Le ONG e il decreto sicurezza: «Noi continueremo a salvare vite»

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E così, dopo i rave e le “riunioni musicali”, è la volta dei migranti. Non direttamente ma tramite un nuovo codice di comportamento delle navi di ONG operanti nel Mediterraneo per il salvataggio di migranti in difficoltà. Anche questa volta lo strumento prescelto dal Governo è il decreto legge, come se ci fosse una straordinaria necessità ed urgenza di provvedere: scelta ictu oculi illegittima per carenza del presupposto richiesto dalla Costituzione ma su cui da decenni Presidente della Repubblica e Corte costituzionale sembrano non avere occhi per vedere e orecchie per intendere). Il nuovo ministro dell’interno continua, dunque, sulla strada tracciata dai suoi predecessori Minniti e Salvini. Tra le nuove disposizioni, di cui ci occuperemo analiticamente nelle prossime settimane, ce ne sono alcune inimmaginabili: quella che impone alle navi delle ONG di effettuare un’unica operazione di salvataggio, indipendentemente dal numero dei naufraghi tratti in salvo, e di raggiungere poi immediatamente il porto designato evitando persino di soccorrere eventuali naufraghi trovati nel corso del viaggio (in evidente violazione degli articoli 489 e 490 del codice della navigazione e dell’articolo 98, paragrafo 1, della Convenzione ONU sul diritto del mare che impongono al comandante di prestare soccorso in ogni caso a chiunque sia trovato in mare in situazione di pericolo); quella che impone alle ONG di informare gli stranieri soccorsi sulla possibilità di chiedere asilo e ciò al fine di radicare in capo allo Stato di bandiera della nave la competenza all’esame delle conseguenti domande (anche qui dimenticando che il diritto dell’Unione europea non prevede, tra i criteri di attribuzione della competenza all’esame delle domande di protezione internazionale, quello della bandiera della nave soccorritrice); quella che legittima l’assegnazione di porti di sbarco lontanissimi dal luogo delle operazioni di soccorso, allo scopo di imporre alle ONG costi ingenti e non necessari e di tenerle a lungo lontane dalle zone delle operazioni di soccorso; quelle che prevedono un pesante apparato sanzionatorio in caso di violazione delle norme previste nel decreto. A fronte di questo complesso normativo teso non già a razionalizzare ma ad ostacolare in ogni modo le attività di soccorso le ONG interessate hanno reagito con prese di posizione nette in cui dichiarano la loro intenzione di attenersi, comunque, al diritto internazionale e al diritto del mare. Di seguito alcune di queste reazioni. (la redazione)

«Il nuovo decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei Ministri non è altro che l’ennesimo tentativo di ostacolare e criminalizzare le attività delle navi della società civile. Nessun Governo può impedire a una nave di sottrarsi all’obbligo di soccorso e nessuna nave si rifiuterà di accogliere chi chiede aiuto nel Mediterraneo centrale. Rispetteremo il diritto internazionale, come abbiamo sempre fatto. Non comprendiamo poi quali siano i presupposti di necessità e urgenza del provvedimento che va a normare una materia già oggetto di Convenzioni internazionali, regolamenti europei e del diritto italiano. L’unica urgenza che verifichiamo ogni giorno sarebbe quella di garantire un sistema di soccorso istituzionale nel Mediterraneo centrale e garantire vie sicuro di accesso per chi fugge dalla Libia. In assenza di una missione europea di ricerca e soccorso, ostacolare l’attività delle navi della società civile significa provocare altre morti. Significa calpestare i diritti umani e affidare quel tratto di mare al pattugliamento delle milizie libiche che non hanno altro obiettivo se non quello di catturare chi fugge e respingerlo nei lager libici, in una spirale di torture, ricatti, stupri e vessazioni».

(Sea Watch)

«Il decreto del Governo ostacola i soccorsi delle navi umanitarie fino a renderli inefficaci o insostenibili. Di fatto queste nuove norme non risolvono il vero problema: le persone che muoiono in mare perché mancano i soccorsi. Lasciare scoperta la zona dei soccorsi e assegnare porti sicuri lontanissimi va a discapito della protezione della vita, aumenta il rischio di altre morti in mare, aumenta di quattro volte le spese per gli spostamenti e allontana testimoni scomodi: quando le navi delle ONG non sono presenti sembra che non succeda niente e invece continuano ad avvenire naufragi con morti e dispersi e respingimenti in Libia. Le navi della società civile inoltre sono dei presidi temporanei e per quanto ben attrezzate non sono adatte ad avere persone a bordo per lunghi periodi».

(Riccardo Gatti, responsabile soccorsi di Medici senza Frontiere)

«Il 2022 si chiude con delle cifre drammatiche: quasi 1.400 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale solo quest’anno. Di fronte a questi numeri terribili, le disposizioni contenute nel decreto sono inaccettabili perché – imponendo alle navi umanitarie di portare immediatamente a terra i naufraghi – di fatto riducono le possibilità di fare ulteriori salvataggi dopo il primo soccorso. Le conseguenze di questo provvedimento saranno l’aumento dei morti in mare e dei respingimenti verso la Libia ad opera della Guardia Costiera libica. Nel 2022, sono state oltre 20 mila le persone respinte in Libia. […] Ostacolare il lavoro umanitario, che ha come unico obiettivo la messa in salvo di persone, è inspiegabile se non in termini di consenso politico. Noi continueremo a salvare vite umane, nel rispetto del diritto internazionale e nazionale. Rispetteremo il codice di condotta solo qualora non entri in contrasto con norme di diritto internazionale e non smetteremo di credere che salvare vite umane è la cosa giusta da fare».

(Emergency)