di denuncia più o meno incalzante. Può sfruttare le opportunità consentite dai regolamenti parlamentari. L’ostruzionismo non è un crimine: il crimine sarebbe abolire il reato di tortura o perseguitare i migranti. Si può legittimamente lasciare alla maggioranza l’onere di garantire il numero legale: la riduzione del numero dei parlamentari le complica decisamente la vita, tenuto conto dei suoi membri che sono impegnati al di fuori del parlamento. Il problema è che l’opposizione è divisa, anche sul governo e sul suo operato. Per qualcuno, e lo ha già dimostrato, è solo questione di stile, molte scelte sono condivisibili. Ormai, la proprietà privata è un valore privilegiato anche a sinistra… Mettiamoci le insofferenze personali. Non c’è da scialare. Quel che capita al momento in Francia, in Gran Bretagna, in Germania mostra però come in simili condizioni l’opposizione possano farla i cittadini. Che un giorno o l’altro non capiti pure nel Bel paese?

Gli autori

Alfio Mastropaolo

Alfio Mastropaolo, politologo, è professore emerito di Scienza Politica nell'Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “La mucca pazza della democrazia. Nuove destre, populismo, antipolitica” (Bollati Boringhieri, 2005), “Il parlamento. Le assemblee legislative nelle democrazie contemporanee” (con L. Verzichelli, Laterza, 2006), “La democrazia è una causa persa? Paradossi di un'invenzione imperfetta” (Bollati Boringhieri, 2011) e "Fare la guerra con altri mezzi. Sociologia storica del governo democratico" (Il Mulino, 2023).

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