Informazione e pensiero unico alla prova della guerra

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Non ricordo un periodo precedente al nostro in cui l’unanimismo abbia saturato a tal punto l’informazione giornalistica e televisiva da renderla difficilmente tollerabile da parte di chi avrebbe la pretesa di pensare con la propria testa. Il “la” è stato dato dal Governo Draghi, il “governo dei migliori”, il cui unico merito è stato quello di mandare in giro, quasi fosse la Madonna Pellegrina, un premier in sintonia con la razza padrona europea e mondiale. Se faccio riferimento a due ambiti in cui ho una qualche competenza, la scuola e l’ambiente, posso dire con certezza che il Governo Draghi, non solo non ha fatto nulla di buono ma, anzi, ha peggiorato la già precaria situazione. Lascio da parte, per evidenti demeriti, ogni annotazione sulla politica scolastica del Governo Draghi, nonché sull’uso dei fondi del PNRR per le scuole. La “transizione ecologica” si è rivelata una farsa nel momento stesso in cui Draghi, a fine febbraio scorso, ha proposto il ritorno al carbone. Qualche anno fa Assocarboni informava che «l’Italia importa via mare circa il 90% del proprio fabbisogno di carbone». I dati (tratti dal sito https://www.green.it) si riferiscono al 2016, lo stesso anno in cui il WWF pubblicò il rapporto “Spazzare via la nuvola nera d’Europa: tagliare il carbone salva vite umane”, titolo esplicito e che non richiede commento. Le sette centrali ancora in attività in Italia sono altamente inquinanti e, notoriamente, il nostro Paese non produce carbone, se non nel bacino del Sulcis Iglesiente. Quindi, è bastato l’alito fetido di una guerra sostenuta con le armi dall’intero Occidente per buttare alle ortiche la maschera “verde” e correre ai ripari pur di proteggere un modello di sviluppo scellerato e incurante dei beni più preziosi, la salute e la vita; per giunta nella consapevolezza che l’Italia, anche per il carbone, dipende dall’estero. E questa sarebbe la serietà del migliore dei premier possibili?

Lo stesso coro all’unisono ha caratterizzato la drammatica questione del conflitto tra Russia e Ucraina. Anche un semplice sospiro perplesso di fronte al fatto che il nostro Paese si impegnasse nel fornire armi all’Ucraina è stato inteso come deprecabile atteggiamento filo-russo. Ricordare l’incipit forte, categorico, dell’articolo 11 della Costituzione («l’Italia ripudia la guerra»), è stato interpretato come puro disfattismo e le ragioni della pace senza “se” e senza “ma” declassate a irrealistiche petizioni di principio.

Le reti televisive di Stato possono rivendicare un primato nella formazione unidirezionale dell’opinione pubblica. Uno dei punti più alti è stato toccato il 5 ottobre scorso da una notevole performance di Bruno Vespa, nel suo “salotto” di Porta a porta (https://www.raiplay.it/video/2022/10/Porta-a-Porta-109a61da-b3d6-40fc-a25a-d6aeac50ee9d.html). Questi i fatti: Alessandra Todde, vicepresidente del Movimento 5 Stelle e ospite in studio, cita la simulazione fatta dall’Università di Priceton, secondo la quale l’uso di armi nucleari e la conseguente escalation potrebbe portare, in Europa, a 95 milioni di morti in quattro ore. Interviene, evidentemente infastidito, Vespa. «No, no, abbia pazienza… Non diamo i numeri al lotto. Uno può dire quello che vuole… La bomba di Hiroshima sono 220.000 morti. Lei ha detto 95 milioni di morti, mi pare». La povera Todde replica, paziente: «In caso di escalation nucleare…». Incalza Vespa: «95 milioni di morti. Ho capito bene? È una guerra nucleare…». Poi continua a dare sulla voce alla malcapitata, che tenta invano di tornare ai dati della simulazione. Vespa: «No, no, abbiate pazienza (nervoso), poi la gente ci crede a queste cose!». E aggiunge che l’atomica tattica di portata inferiore è in grado di «distruggere una superficie come il centro di Milano» (ndr, cosetta di poco conto, a fronte del vasto universo), tanto è vero che si è parlato come obiettivo ideale dell’isola dei Serpenti, perché «non ci sono civili, le radiazioni non fanno male (sic!) perché uccidono al massimo qualche centinaio di militari ucraini (ri-sic!) e la cosa finisce là perché le radiazioni non arrivano nemmeno a terra». E dire che Vespa aveva esordito invitando la Todde alla moderazione «perché poi la gente ci crede!».

Qui il pericolo vero è che la gente creda allo sdogamento in atto delle armi nucleari; i mezzi di informazione si stanno impegnando parecchio in questa ignobile campagna e i più oltranzisti – ne è un esempio Vespa – arrivano a dire di tutto, compreso il fatto che far fuori qualche centinaio di militari ucraini sia un fatto irrilevante e che le radiazioni, visto che, «non arrivano nemmeno a terra» (da verificare: l’isola dei Serpenti dista circa 35 chilometri dalla costa) sono anch’esse cosa trascurabile. Quali argomenti abbia Vespa per escludere l’escalation nucleare non lo so. Quel che è chiaro, invece, è che si spinga l’opinione pubblica a prendere posizione per la guerra e che adesso si stia cercando di superare l’ultima frontiera, legittimando persino l’uso di armi nucleari, purché “tattiche”.

Non possiamo aspettare oltre: è ora di scendere in piazza per dire “no” alla guerra e alle armi. Dobbiamo farlo in modo continuativo, con la massima unità possibile, ritrovando nella protesta contro la guerra quell’idem sentire che sembra essersi dissolto ma che, a giudicare dai presìdi che in questi giorni si radunano nelle piazze italiane (ultimo quello torinese di sabato 15 ottobre: https://volerelaluna.it/territori/2022/10/11/torino-la-scuola-per-la-pace-appello-per-una-mobilitazione/) esiste ancora in molti di noi e che può trovare, nel “no alla guerra” una prima fondamentale parola d’ordine, nutrita dalla consapevolezza che guerra è sempre e dovunque e che la pace, come la democrazia, richiede un grande impegno collettivo poiché non è mai acquisita una volta per tutte.

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.

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