Senza pensiero critico non c’è Università

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Il 16 settembre l’Università per stranieri di Siena, contestualmente al conferimento della laurea honoris causa a Nadia Fusini, ha intitolato ventiquattro aule dell’ateneo ai dodici professori che rifiutarono il giuramento fascista nel 1931 e a dodici donne, intellettuali ed antifasciste. Nell’intervento di apertura della cerimonia il rettore Tomaso Montanari ha sottolineato il significato dell’iniziativa, tesa a dare pubblica testimonianza del fatto che l’Università o è un luogo di cultura, di libertà e di antifascismo o, semplicemente, non è. Pubblichiamo qui, per la sua straordinaria attualità, l’intervento nel testo integrale (omessi solo i saluti iniziali). L’intera cerimonia può essere seguita utilizzando il link https://www.youtube.com/watch?v=FYFZE1aM0nE.

Oggi conferiamo la laurea magistrale honoris causa in Scienze linguistiche e comunicazione interculturale a Nadia Fusini, che saluto con affetto e che ringrazio per aver accettato. Dopo di me, meglio di me, la commissione di laurea e Pietro Cataldi diranno perché. Io vorrei ora solo dire che Nadia Fusini rappresenta con rara pienezza l’essenza stessa dell’università: per la sua ricerca acuta e instancabile; per la sua didattica appassionata e generosissima; per una capacità davvero unica di parlare a tutte e tutti fuori dall’università (quella che chiamiamo la terza missione). Non è davvero facile, oggi, trovare queste tre doti esercitate tutte nel grado più alto. Ma è lì che vorremmo tendere: e questo modello di grande donna ci ispira con particolare forza. Nadia Fusini rappresenta proprio quello che la Stranieri è, e, sempre più, vuole essere: perché concepisce e pratica la traduzione vorrei dire come un atteggiamento dell’anima. La traduzione come arte del connettere e insieme del distinguere. La traduzione come chiave dell’intercultura. La traduzione come strumento di costruzione di una umanità unica, senza confini e senza barriere (e senza guerre), ma fiera delle sue diversità. La viva presenza di Nadia oggi tra noi riaccende il nostro legame con la tradizione umanistica: la sua capacità di legare testi e persone è segno di un amore per la vita che vogliamo sia il vero fuoco che illumina queste aule, i luoghi della nostra gioia e della nostra fatica di ogni giorno.

È per questo che nella seconda parte della cerimonia presenteremo la dedicazione di ventiquattro aule della nostra università: perché i luoghi in cui lavoriamo siano più visibilmente, più tangibilmente, connessi a persone che non ci sono più, eppure sono vive e presenti nei nostri studi e nelle nostre lezioni. Permettete che usi una espressione della teologia cattolica e la applichi a questa celebrazione tutta laica e repubblicana: è una comunione dei vivi e dei morti quella che oggi celebriamo e rendiamo evidente.

Dodici aule avranno i nomi dei dodici professori che nel 1931 non giurarono fedeltà al fascismo. Come sentiremo, a non farlo furono alcuni in più: ma questo canone ormai classico ha una sua valenza simbolica.

Rispettiamo, e in alcuni casi veneriamo, anche professori che per motivi diversi decisero, con la morte nel cuore, di spergiurare fedeltà al regime, ma senza rinunciare a combatterlo. E tuttavia pensiamo che sia giusto (e oggi più che mai necessario) offrire alle nostre studentesse e ai nostri studenti l’esempio di chi, vedendosi chiedere di giurare di «formare cittadini […] devoti alla Patria ed al Regime Fascista» (questo il testo di quel mostruoso giuramento) rifiutò, perdendo posto e stipendio: 12 su 1200, uno su cento. Non cedettero, scrisse uno di loro, né all’utile né all’opportunismo né alla paura: una bella lezione, per noi tutti. Ernesto Buonaiuti (Storia del cristianesimo); Mario Carrara (Antropologia criminale e medicina legale); Gaetano De Sanctis (Storia antica); Giorgio Errera (Chimica); Giorgio Levi Della Vida (Lingue semitiche); Fabio Luzzatto (Diritto civile); Piero Martinetti (Filosofia); Bartolo Nigrisoli (Chirurgia); Francesco Ruffini (Diritto ecclesiastico); Edoardo Ruffini Avondo (Storia del diritto); Lionello Venturi (Storia dell’arte); Vito Volterra (Fisica matematica). Sono nomi che ci ricorderanno, scritti sulle porte delle nostre aule, che l’antifascismo iscritto per sempre nella Costituzione della Repubblica è la bussola morale del nostro lavoro, e che l’università è libera e autonoma rispetto ad ogni potere. Volterra, spiegando perché non avrebbe giurato, citò un verso di Petrarca: «Libertà dolce e desiato bene. Mal conosciuto a chi talor no’l perde». Piero Calamandrei – che pure giurò, tra mille tormenti di coscienza, per non abbandonare il suo «posto di combattimento: l’università» – dirà la stessa cosa, e cioè che «la libertà è come l’aria, ci s’accorge di quanto vale quando viene a mancare». Ecco noi vogliamo ricordare a noi stessi, alle nostre studentesse e ai nostri studenti, prima di doverla perdere, quanto libertà sia preziosa: per farlo, non dobbiamo rinunciare ad essa, non dobbiamo indulgere a quella servitù volontaria che non solo un ritorno del fascismo – oggi poi non così remoto – ma anche tutti i tradimenti del senso vero della nostra missione contribuiscono a costruire.

