Il disastro della politica estera Usa. E noi?

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1.

All’inizio di questo nuovo secolo, si sviluppò negli USA un dibattito tra gli esperti di geopolitica sulla strategia da adottare verso la Cina: già allora era evidente che lo sviluppo economico cinese e il ruolo politico crescente che la Cina stava assumendo in virtù di quell’enorme progresso economico e tecnologico entravano in rotta di collisione con la pretesa americana di essere una sorta di Stato mondiale capace di dominare tutti gli altri, dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica. Si delinearono così tre diverse visioni.

Kaplan sostenne l’inevitabilità di un confronto diretto: esso avrebbe dovuto ripercorrere la strategia della guerra fredda che aveva condotto al crollo dell’URSS. In quest’ottica gli USA avrebbero dovuto creare momenti e luoghi di attrito, in modo da obbligare l’avversario cinese a dirottare i suoi sforzi dall’espansione dell’economia e dei commerci internazionali al rafforzamento militare. Era lo stesso percorso che aveva condotto l’Unione Sovietica di Breznev alla stagnazione economica e politica, fino al crollo successivo. Naturalmente in questo schema c’erano evidenti carenze di analisi delle differenze sostanziali tra l’URSS degli anni ’80 e la Cina del nuovo secolo; basti pensare, in particolare, al ruolo economico cinese all’interno del processo di globalizzazione. La seconda proposta, formulata da Pinkerton, era quella di adottare la strategia del terzo che trae vantaggio dai conflitti altrui: in questo caso i modelli storici di riferimento erano le due guerre mondiali sul campo europeo. In particolare, nella prima guerra gli USA, dopo aver sostenuto e foraggiato i paesi dell’Intesa (e in primo luogo il Regno Unito), si erano decisi a intervenire solo nella fase conclusiva per raccogliere i risultati della vittoria sia sul piano economico, sia su quello politico. Nella seconda guerra il coinvolgimento americano in Europa era stato più prolungato e diretto, anche se lo sforzo bellico decisivo era stato sostenuto dall’Unione Sovietica, che aveva ricevuto per questo aiuti ed equipaggiamenti per contrastare in modo efficace le armate naziste. Anche nello schema di Pinkerton c’erano evidenti sottovalutazioni delle contraddizioni che si erano sviluppate dopo i due conflitti mondiali: la rivoluzione bolscevica, dopo il primo, e l’enorme rafforzamento politico e militare dell’URSS, dopo il secondo. La terza proposta era quella formulata da Kissinger: fu proprio lui a suggerire a Nixon la politica di apertura verso la Cina di Mao Tse Tung in chiave antisovietica. Kissinger era, quindi, favorevole a sviluppare soprattutto una politica diplomatica e di dialogo con la Cina: non casualmente la scelta americana di un atteggiamento ambiguo sulla questione di Taiwan data in quel periodo nel quale egli aveva svolto un ruolo cruciale in politica estera. Kissinger non era e non è evidentemente un pacifista e un cultore della diplomazia, anzi: fu lui a suggerire a Nixon nel 1973 di appoggiare il golpe militare in Cile per evitare che l’esperienza del governo di sinistra di Allende potesse influenzare non solo la situazione sudamericana, ma anche quella europea e italiana, in particolare. Probabilmente con il suo atteggiamento dialogante Kissinger fidava nella tradizione cinese di proteggere la propria integrità territoriale e di espandere i commerci con l’esterno, senza sviluppare mire imperialistiche. Anche il suo schema scontava alcuni limiti evidenti: in particolare non sembrava prendere in considerazione che il dominio americano sul mondo non potrebbe resistere a lungo, se il ruolo economico e finanziario degli USA venisse messo in discussione dalla crescita esponenziale cinese.

D’altra parte, proprio in quegli stessi anni e in quelli successivi, la politica di potenza militare americana verso il mondo islamico ha evidenziato tutti i suoi limiti dopo la svolta impressa nel 2001 a seguito dell’attentato alle Twin Towers: sia in Iraq, sia in Afghanistan, i tentativi degli americani di costruire eserciti locali per farli combattere al posto loro si sono rivelati un fallimento totale.

2.

