A proposito dei due mandati parlamentari

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Alla fine, sembra che Conte si sia risolto a cedere alla richiesta di Grillo di tenere fermo il limite dei due mandati, senza deroghe di sorta. Alle prossime elezioni il M5S rinuncerà a candidare nelle proprie liste alcuni dei suoi nomi e volti più noti: dal presidente della Camera Roberto Fico alla vice-presidente del Senato Paola Taverna, dall’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro al ministro per i rapporti col Parlamento Federico D’Incà (datosi nel frattempo alla fuga, per motivi probabilmente non estranei a questa decisione). Ritorno ai principi? Impellente bisogno di esibire la “diversità” grillina, sul piano morale, prima ancora che politico, dopo una lunga esperienza di governo che l’aveva decisamente annacquata? Il tetto al numero dei mandati non riguarda, in verità, solo i 5Stelle. Un limite di tre mandati consecutivi come parlamentari nazionali o europei è, ad esempio, contemplato anche dall’attuale statuto del PD, per quanto temperato dalla previsione di deroghe deliberate dalla Direzione nazionale.

La ratio di simili disposizioni è facilmente intuibile: garantire il ricambio della classe politica, l’apertura a nuove idee ed energie; arginare la tendenza al formarsi di una “casta” di politici di professione per i quali la preoccupazione per la carriera rischia di prevalere su qualsiasi motivazione ideale. La previsione di un limite al numero dei mandati può tuttavia anche rivelarsi l’ennesimo tassello di una gestione oligarchica dei partiti, quando si affidi ai loro organi dirigenti il potere – largamente discrezionale – di concedere deroghe all’uno o all’altro parlamentare uscente (come avviene in casa PD). O quando il principio della rotazione delle cariche vale per tutti, ma non per “capi politici” e “garanti”, che sono così posti nelle condizioni di mantenere un ferreo controllo sul loro partito impedendo la crescita e il consolidarsi di un gruppo dirigente stabile (come nel caso del M5S).

Detto questo, è apprezzabile, nel caso dei grillini, che non siano state previste eccezioni all’ultimo minuto. Se la regola c’è, deve valere per tutti. Se si pensa che sia difettosa e alla fin fine controproducente, bisogna avere il coraggio di modificarla o abolirla. Proprio questo è il tema su cui può essere interessante riflettere: si tratta di una buona regola? Sarebbe auspicabile prevedere per legge un tetto al numero dei mandati valido per tutti i partiti, come Beppe Grillo chiedeva fin dal 2007, quando raccoglieva le firme per una legge di iniziativa popolare su questo tema (mai discussa dal Parlamento)? Può essere questa la strada – una delle strade – per ridurre le distanze tra sistema politico e società e per restituire un soffio di vita alle nostre esangui istituzioni democratiche?

Nel caso dei 5Stelle va detto che la regola dei due mandati è stata fin dagli albori parte integrante di una peculiare concezione della democrazia, ispirata al mito della disintermediazione e del “direttismo”. Gli eletti avrebbero dovuto concepirsi e agire come meri portavoce dei loro elettori e limitarsi a fare da tramite alle loro proposte. La piattaforma Rousseau contemplava due specifiche aree, Lex Parlamento e Lex iscritti, finalizzate a consentire agli iscritti (non a tutti gli elettori, quindi) di controllare e guidare le scelte dei rappresentanti, tenuti a recepire le modifiche suggerite dagli attivisti alle loro proposte di legge e a far proprie le proposte redatte direttamente dai militanti. Un modo per introdurre una sorta di mandato imperativo, in barba all’art. 67 della Costituzione, e per sperimentare una inedita forma di democrazia diretta, in versione elettronica. In questo quadro il limite al numero dei mandati risultava perfettamente coerente: se inteso come semplice portavoce ed esecutore della volontà dei cittadini, il rappresentante risulta effettivamente intercambiabile con altri esponenti del gruppo.    

