La finanziaria della destra

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E fu così che la misteriosa “agenda Draghi”, su cui tanto si era favoleggiato nel corso della campagna eletto­rale, finì per materializzarsi con la manovra del Governo guidato da Giorgia Meloni, colei che col suo par­tito aveva preso tanti voti fingendosi all’opposizione dell’esecutivo del banchiere. Ma la destra è fatta così. Incendiaria quando è fuori dal palazzo, padronale e compatibilista quando ne varca la soglia. Anni e anni di strali contro l’Europa della finanza e dei tecnocrati fatti annegare in una legge di bilancio «prudente, respon­sabile e sostenibile per la finanza pubblica», per dirla con le parole del ministro Giorgetti. Lo chiamano “rea­lismo fiscale”, si tratta a ben vedere di austerità, venata da un irriducibile e marcato spirito di classe, oltre che dal disprezzo per chi nella società è rimasto indietro. Perché la destra il mestiere della destra lo fa meglio della “sinistra”. È meno ipocrita, ci mette l’identità. Pochi soldi (35 miliardi, di cui 21 per il caro energia), niente per combattere povertà, emarginazione e disuguaglianze. Norberto Bobbio un po’ di anni fa diceva che la destra “prende atto” delle disuguaglianze, non mira a ridurle, fino a considerarle positivamente in una società fondata sulla competizione ineludibile, perfino necessaria, tra gli individui. Ed è ancora così.

Questo Governo, addirittura, trasforma la lotta alla povertà in una strenua lotta contro i poveri, non a caso derubricati ideologicamente al rango di fannulloni. Potenza dell’ideologia. Se un povero lo chiami col suo nome non è agevole, politicamente e moralmente, privarlo di un minimo di sussidio, come quello rappresentato in questo momento dal Reddito di cittadinanza. Per lo più in una fase difficile come quella che stiamo at­traversando. Tutto si aggiusta, invece, se anziché di poveri si parla di parassiti: quelli che possono lavorare ma preferiscono stare sul divano. Di colpo, una misura iniqua si trasforma in un atto eticamente giusto. Quasi una missione di redenzione. Vengono alla mente le “leggi contro i parassiti” che furono adottate nel secolo scorso in alcuni paesi del cosiddetto socialismo reale. “Chi non lavora non mangia”, si diceva. Ma lì, dove molte cose mancavano, ciò che non mancava affatto era il lavoro. Si può dire la stessa cosa dell’Italia capita­lista di oggi? Non scherziamo. Tra l’essere “occupabili” e l’essere “occupati”, per tanti cittadini italiani, so­prattutto al sud, c’è uno iato insormontabile. Ma per il Governo non è un problema. Dal 1 gennaio 2023 alle persone tra 18 e 59 anni verrà riconosciuto il Reddito nel limite massimo di 8 mensilità invece delle attuali 18 rin­novabili. Poi, dal 1 gennaio 2024, la misura sarà definitivamente abrogata. In compenso, è stato messo mez­zo miliardo per la “Carta Risparmio Spesa”. Una moderna versione delle vecchie “tessere annonarie”. Ri­sparmio per l’anno prossimo dal taglio del Reddito? 734 milioni. Poco. Ma non è questo che conta.

Sotto il velo dell’ideologia si nasconde il vero intento della scelta: impedire che un reddito di base faccia concorren­za ai salari, spingendo per un aumento di quest’ultimi. Una vecchia storia. Chi ne ha voglia, può leggersi – o rileggersi – alcuni passi dell’opera del giovane Friedrich Engels La situazione della classe operaia in Inghil­terra (prima pubblicazione 1845). Troverà sorprendenti le analogie tra la crociata dei padroni e dei loro rap­presentati politici di allora contro la “legge sui poveri” e quella del nostro Governo di destra contro il Reddito di cittadinanza. Per tenere bassi i salari c’è bisogno di un certo numero di disoccupati senza reddito che pre­mono sul mercato del lavoro (Engels parlava di “popolazione superflua”, che poi con Marx diventerà “eser­cito industriale di riserva”). Una larga schiera di soggetti “occupabili”, per l’appunto, secondo la definizione che ne ha dato il Governo. La legge “naturale” (sic!) della concorrenza capitalistica. Se i salari sono troppo bassi, magari erosi da un’alta inflazione, la colpa non è quindi del padrone. È dello Stato che mette troppe tasse. La storiella del “cuneo fiscale”, che ha fatto innamorare anche una parte della sinistra. Il Governo, se­guendo le orme di Draghi, ha riproposto nella manovra un esonero contributivo del 2% per redditi fino a 35.000 euro e del 3% per redditi fino a 20.000 euro, per un valore di 4 miliardi di euro. «La riduzione del cu­neo è tutta a beneficio dei lavoratori», si legge nel comunicato di Palazzo Chigi. “Troppo poco” gridano i sindacati e quasi tutta l’opposizione. In entrambi i casi siamo in presenza della conferma che il capitale, negli ultimi trent’anni, ha vinto su tutta la linea. La lotta di classe alla rovescia ha prodotto egemonia. Perché i la­voratori abbiano 11 euro in più in busta paga, lo Stato deve farsi carico di una parte delle imposte che spetta­no all’impresa. Sottraendo risorse dal bilancio che potrebbero essere utilizzate per potenziare alcuni dei ser­vizi fondamentali del welfare. Come la sanità, per la quale le risorse allocate in bilancio sono del tutto insuf­ficienti: due miliardi in più, ma un miliardo e quattrocento milioni servono per il caro bollette, con l’inflazio­ne che rosicchierà il resto.

