Rohingyas e Rojava: il crimine del silenzio    

Volerelaluna.it

05/08/2022 di: e

Forse non è strano, né inatteso, ma certo è molto grave, che in questa estate – occupata a tempo pieno da siccità che obbligano a ricordarsi della emergenza climatica, dalle cronache di una guerra sempre più “globale” per i suoi attori e retroscena al di là dei localismi tragici delle vittime, da una crisi di governo senza orizzonti – i popoli che vengono evocati nel titolo non facciano parte delle cronache, e tanto meno delle politiche mainstream. E neppure, in fondo, degli interessi dei “democratici”. Sono troppe le cose in cui ci si dovrebbe lasciar coinvolgere. E loro, questi popoli, sono molto piccoli, non coincidono neppure con Stati, sono spersi in scenari regionali complessi, densi di conflitti e regimi più o meno dittatoriali più svariati: i Rohingyas sono un popolo-etnia oggetto di genocidio da parte di uno dei regimi militari di più lunga durata, il Myanmar, nel cuore dell’ASEAN, coinvolgendo più direttamente Bangladesh e Cina; Rojava è una comunità-popolo-regione che ci porta più vicino, tra Siria, Iraq, Turchia.

Proporli come promemoria di interesse fondamentale, al di là della marginalità geopolitica, in questa estate non è tuttavia un esercizio generico: tra il 22 ed il 24 luglio gli eventi che hanno avuto questi popoli come protagonisti rappresentano chiavi di lettura, e domande di fondo, per qualsiasi “discorso di civiltà” che si voglia fare: tanto più in una stagione politica globale così massicciamente avviata (con le evoluzioni della NATO, delle politiche asiatiche e mediorientali degli USA, degli squilibri energetici) verso la cancellazione pura e semplice degli “umani” dal mondo dei diritti collettivi.

1.

Il 22 luglio la Corte internazionale di Giustizia ha respinto, praticamente all’unanimità (su un solo punto formale la maggioranza dei giudici votanti è stata di 15 a 1) le obiezioni sollevate dallo Stato del Myanmar contro la sua incriminazione per genocidio del popolo-etnia dei Rohingyas proposta dallo Stato del Gambia. La Corte può ora procedere contro lo Stato del Myanmar, anche a prescindere da eventuali veti posti da Cina e Russia a livello del Consiglio di Sicurezza. Si applica infatti alla lettera l’art. 9 della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio: per opporsi al rischio di impunità per un delitto tanto grave, ogni Stato firmatario può farsi carico di chiedere il giudizio dello Stato ritenuto responsabile. Come mai uno Stato così irrilevante come il Gambia, e così lontano, si è fatto avanti, tra tutti gli Stati firmatari (tutti i “nostri” Stati civili e democratici…), sostenuto da un gruppo internazionale di giuristi di supporto, per farsi rappresentante di un gruppo umano senza nessun rapporto, che non fosse quello di essere “umano”?

L’esistenza documentatissima di una situazione di genocidio contro i Rohingyas era stata resa pubblica dalla sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli già nei mesi immediatamente successivi all’evento più drammatico del processo genocidario: la migrazione forzata di più di 700.000 persone, in condizioni che restano per il loro orrore tra le documentazioni giornalistiche e fotografiche più “classicamente tragiche” di questi anni. Da quel settembre 2017, sempre più sistematicamente la realtà del genocidio era divenuta una “evidenza” indiscutibile, oggetto di rapporti sui maggiori quotidiani USA, inglesi, canadesi (l’Italia, con la sola eccezione di punti di interesse da parte de il manifesto, è stata rigorosamente assente sia giornalisticamente, che nella politica nazionale ed europea). È chiaro che se uno qualsiasi dei Paesi internazionalmente rappresentativi (che ora dicono di appoggiare dall’esterno la decisione della Corte) avesse preso l’iniziativa, il percorso di accettazione da parte della Corte sarebbe stato più probabile. E sarebbe sicuramente diverso il lungo cammino di giustizia che sta di fronte. Anni.

