Giustizia e misericordia: conversazione con Elvio Fassone

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Elvio Fassone è stato pretore in Pinerolo, poi presidente della Corte d’assise di Torino. Componente del Consiglio superiore della magistratura negli anni 1990-94, è stato eletto senatore della Repubblica nelle legislature 1996 e 2001. In quel frangente ha ricoperto l’incarico di vice-presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Mentre era magistrato ha presieduto il maxiprocesso contro la mafia catanese a Torino. Concluso il dibattimento, ha intessuto per decenni uno scambio epistolare con uno dei mafiosi che ha condannato all’ergastolo e che ha, di recente, incontrato in occasione della trasposizione teatrale del suo libro Fine pena: ora (edito da Sellerio nel 2015). In questo colloquio ci consegna le sue riflessioni sul “fine pena mai” e sui temi più scottanti della giustizia.

G. La giustizia senza misericordia diventa la mamma della tortura. La misericordia senza giustizia è la mamma del lassismo. Vi è dunque la necessità di armonizzare le due spinte. Di riforma della giustizia si discute ormai da troppo tempo ma le riforme sembrano fatte da incompetenti. Basta evocare alcuni nomi per restare allibiti di fronte alla inefficienza della giustizia: Eternit, Thyssen, Viareggio, Taranto, e si potrebbe continuare attraverso una sequenza di interpretazioni, artifici e scorciatoie attraverso cui sembra si riesca sempre a farla franca. Esiste giustizia senza colpevoli?

F. Come ci viene rappresentata la giustizia? Come una figura femminile che tiene in mano una bilancia, a descrivere la doppia funzione di questa virtù somma: la giustizia “commutativa” che regola i rapporti pubblici, e la giustizia “distributiva” regolatrice dei rapporti privati. L’una aspira a una “equità” nella distribuzione dei beni e delle responsabilità; l’altra a una “eguaglianza” nella sottomissione alle regole, che comporta una sanzione a colui che le viola. Solo molto più tardi la rappresentazione della giustizia ha esaltato la funzione retributiva, intendendola come contrappasso, e tutto l’insieme è venuto a simboleggiare la reazione della comunità al crimine commesso dal singolo, sottolineando la necessità della risposta al “male” mediante un castigo. Ma in questo modo sbiadisce l’unità presente nelle origini, cioè una giustizia tesa a ricomporre la comunità, sia nella distribuzione non troppo diseguale delle risorse, sia nella misura non troppo crudele delle sanzioni. I fenomeni ai quali ti richiami – una giustizia spesso inefficace, nella quale i potenti o i furbi la fanno franca, e, viceversa, una vendetta dei sedicenti “giusti”, insensibile sia ai diritti dell’uomo sia all’umanità – evidenziano la gravità del dissociarsi della realtà rispetto ai valori regolativi. Il potere, quando si pretende assoluto, non arretra di fronte ai diritti umani, sebbene proclamati inviolabili; e il costume sociale si è talmente degradato da generare una devianza non più marginale ma di massa, a fronte della quale le procedure di garanzia rivelano la loro impotenza; e l’impunità di molti ribaldi eccita una richiesta di maggiore severità. Occorre ricomporre l’unità frantumata tra i due gemelli ius (il comando) e iustum (la giustizia) e ciò è possibile solamente nella prospettiva dei linguaggi delle Costituzioni: un’amministrazione della giustizia in grado di assolvere ai suoi compiti, ed una penalità ispirata al recupero del deviante. Non c’è altra salvezza.

G. L’urgenza di una riforma complessiva della giustizia sembra ineludibile. Ma viene ogni volta procastinata. Perché questa incapacità di prendere per le corna l’argomento?

