Tessere il futuro. La risposta delle donne a un modo in guerra

Autore:

Da 50 paesi del mondo oltre 700 donne si sono riunite a Berlino il 5 e 6 novembre per la 2ª Conferenza del network Women Weaving the Future (“Donne che tessono il futuro”) creato dalle donne del Rojava per tessere una tela chiamata Jin, Jiyan, Azadì (Donna, Vita, Libertà). Il titolo dell’incontro, Our Revolution. Liberating Life richiama il saggio di Abdullah Öcalan sul tema della rivoluzione delle donne, che portò all’elaborazione della Jineoloji, la scienza al femminile. La 1ª Conferenza, Revolution on the Making, si era svolta a Francoforte nel 2018. Mentre scriviamo le donne kurde muoiono nelle carceri turche, nel mirino dei pasdaran iraniani, sotto le bombe dell’aviazione di Ankara in Irak e in Siria (https://volerelaluna.it/mondo/2022/11/28/quando-diritti-e-liberta-non-valgono-loccidente-e-il-genocidio-dei-kurdi/). Descrivere la conferenza e presentare le relatrici può aiutarci a comprendere la volontà incrollabile di costruire la vita nella libertà insieme alle donne di ogni angolo del pianeta.

Il network ha lo scopo di unire donne di tutto il mondo per lavorare all’erosione della cultura bellicista, capitalista ed ecocida e all’affermazione di una cultura di pace e di democrazia radicale, in sintonia con l’ambiente, votata alla valorizzazione delle diversità di lingua, cultura, genere come quella nata nel Rojava, e ogni conferenza vuole mettere a punto obiettivi e metodi per avvicinarsi alla meta del confederalismo democratico delle donne di tutto il mondo. Una meta più che ambiziosa, al limite dell’utopia. Le promotrici lo sanno – la moderatrice Meghan Bodette nell’introduzione afferma: «Promettiamo di realizzare questa utopia», ma sono decise a perseguirla con ferrea tenacia e infuocato coraggio. Intanto, è già una conquista il protagonismo della lingua kurda, cancellata in Turchia, combattuta in Siria e Iran, e a lungo emarginata in Irak: nell’elenco delle sette lingue della traduzione simultanea il kurdo viene per primo.

All’Istituto di Tecnologia di Berlino sul palco si intersecano fili di lana colorata, ai lati e in sala le immagini di donne martiri: tra esse Jina Masha Amini (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/09/21/la-sua-colpa-era-curda-e-libera/). Un grande striscione rosa dà il benvenuto alle donne dell’America Latina: “Las guerrilleras son nuestras Compañeras”.

La prima sessione (“La III guerra mondiale. Come distruggere l’armatura delle immunità dello Stato e del maschio dominante”, coordinata da Meghan Bodette del Kurdistan Peace Institute di Washington) inizia con un minuto di silenzio, con il canto dell’inno “I nostri martiri sono immortali” e con l’omaggio «all’incredibile resistenza di Abdullah Öcalan, che ha indicato nella donna il primo oggetto di oppressione coloniale». Relatrici Nilüfer Koç del Kurdistan National Congress e Marian Rawi, storica esponente di RAWA, Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane. La prima espone il nesso tra patriarcato e guerra, e ricorda il «genocidio mirato alle donne che resistono» sottolineando nei confronti della Turchia il silenzio della Nato, e dell’OPCW per quanto riguarda l’uso di armi chimiche in Kurdistan. Marian Rawi afferma la determinazione delle donne afgane a opporsi ai Talebani, continuando le coraggiose pubbliche manifestazioni e i tentativi di mantenere in vita le strutture sociosanitarie per donne e bambini. Sulla necessità di contrastare l’ecocidio parlano Lolita Chaves, della comunità indigena Abya Yala (Guatemala), e Ariel Saleh, sociologa e eco-femminista australiana. Il “lavoro invisibile” e lo sfruttamento del lavoro di donne e bambine è il trema trattato dalla pacifista americana Genevieve Vaughan e da Kavita Krishnan, leader della All India Progressive Women’s Association.

La II sessione è dedicata ai laboratori: Resistenza contro le migrazioni forzate, Lotta di liberazione delle donne, Salute, Economia, Ecologia, Difesa di lingua e cultura, Costruzione di un Fronte antifascista, Istruzione.

La scrittrice Rahila Gupta, britannica di origine indiana è la moderatrice della III sessione, che inizia con la relazione di Niemat Kuku Mohamed, fondatrice del Centro di ricerche di Genere del Sudan, che, insieme alla sociologa kurda Dilar Dirik, affronta il tema di come superare le divisioni di classe, nazione, religione create dalla mentalità patriarcale, come rendersi indipendenti dalle strutture mentali di un sistema dominato dal maschilismo. La lotta delle donne rischia di essere risucchiata dal sistema se non si riesce a elaborare un paradigma critico autenticamente alternativo. Sul contributo del femminismo nella lotta delle donne, i suoi limiti, l’eventualità che esso possa avere un ruolo contro il sistema, parlano un’altra sudanese, la dottoressa Angjila al Maamari, del Centro Studi Strategico per il Sostegno a Donne e Bambini, e l’argentina Marta Dillon, scrittrice, del Movimento NiUnaMenos. A Elof Kaya, del Centro europeo di Jineoloji e alla francese Jules Falquet, docente di Filosofia, spetta il tema “La sociologia della libertà e la Jineoloji”.

La nostra visione: Costruire una vita libera” è il tema della IV sessione, coordinata dall’italiana Benedetta Argentieri, documentarista (il suo ultimo film The Matchmaker sulle donne dell’Isis è stato presentato al Festival di Venezia). Intervengono la kurda Deniz Abukan del TJA (Movimento Donne Libere), l’afroamericana Jade Daniels, del Black Women’s Movement USA, e Asya Abdullah co-presidente del PYD, Partito dell’Unione Democratica che amministra il confederalismo del Rojava. E proprio ai princìpi su cui si fondano le Unità di Difesa del Rojava, le YPG e YPJ, protagoniste della guerra contro l’Isis, si riferisce il tema: “Difendere la vita: No alla guerra, Sì all’autodifesa. L’autodifesa non è militarismo, è lo strumento per rovesciare il sistema maschilista nelle lotte di liberazione nazionale e di classe, nella resistenza contro fascismo e razzismo, nella vita quotidiana delle donne”. Relatrici Vilma Rocio Almendra Quiguanàs, appartenente al popolo indigeno Nasa della Colombia e esponente di Pueblos en camino, e Heza Shingal, attivista Yazidi.

Jin, Jiyan Azadì è il titolo della sessione conclusiva, moderata dall’ingegnere Havin Guneser, di Freedom for Öcalan-Peace in Kurdistan. Le relatrici rappresentano movimenti e associazioni di donne: dal Kurdistan Haskar Kirmizigul, dalle Filippine Montes Jovita Mataro, dalla Turchia Irem Gelkus, da Mena Region Boushra Ali. Conclude Nizal Longo Juana Calfurnao, esponente della resistenza del popolo Mapuche di Araucarì, Cile, contro violenza e sfruttamento delle multinazionali, autorevole e sicura nella consapevolezza della forza della sua cultura ancestrale.

Le immagini parlano di un evento pieno di vitalità e di forza, animato dal concerto di musica kurda e dalle danze collettive. Brillano i colori degli abiti tradizionali e l’energia esplosiva di alcune relatrici, come Jade Daniels e Lolita Chavez, si comunica a tutte le donne presenti, arrabbiate e decise nella poetica promessa Jin, Jiyan, Azadì.