Eppure il 22 luglio è celebrato in tutti i paesi (Italia? UE?) come una data storica. È come se si fosse rotto un tabù: si afferma che è possibile dare visibilità ed esistenza di diritto a delle vittime, e dare al diritto, concretamente, una priorità sugli squilibri della politica. La “gravità” della decisione della Corte è stata drammaticamente confermata dalla condanna-esecuzione di quattro leader della opposizione-resistenza in Myanmar: prima decisione di questo tipo dopo decenni, in uno Stato che per altro non ha esitato a reprimere nel modo più brutale i movimenti di opposizione. La protesta internazionale contro questa arroganza e disprezzo del regime militare è stata unanime: ma le conseguenze? Rimarranno sulla carta: Myanmar è una nazione che fa riferimento alla Cina, e le promesse di supporto degli USA e di Inghilterra, o della UE, non andranno al di là delle parole. La storicità del 22 rimane: un paese che non conta ha detto a voce alta che i “fatti” della storia dei popoli non possono essere lasciati alla interpretazione dei poteri statali esistenti, né dei loro calcoli ed equilibri. È fin troppo chiaro che la domanda posta da Gambia-Rohingyas è provocatoria: apertura di un capitolo che era da sempre in attesa, e interessa tutto l’ordine degli Stati rispetto a quello dei popoli: è una storicità che guarda avanti. Che sfida le dottrine e le convenzioni internazionali, e perciò anche, ovunque, giuristi e accademici, a creare strumenti che permettano ai “casi simbolici” di diventare regola. E di esplicitare senza mezzi termini che se questo non succede , il futuro sarà ancor più probabilmente solo tempo di violenze senza spiragli di giustizia.

2.

Il 24 luglio, nel decimo anniversario della costituzione del loro paese libero e democratico, sono state assassinate dalle forze turche, di ritorno da una riunione regionale del Forum for the Women Revolution, Jayan Tolhildan, Ron Xabur, Barin Botan tre delle leader del popolo che nel Rojava rappresenta l’unica, incredibile, creativa resistenza alla guerra e alla violenza complessiva degli Stati-dittature della regione (unica forza anche che ha sconfitto l’ISIS, per essere abbandonata subito dopo dalle “nostre” democrazie, USA in primis).

Nessuna eco. La Turchia non si tocca. Non importa quello che fa. Al proprio interno. Con i migranti. Giocando a fare da mediatore tra non importa chi. Dentro-fuori la NATO. Ocalan, il leader dell’opposizione cui anche il Rojava fa riferimento è stato “consegnato” alla Turchia dall’Italia. La storicità di questa data – per un assassinio così mirato, allo stesso tempo strategico, simbolico, di sfida per dimostrare che non ci sono limiti all’ipocrisia del non riconoscere una ingiustizia che arriva all’orrore – è quella del “crimine del silenzio”. Che non rientra nelle categorie del diritto penale. Non prevede nessuna corte. I suoi mandatari sono perfettamente noti, così come i protagonisti. Fa parte di quel rischio di degrado di civiltà ricordato sopra e denunciato con la sua iniziativa dal Gambia. È per quello che si è pensato di unire nel promemoria due popoli così infinitamente diversi. Entrambi candidati a un genocidio che combina la eliminazione fisica e, goccia a goccia, il soffocamento della loro r-esistenza: con la certezza della impunità.

Per augurare ai Rohingyas una giustizia che sia da “scuola” per il diritto internazionale: non in tempi-senza-tempo, perché la giustizia non sia un giudizio su un passato, ma una garanzia di futuro. Perché per le donne del Rojava (che più di non importa quale movimento rappresentano, nel modo più radicale, il diritto al femminile) possa esserci una “rivolta” della società civile per vincere il “crimine del silenzio”, in nome del quale tanti anni fa Sartre e Bertrand Russell inventarono i tribunali dalla parte dei popoli, trasformati da Lelio Basso in un compito-priorità di sempre, perché in una realtà globale dominata da poteri, statali o privati, che considerano gli umani una “variabile dipendente”, c’è sempre bisogno di un tribunale permanente, che riconosca ai popoli, come soggetti e non vittime della storia, almeno la giustizia della visibilità e della parola.