La giustizia è uno dei terreni più afflitti da riforme parziali, che si susseguono quasi annualmente, risultando per lo più insoddisfacenti. L’attenzione al processo civile deriva dal fatto che è il più incisivo dal punto di vista del contenzioso tra privati e quindi della appetibilità del nostro territorio per gli investimenti. Tuttavia è bene sottolineare la delicatezza anche della materia penale, nella quale si assiste ormai troppo spesso alla prescrizione del reato, cioè all’incapacità della giustizia a concludere i giudizi nei termini consentiti. Le proposte sono molte, ma nessuna affronta il tema di fondo. Il processo penale muove dall’assunto che, quando è in ballo la libertà della persona, nessun costo è troppo alto per evitare l’errore giudiziario. Di qui l’iperbole delle garanzie, la minuziosità delle procedure, che non accettano attenuazioni o contemperamenti. Ma l’assoluto non esiste. Ogni valore costituzionale entra in tensione con altri valori, e ciascuno deve cedere qualche cosa: per esempio, il diritto di espressione deve contemperarsi con il rispetto del buon costume e della reputazione del diffamato; il diritto all’autonomia nelle scelte di natura medica (vaccini) con il rispetto della salute altrui; il diritto alla salvezza dei posti di lavoro (Ilva) con il bene della sanità ambientale collettiva. In queste, come in mille altre situazioni, ogni valore deve contemperarsi con quello contrapposto. Solo la giustizia penale è considerata un assoluto, perché la presunzione di innocenza è un “valore non negoziabile”. Invece il valore contrapposto esiste anche in questo caso, ed è l’efficienza minima del servizio-giustizia. Le cosiddette garanzie, cioè i rituali che assicurano il contraddittorio con la difesa e la riduzione al minimo dell’errore, sono teoricamente illimitate (perché tre soli gradi di giudizio e non quattro? perché la presenza obbligata di un difensore al compimento di talune attività, e non di due, e non a tutti gli atti? perché rendere note le risultanze probatorie solo dopo un certo termine e non subito?). L’iperbole garantista ha reso il processo indifferente al “rendimento” del servizio sociale, come se, paradossalmente, si ordinasse una radiografia per ogni contusione o una Tac per ogni mal di pancia. L’inefficienza del sistema, poi, è aumentata dalla riforma della prescrizione dei reati, che proclama formalmente l’impotenza della giustizia a compiere i suoi accertamenti in tempo utile. I semplici ritocchi non bastano più.

G. Quali riforme, allora, proporresti in concreto?

F. L’elenco sarebbe lunghissimo. Ad esempio, è ormai troppo pesante il costo dei tre gradi di giudizio per quasi tutti i reati (le eccezioni sono pochissime). Appello e cassazione per pochi euro di multa, o anche per pochi giorni di arresto, è uno spreco che non possiamo continuare a permetterci. Il passaggio obbligato attraverso l’udienza preliminare al giudizio (cioè, di fatto, un dibattimento per stabilire se si debba andare al dibattimento) è una sofisticheria che dovrebbe avere ormai dimostrato la sua costosa inutilità. Il regime delle numerose nullità assolute (ossia di quei difetti di procedura che, ove sussistano, possono essere tenuti sotto silenzio dalla difesa ed eccepiti solo in extremis, costringendo il processo a ripartire da capo) è un omaggio alla pura forma, mentre la vittima è impotente di fronte a questo gioco dell’oca. E si potrebbe continuare a lungo.

G. Veniamo a un argomento spinoso, l’art. 41 bis. Sembra in atto una strategia del sistema mafioso per cercare di aggirarlo e ottenere, attraverso la semplice dissociazione, benefici non applicabili a chi è sottoposto a qual regime per la sua pericolosità. Quale deve essere la risposta dello Stato?

F. Il cosiddetto 41 bis è una restrizione addizionale delle facoltà dei condannati per reati mafiosi, finalizzata esclusivamente a rendere impossibile la loro comunicazione con l’esterno. Non è quindi un inasprimento sadico della condizione detentiva, ma un limite alla possibilità di dare e ricevere informazioni dal loro mondo: e sono numerose le situazioni nelle quali si è riscontrato il permanere dei contatti e la pericolosità degli scambi. Naturalmente per i boss mafiosi questo è uno dei principali obiettivi da abbattere, ma la semplice dichiarazione di dissociazione non basta a far cadere i divieti. In sintesi, è giustificato il controllo, è illecito il sadismo carcerario fine a se stesso. In quest’ottica la Corte costituzionale è già intervenuta varie volte, dichiarando illegittime talune restrizioni che producevano sofferenza ulteriore senza nessun beneficio rispetto allo scopo (cito per tutte: il divieto di cottura dei cibi con fornello personale).

