La campagna elettorale in corso. È bene che avvengano gli scandali

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Oportet ut scandala eveniant. Il detto evangelico è fulminante: è necessario che si verifichino fatti sconvolgenti per uscire da una situazione confusa o pericolosa. Per questo le elezioni in corso sono di grandissima importanza: perché sono uno scandalo. Uno scandalo che, forse, aiuterà ad uscire dalla palude, dalla pappetta impolitica, in cui siamo sprofondati. I lati oscuri, sia costituzionali che politici, della crisi di governo si sommano al pandemonio delle candidature e al disfacimento delle alleanze; il “vuoto” dei discorsi politici si somma alla loro inutile pompa, ma lascia intravedere – qua e là – il “pieno” del conflitto politico-culturale, che è molto più profondo del conflitto elettorale, e che non è tematizzato; la manipolazione di temi come la guerra o la causa dell’impennata dei costi energetici è sempre più sfacciata. Per fare due soli esempi della non tematizzazione: il conflitto tra gli iscritti alla CGIL che votano Lega e l’indirizzo del movimento “democratico e progressista”, o quello tra gli abitanti dei quartieri urbani periferici e il medesimo indirizzo, in merito alla questione degli immigrati; oppure il conflitto tra la preoccupazione di moltissime famiglie verso la martellante campagna gender svolta sui programmi (televisivi) dedicati agli adolescenti o pre-adolescenti. Per non parlare della guerra in Ucraina, sulla quale ogni discussione è stata schiacciata dal giudizio inappellabile di “utili idioti” scagliato dai gazzettieri contro chi si limita a pensare le medesime cose del Vescovo di Roma. Più che uno scandalo, questa scomparsa impotente della politica “pensata” di fronte a quella solo “comunicata” è una emersione, un disvelamento, della malattia che colpisce la nostra civiltà da più di un secolo (per lo meno). Questa malattia, o comunque questo modo d’essere, è stata intuita con straordinaria preveggenza da Robert Musil, che la definisce come «la cacciata dell’ideocrazia, del cervello, il trasferimento dello spirito alla periferia, l’estremo problematismo». Dice Musil:

«Nei tempi in cui lo spirito rassomiglia a un mercato pubblico [nel] gran pandemonio d’oggigiorno, al cinematografo, al teatro, al concerto, sulla pista da ballo, in automobile, in aeroplano, nell’acqua, al sole, nei laboratori dei sarti e negli uffici dei commercianti si forma continuamente una immensa superficie, fatta di impressioni e di espressioni, di gesti, di atteggiamenti e di esperienze. […] Questa vicenda somiglia a un corpo velocemente rotante, dove tutto è spinto alla superficie e ivi si frammischia e si amalgama. Mentre l’interno rimane informe, ondeggiante e tumultuante. E [chi] avesse potuto figger lo sguardo negli anni futuri, avrebbe visto che millenovecentovent’anni di morale cristiana, milioni di morti in una guerra sconvolgente e una selva poetica tedesca che aveva cantato il pudore della donna non avevano potuto ritardare di un’ora il momento in cui gli abiti e i capelli femminili si erano accorciati e le fanciulle d’Europa per un certo tempo s’erano sbucciate nude come banane da millenari divieti. Anche altri cambiamenti avrebbe veduto, che mai gli sarebbero parsi possibili, e non importa sapere che cosa rimarrà e che cosa tornerà a sparire, quando si pensa agli sforzi enormi e probabilmente vani che sarebbero occorsi a promuovere un simile rivolgimento delle condizioni di vita scegliendo la via cosciente e responsabile del progresso spirituale attraverso i filosofi, i pittori e i poeti, invece di quella che passa attraverso gli avvenimenti della moda, i grandi sarti e il caso; perché se ne può dedurre quanto sia grande la forza creativa della superficie, paragonata alla sterile pervicacia del cervello. Questo, pareva ad Arnheim, è la cacciata dell’ideocrazia, del cervello, il trasferimento dello spirito alla periferia, l’estremo problematismo. Certo la vita è sempre andata per questa strada, ha sempre rifatto l’uomo dall’esterno verso l’interno; con la differenza però che prima ci si sentiva in dovere di produrre anche qualcosa dall’interno all’esterno». (L’uomo senza qualità, pp. 1439-1441)

Lo scandalo riguarda proprio questo punto: che «la via del progresso spirituale» che «passa attraverso gli avvenimenti della moda, i grandi sarti e il caso» (e gli uffici dei commercianti), anziché attraverso i filosofi e i poeti, ha mostrato la corda. La cacciata dell’ideocrazia non è più sostenibile perché ha creato un vuoto tale che non potrà non risucchiare, per colmarlo, la necessità «di produrre anche qualcosa dall’interno all’esterno» in modo cosciente e responsabile.

Ma chi lo farà? I soggetti politici non coltivano più la pervicacia del cervello. Sono parte integrante dell’immensa superficie rotante. In questo hanno trovato la loro morte. E allora: dove cercare i filosofi e i poeti che proveranno a trattenere gli ultimi brandelli dell’ideocrazia? Dove cercare i luoghi dove, invece della propaganda, si pratichi la critica che accumula, chiarifica e cerca il filo che sbrogli la matassa?

Gli autori

Mario Dogliani

Mario Dogliani, già professore di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, è socio dell’Accademia delle scienze di Torino e componente della direzione di numerose riviste giuridiche. È vicepresidente del Centro studi per la riforma dello Stato.

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