Nei prossimi mesi una serie di piccoli eventi, seminari, inviti, conferenze sarà legata allo scoprimento di ognuna di queste targhe. Oggi, alla fine di questa cerimonia, ne inaugureremo simbolicamente solo una, quella che dedica l’Aula 1 a Giorgio Levi Della Vida, unico linguista (e dunque vicinissimo ai nostri studi) tra i dodici. Abbiamo scelto una sua frase, piena di dignità e insieme di amara ironia, da scrivere sul muro di quell’aula: «Per colmo di disavventura, la promulgazione delle leggi antiebraiche che nell’autunno del 1938 aveva estromesso dall’insegnamento un numero rilevante di professori ebrei, finì con l’annegare il mio caso nel loro, tanto più notorio e più lacrimevole, così che i più credettero e credono che io abbia perduto il posto a causa del mio sangue e non delle mie idee». Ecco, noi vogliamo proprio ricordare per sempre che il posto egli fu disposto a perderlo per le sue idee, potendo (ancora) scegliere di tenerlo se le avesse rinnegate. Ma seppe dire di no: e dire di no è una virtù che noi vogliamo insegnare a coltivare.

I dodici professori erano tutti maschi, come maschi erano quasi tutti i docenti delle università italiane di allora. E dunque abbiamo voluto scegliere dodici grandi donne, intellettuali e antifasciste, del Novecento. Alcune celeberrime, altre poco note: scrittrici, traduttrici, pubbliche funzionarie, filosofe. Eccone i nomi: Barbara Allason, Lavinia Mazzucchetti, Alba de Céspedes, Natalia Ginzburg, Amelia Pincherle Rosselli (già raffigurata nel murale di Francesco del Casino che abbiamo inaugurato a giugno), Bruna Talluri (una di noi, come sentiremo), Ada Prospero Gobetti Marchesini, Fernanda Wittgens, Maria Zambrano, Simone Weil, Virginia Woolf, Hannah Arendt. I loro nomi, iscritti sui muri delle nostre aule, ci ricorderanno che la coltivazione di un pensiero critico non disposto a tradimenti è l’unica vera ragione per cui esiste l’università. (E vorrei qua rendere pubblico che il prossimo 23 novembre, questo ce lo ricorderà con forza anche una seconda laurea honoris causa, conferita nel giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico –eccezionalmente assegnata nello stesso anno, a sottolineare il compimento dei nostri tre decenni di vita come università –, che sarà attribuita a un’altra grande donna, Ludmilla Petruseskaja, insigne scrittrice e drammaturga russa, implacabile oppositrice del governo autoritario del presidente Putin e della sua guerra contro l’Ucraina). Le cinque aule dedicate a donne non italiane ci ricorderanno che qua insegniamo che l’umanità non si divide a frontiere guardate con bandiere e cannoni. E tutte e dodici ci imporranno di ricordare che la storia dei maschi è solo metà della storia: e non è la migliore.