G. Tu custodisci però un’esperienza singolare. Nel 1985 venisti chiamato a presiedere la Corte d’assise di Torino, nell’aula bunker per il maxi processo alla mafia catanese: 242 imputati di cui un centinaio in detenzione; 300.000 fogli di istruttoria; cinque omicidi o tentati omicidi di parenti e di familiari dei pentiti durante la fase delle indagini; 200 uomini che imbracciavano il mitra all’interno dell’aula, elicotteri a volo basso sul luogo del processo e cani lupo nei corridoi…

F. Ma fui capace di far comprendere agli imputati che non c’era alcuna sentenza già scritta e che vi era la massima predisposizione a sentire le testimonianze e le motivazioni di ognuno. Potrei quasi definirlo un clima di fiducia condivisa.

G. Alla fine furono pronunciate le sentenze, comprensive di alcuni ergastoli ma dopo tu intrattenesti un lungo rapporto epistolare con uno dei condannati all’ergastolo, alla base del tuo libro/testimonianza. Più tardi hai appoggiato la domanda di grazia, al presidente della Repubblica, di Salvatore M. condannato all’ergastolo per 15 omicidi e altri reati. Lo chiamavano “gatto selvatico” per la sua vitalità fatta di irrequietudine, ribellione, sfrontatezza e provocazioni manifestate anche durante il processo. In un colloquio ti disse una cosa che ti colpì: «Se io nascevo dov’è nato suo figlio, ora…».

F. Subito dopo la conclusione del processo che hai ricordato, mi venne fatto di scrivere una lettera a quel giovane, allora di circa 28 anni, che era atteso da una condanna alla pena perpetua. Iniziò una corrispondenza mai interrotta. Ho avuto la possibilità di seguire il percorso di maturazione di un uomo in tutte le tappe di un cammino lunghissimo; e di convincermi di due evidenze che dovrebbero indurre a riflettere anche i fautori del “gettare via la chiave”. La prima è che nessun uomo è mai tutto nel gesto che compie, per grave che possa essere, perché l’uomo è molto più vasto del suo delitto; e facendolo marcire del tutto in galera, gettiamo via anche la parte buona, dalla quale la comunità potrebbe trarre vantaggio, dopo una punizione adeguata ma umana e temporanea. La seconda è che il tempo trasforma tutte le cose, e tra queste anche la persona: l’uomo attraversa il tempo e il tempo attraversa l’uomo e lo cambia. Detto altrimenti: il processo non si chiude con la sentenza, anzi è allora che inizia (con la fase dell’esecuzione) il lavorio profondo che coinvolge sia la giustizia-istituzione, sia il condannato-espiante, sia la società-accompagnante: e questo sforzo comune tende al traguardo (tutt’altro che certo, ma possibile) del recupero di un cittadino ridiventato socius, componente della società e partecipe dei suoi valori. Si tratta, in sostanza, della ricucitura dello scisma creato dal delitto: ed è suggestivo ricordare che Dostojevsky, nel suo fondamentale Delitto e castigo, aggiunge al nome del protagonista l’eponimo di Raskolnikov, che significa, appunto, “scismatico”, poiché il crimine è un mettersi fuori della comunità, e questa lacerazione deve essere ricomposta dallo sforzo di entrambi i soggetti. L’ergastolo, fine pena mai, non meno della pena di morte toglie ogni speranza non solo a chi la subisce ma anche alla società che, rinunciando, denuncia la sua incapacità di rieducare e dare al condannato una possibilità di redenzione e reinserimento.