Questi elementi di dibattito e di confronto interno alla leadership americana possono forse essere utili anche oggi per comprendere la situazione attuale sia in Ucraina che nel mare della Cina. Con l’amministrazione Biden gli USA, mentre hanno chiuso in modo disastroso l’esperienza afgana, si sono proiettati nel conflitto sia con la Russia, sia con la Cina, oscillando nella loro politica concreta tra la strategia della guerra fredda di Kaplan verso la Cina e la strategia del terzo che gode di Pinkerton verso la Russia. Al di là di limiti e contraddizioni, questa oscillazione ha una sua logica: lo scontro sull’Ucraina riecheggia la tradizionale politica americana verso i conflitti europei. Gli ucraini in prima linea e l’Unione europea, per il momento dalle retrovie, si scontrano con la Russia assumendosi i gravi costi umani (l’Ucraina) e quelli economici che conseguono dalla guerra (l’UE). Quest’ultima, sotto l’egemonia tedesca ai tempi di Angela Merkel, aveva costruito una sua politica verso la Russia volta a utilizzarne le ampie riserve energetiche a basso costo per la produzione industriale: con la guerra questo presupposto fondamentale è saltato e le conseguenze economiche che si annunciano con l’autunno appaiono devastanti per la Germania, in particolare, ma anche per l’Italia e gli altri paesi agganciati alla locomotiva industriale tedesca. L’autonomia dell’Unione europea si sta riducendo sia sul piano politico, perché nessuna iniziativa viene prevista al di fuori della politica della NATO, evidentemente orientata dagli USA, sia sul piano economico, perché accanto al ridimensionamento industriale, si annuncia anche un forte indebolimento finanziario segnalato dalla netta svalutazione dell’euro rispetto al dollaro. Sull’altro fronte, quello con la Cina, invece, gli USA sembrano seguire la proposta di Kaplan e alimentano una sorta di guerra fredda, almeno per il momento, ribaltando la politica di Kissinger sulla non ingerenza nella questione taiwanese. Anche in questo contesto gli USA cercano di coinvolgere come possibili alleati la Corea del sud e il Giappone, oltre ai resti del Commonwealth (Australia e Nuova Zelanda), ma ottenendo finora risposte solo parziali. Il Giappone, come la Germania in Europa, ha abbandonato la tradizionale prudenza nel campo degli armamenti, decidendo di stanziare molto denaro per rafforzarsi militarmente. La Corea ha partecipato alle consuete manovre congiunte con le truppe americane. Ma sia il Giappone, sia la Corea si sono dimostrati preoccupati e disturbati dalle visite americane a Taipei. Taiwan sembra adattarsi ad assumere un ruolo simile a quello dell’Ucraina, ma in un contesto di guerra che appare fredda, almeno per il momento.

Certamente Ucraina e Taiwan sono due realtà geografiche, storiche e politiche molto diverse: ma c’è un aspetto che stranamente le accomuna. In tutte e due, infatti, è presente una componente politica, culturale ed economica che è schierata diversamente in questo quadro di conflitti. In Ucraina c’era e c’è una parte che era ed è contraria al conflitto verso la Russia che si è aperto nel 2014: è presente nel Donbass, ma anche in altri distretti e persino in molte istituzioni, come testimoniano le frequenti e ampie epurazioni condotte dal governo ucraino. A Taiwan il vecchio partito del Kuomintang dal 2008, insieme ai suoi alleati, ha sostenuto una posizione morbida verso la Cina popolare, in contrapposizione col partito attualmente al governo e si è mostrato disponibile a un confronto diplomatico. D’altra parte, le comunità della diaspora cinese – e Taiwan tra queste – sono state un potente fattore di sviluppo e inserimento della Cina nel processo di globalizzazione. La maggior parte degli scambi commerciali taiwanesi avviene oggi proprio con la Cina continentale.

Quale sarà lo sviluppo di questa situazione complessa? Nessuno è ovviamente in grado di prevederlo, ma ci sono anche altri elementi che possono complicare le scelte geopolitiche degli USA. Alcuni sono interni all’America stessa: mentre il suo dominio militare sembra ancora molto forte, non altrettanto si può dire della sua potenza economica, a differenza dei periodi delle due guerre mondiali oppure degli anni ’80 del secolo scorso. Anche sul piano finanziario il dominio del dollaro costruito tra gli anni ’70 e i ’90 sembra oggi meno solido di fronte all’emergere di nuove potenze economiche e finanziarie come la Cina, ma non solo. Non è quindi un caso che, di fronte alla guerra ucraina, si sia rinsaldata l’egemonia americana sull’Europa e, in occasione della crisi nel mar della Cina, si siano confermate le tradizionali alleanze tra USA, Corea del sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda; però allo stesso tempo il “resto del mondo” (non solo Russia e Cina) si è dimostrato molto tiepido, se non contrario, rispetto alla politica conflittuale americana. Questi schieramenti tendenziali possono creare dei limiti anche al tradizionale dominio finanziario del dollaro sul commercio e sulla finanza internazionali, come in parte sta già avvenendo. Gli Stati Uniti che intervennero nella Prima guerra mondiale e quelli che parteciparono alla Seconda erano un paese forte economicamente, ma anche molto unito politicamente. Gli USA attuali sono invece un paese molto diviso socialmente e politicamente, percorso da conflitti e tensioni che hanno già sfiorato meno di due anni fa una sorta di guerra civile. Quelle tensioni e quei conflitti non sembrano oggi per nulla superati: le elezioni di mezzo termine, ai primi di novembre, ce ne daranno una misura indicativa.

3.

Se questa analisi, sicuramente schematica e superficiale, ha comunque una qualche utilità, viene da chiedersi come essa si cali dentro il dibattito politico elettorale del nostro sfortunato paese. Credo che la risposta più attendibile l’abbia data Mario Draghi, intervenendo al convegno di Comunione e Liberazione con la sua tradizionale arroganza dissimulata sotto un lessico gesuitico: qualunque sia il governo che si formerà dopo le elezioni di settembre, la sua politica economica è già stata determinata dalla Commissione europea e la sua politica estera (e militare) è già stata determinata dalla NATO.

Il nostro compito, il compito di coloro che non si rassegnano ad accettare il presente come unica dimensione politica, sarà dunque, almeno sul piano interno e al di fuori della competizione elettorale, quello di provare a incrinare questa granitica sicurezza. Ma questo è un altro discorso.

Gli autori

Riccardo Barbero

Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora con i siti workingclass.it e volerelaluna.it

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