E insieme queste ventiquattro aule delineano, nella varietà delle vite e nell’unica coerenza ideale, uno specchio altissimo in cui siamo chiamati a rifletterci: per migliorarci ed elevarci, giorno dopo giorno. Perché la fatica di ogni giorno non cancelli dentro di noi le ragioni per cui abbiamo scelto questo meraviglioso lavoro: così politico, nel senso più alto e non compromesso della parola.

La presenza oggi tra noi del presidente della Corte Costituzionale, quinta carica dello Stato, conferisce al nostro gesto una solennità inusuale e preziosa. Le siamo molto grati, professor Amato, perché lei oggi rende qui visibile il nesso fortissimo che lega – nella nostra amatissima Carta – ricerca, cultura e antifascismo. L’articolo 9 mette la ricerca e la cultura tra i principi fondamentali della Repubblica al fine di rafforzarne la tenuta democratica. E la cultura va intesa soprattutto come senso critico, come strumento per una consapevole resistenza al potere. La cultura che, come diceva Claudio Abbado, serve a giudicare chi ci governa.

D’altra parte, l’idea che attraverso la cultura ci si possa opporre alla concretezza ferrea di un presente dominato da un pensiero unico è stato un tratto fondamentale del nostro antifascismo. Già nel 1925 Carlo Rosselli (il Rosselli a cui è intitolato il piazzale davanti a questa sede della nostra università) aveva scritto a Gaetano Salvemini che «di fronte al progressivo consolidarsi del fascismo, la nostra sistematica opposizione corrisponde ad un regolamento di conti fuori dalla storia: forse non avrà apparentemente nessuna positiva efficacia; ma io sento che abbiamo da assolvere una grande funzione, dando esempi di carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi, e sulla quale e per la quale dobbiamo lavorare». Ecco, dunque, a cosa servono le dediche di queste aule: a dare esempi di carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi, e sulla quale e per la quale dobbiamo lavorare. Una bella definizione di università: anche troppo aderente ai tempi che ci è dato di vivere.

La presenza di Nadia Fusini ci aiuta ad entrare in relazione con questo canone, ce lo traduce in una forma viva, accostevole, amichevole. E tra poco l’Aula Magna in cui Nadia avrà appena ricevuto la sua laurea ad honorem, verrà dedicata per sempre a Virginia Woolf, alla quale ella ha dedicato così tanta parte dei suoi studi, delle sue traduzioni, della sua capacità di conoscere e amare. Virginia Woolf, ha da noi finalmente una stanza tutta per sé: la più importante di quelle che abbiamo. La qualità somma della sua letteratura, l’acutezza profetica della sua visione politica saldano nel modo più naturale le storie e i valori rappresentati in queste 24 aule.

Le mattonelle che alla fine scopriremo fuori dall’Aula Magna (e per le quali ringrazio il maestro Salvatore Puglia, che torna a rendere più bella la nostra università) recano due citazioni dalle Tre ghinee di Virginia Woolf, dedicate esplicitamente alla sua idea di università. Nella prima si legge: «E poi, cosa si dovrà insegnare nell’università nuova? Certo non l’arte di dominare sugli altri, non l’arte di governare, di uccidere, di accumulare terra e capitali […] ma l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri». E nella seconda si afferma che: «Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi». Mai come oggi sentiamo che nuove parole e nuovi metodi sono urgenti per fermare la guerra, per prevenirne di nuove e forse definitivamente distruttive. Ebbene, noi vorremmo essere ogni giorno un po’ più simili a quella università immaginata da Virginia Woolf: ideale, ma necessaria.

Siamo piccoli e abbiamo tutti i limiti degli umani (e anche quelli degli universitari – una singolare sottospecie di umani): ma, con tutte le nostre forze e con tutte le nostre debolezze, proveremo ad essere all’altezza della sfida che oggi lanciamo a noi stessi.

Grazie, davvero, a tutte e tutti voi.

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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One Comment on “Senza pensiero critico non c’è Università”

  1. Caro Montanari
    complimenti
    sarebbe anche bene ricordare una delle celebri frasi di Renato Cacciopoli :
    “un professore universitario ha per compito quello di preparare al meglio i suoi allievi per i concorsi, non quello di preparare al meglio i concorsi per i suoi allievi”

    una frase che come ben sai è ancora oggi NECESSARIA contro la malacaccademia che imperversa …
    fraterni saluti
    salvatore Turi Palidda
    https://independent.academia.edu/eunoturi/CurriculumVitae

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