G. Alla fine del tuo libro fai alcune proposte: abolizione dell’ergastolo; sfoltimento delle carceri; amnistia; no all’ergastolo ostativo; nuovi percorsi di riabilitazione… Si può davvero fare tutto questo? Con quali mezzi e con quali risorse, non solo finanziarie, ma umane? Il sistema carcerario è pronto a tutto questo? A passare da un sistema di coercizione a uno di rieducazione?

F. È in corso una controversia senza fine sulla pretesa necessità di conservare l’ergastolo cosiddetto “ostativo”, cioè il “fine pena: mai”, al quale il detenuto può sottrarsi solamente se diventa un collaboratore di giustizia. La Corte costituzionale si è già pronunciata due volte contro questa normativa, ma il dibattito ribolle. Anche a questo riguardo la Costituzione, se la si legge con mente sgombra, insegna la strada giusta. Per prima cosa essa afferma che le pene non possono essere contrarie al senso di umanità. Quindi è consapevole che la pena è per sua natura sofferenza, ma necessaria. Non è possibile fondare un intero universo regolativo (l’insieme dei reati, dei fatti che “non devono” essere commessi) il quale non si faccia carico del principio di corrispondenza, ovvero di una sanzione come risposta necessaria alla violazione delle regole che la comunità stessa si è data. Ma la Costituzione va oltre. La pena, per quanto severa, incontra il limite dell’umanità, e questo limite si oppone all’ergastolo ostativo, cioè al “fine pena mai”. La pena non può essere priva di un termine finale, sia pure solo eventuale, perché ad esso deve potersi appoggiare una speranza: la speranza, infatti, è necessaria all’uomo per vivere e per dare un senso a qualsiasi progetto, incluso quello di mutare il suo sguardo sul mondo. E quanto alle attese della comunità, il recupero eventuale della libertà in capo al reo è lo spazio a lei necessario per apprezzare e trarre beneficio dall’uomo rieducato, quando è tale. Molti insorgono, affermando che in questo modo si fa un regalo alla mafia, ma è vero il contrario: poiché tutti i condannati devono poter uscire prima o poi, il regalo alla mafia lo si fa restituendole i suoi soldati ben saldi nel loro credo criminale, anziché lavorati dal tempo carcerario che le lunghe notti della prigione possono produrre, se alimentate dalla speranza e assecondate dalle risorse necessarie per sostenere lo “sforzo educativo”. È tempo di concepire anche il carcere come un’impresa ad oggetto sociale, e guardare agli investimenti relativi anch’essi come un “debito buono”: uno sforzo che compensa l’investimento (in educatori e strutture adeguate) mediante una minore recidiva, un minor costo in termine di delitti ripetuti, di danni patiti dalle vittime, di sforzi repressivi, di contagio sociale negativo.

A Salvatore M. il giudice Fassone spedì, insieme alle prime lettere, un libro, Siddharta di Hermann Hesse, che contiene queste parole: «Mai un uomo, o un atto è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore». A conclusione delle sue riflessioni, l’autore aggiunge questa citazione: «Il carcere è pena per gesti che non andavano compiuti: ma la persona non è mai tutta in un gesto che compie, buona o cattiva che sia» (Silvia Giacomoni). Un invito alla speranza per non dimenticare Abele, ma per ricordare anche che Caino, perdonato, divenne costruttore di città.

Gli autori

Valter Giuliano

Valter Giuliano, giornalista professionista, Accademico dell’agricoltura, è stato presidente nazionale della “Pro Natura”, consigliere della Regione Piemonte e assessore alla cultura della Provincia di Torino. È consigliere comunale di Ostana, dove ha fatto nascere il “Premio Ostana. Scritture in lingua madre / Escrituras en lenga maire”. Già direttore di “ALP”, ha fondato e diretto “Passaggi e Sconfini”. Direttore responsabile di “Natura e Società” e di “ Obiettivo Ambiente”, dirige “Segusium. Arte e storia della Valle di Susa”.

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