Nella vicina Germania l’aumento dei salari dei metalmeccanici dell’8,5% (7.000 euro totali in più in busta paga) si è avuto grazie alla contrattazione? Non importa, siamo in Italia. Qui “la pacchia è finita”, ovviamen­te per chi sta sotto, mica per chi in questi anni, nonostante o anche grazie alle crisi, ha visto lievitare i propri patrimoni (guai a parlare di patrimoniale!). Infatti, come se non bastasse, nella stessa manovra, dopo cinque anni, ritornano anche i voucher. Giustificati come strumento per regolarizzare piccole prestazioni occasionali, col tempo erano diventati il volano di una nuova forma di precariato strutturale. Lavoro povero, a spizzichi e bocconi, senza diritti. L’alternativa al Reddito di cittadinanza, laddove è possibile, per centinaia di migliaia di underdog. Quelli veri, però, che popolano le nostre periferie urbane e le aree marginali del Paese, non certo le aule parlamentari e i palazzi del potere.

In compenso, i datori di lavoro potranno decidere quali lavoratori premiare con trasferimenti esentasse fino a 3 mila euro. Suona chic chiamarli fringe benefit, anche per chi dell’italianità linguistica fa una bandiera identitaria. In realtà, è solo un altro colpo alla libertà e alla dignità dei lavoratori. Un fringe benefit per comprar­si l’obbedienza dei sottoposti. Roba normale nel mondo diseguale che ha in testa la destra. Un mondo dove un percettore di sussidio pubblico è uno squallido scansafatiche, mentre chi evade sistematicamente il fisco è solo uno che “oggettivamente” non ce la fa a pagare le tasse. Questione che rimanda a un altro punto della manovra: quello della cosiddetta “tregua fiscale”, vale a dire il condono per le cartelle esattoriali di importo fino a mille euro emesse tra il 2010 e il 2015. Altre minori entrate. Ma tant’è. Che destra sarebbe se nei suoi programmi non ci fosse l’attacco alle “tasse che sono troppo alte”? Infatti, tra le misure della manovra c’è anche l’estensione fino a 85 mila euro della flat tax al 15% per i ricavi di autonomi e partite Iva e una flat tax “incrementale” fino a un massimo di 40 mila euro. Tanta roba per le imprese. Checché ne dica il presidente di Confindustria Bonomi, che lamenta addirittura una “scarsa visione” nelle scelte dell’esecutivo.

E per il caro-energia e le bollette? Crediti di imposta e bonus in continuità con le misure del Governo Draghi. Per pochi mesi peraltro. Però, fino a 30 euro di spesa i negozianti potranno rifiutarsi di accettare i pagamenti col Pos e tutti potremo girare con 5 mila euro in contanti. Vere priorità per milioni di italiani. Evidentemente, anche queste misure rientrano nella cosiddetta “tregua fiscale”. Tornando seri: l’innalzamento del tetto del contante è oggettivamente un favore a chi ricicla denaro sporco, a chi presta soldi a usura, a chi si avvale di lavoro in nero. Legge e ordine solo per i poveri cristi e per il dissenso. Come sempre.

Dimenticavamo la legge Fornero. No, di nuovo non è stata “abolita” ma sospesa. Dopo “quota 100” e quota 102, operanti rispettivamente tra il 2019 e il 2021 e nel 2022, arriva infatti “quota 103” (41 anni di contribu­zione con un’età pari almeno a 62 anni), ma solo per il prossimo anno. Nel 2024 poi si vedrà. L’Europa ci guarda e probabilmente non basterà tifare Ucraina e professare fede incondizionata nella Nato per sfuggire ai diktat di Bruxelles.

Gli autori

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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