Di fatto, il modo in cui i parlamentari del M5S hanno assolto in questi anni al loro mandato è stato ben diverso. Anche al di là del graduale venir meno della centralità della piattaforma Rousseau e dei conflitti intorno alla sua gestione, difficilmente deputati e senatori avrebbe potuto limitarsi a un ruolo notarile, di semplice registrazione della volontà espressa dalla base. Innanzitutto perché questa volontà era difficilmente identificabile: i commenti alle proposte di legge caricate su Lex Parlamento, postati da singoli utenti senza possibilità di dialogare tra loro, erano spesso sconclusionati e contraddittori. E meno male che i parlamentari si sono assunti la responsabilità di fare delle scelte e di mediare tra le varie istanze, per mantenere la coerenza della loro proposta politica. Ma anche su Lex iscritti, la sezione specificamente dedicata alla democrazia diretta, che ospitava le proposte di legge scritte dagli attivisti, il filtro affidato ai portavoce, tenuti a selezionare le proposte in base a vari criteri, tra cui quello della “coerenza” con i valori del movimento, non è mai stato esclusivamente tecnico, né scarsamente significativo. In base ai dati forniti da Danilo Toninelli, allora capogruppo alla Camera e responsabile di Lex iscritti, delle 6223 proposte redatte dai militanti tra luglio 2016 e giugno 2017 solo 990 (il 15% circa) ha superato lo screening effettuato dai portavoce, a cui era consentito tra l’altro espungere proposte sgradite catalogandole tra le “materie complesse”, sottratte alle decisioni dei cittadini (si veda l’analisi di M. Deseeris al link: https://www.jedem.org/index.php/jedem/article/view/471). Questi numeri danno l’idea del ruolo di mediazione effettivamente esercitato dai rappresentanti, con buona pace del mito della “restituzione dello scettro” ai cittadini. Niente di male, viene da dire. Agli eletti in una moderna assemblea rappresentativa si richiede proprio la capacità di dare forma alle aspirazioni della propria base, articolarle, mediarle tenendo conto della complessità dei problemi e dei bisogni anche di altri settori della società. Un compito che richiede, per essere esercitato, capacità ed esperienze maturate dentro e fuori alle istituzioni, non sempre facilmente rimpiazzabili.

E dunque? Crollato il sogno della democrazia diretta, dovrà essere lasciata cadere anche l’idea di stabilire un limite al numero dei mandati? Non necessariamente. Il raggiungimento di un equilibrio tra il vecchio e il nuovo, esperienza nelle istituzioni e nei luoghi caldi del conflitto sociale, dovrebbe essere nell’interesse di ogni gruppo politico, pena la sclerotizzazione e l’autoreferenzialità. Ma non è detto che l’unico, o il più efficace, strumento per svecchiare la rappresentanza consista nel divieto del cumulo dei mandati che, se applicato in modo rigido, rischia di rivelarsi disfunzionale e, se interpretato in modo elastico, rischia di fungere da foglia di fico per la solita cooptazione dei fedelissimi. A un ricambio del ceto politico potrebbe contribuire, ad esempio, una legge elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scegliere i loro rappresentanti, attraverso l’espressione di un voto di preferenza. Un diritto che l’attuale legge, notoriamente, non garantisce, né nella parte maggioritaria né in quella proporzionale. Di fronte al penoso spettacolo del mercanteggiamento dei collegi “sicuri” ambiti da leader e leaderini privi di qualsiasi sostegno popolare, viene da chiedersi se non sarebbe meglio affidare ai cittadini e alle cittadine il compito di decidere se prolungare o meno la carriera politica di Renzi, Di Maio, Fico. Senza nessuna garanzia sulla qualità della scelta, beninteso. Ma per lo meno senza la sgradevole certezza che i giochi siano fatti in anticipo nelle segrete stanze, in base a criteri che con la democrazia hanno davvero poco a che fare.

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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One Comment on “A proposito dei due mandati parlamentari”

  1. abbiamo visto gli effetti di quella che chiamano “democrazia diretta” (le virgolette sono d obbligo).

    voti un giovane che dal nulla diventa ministro.
    zero esperienza di politica, di educazione, di professione e di vita, viene catapultato alla guida di un paese.
    tutto facciata: i discorsi li legge, sono scritti da altri . contenuti politici zero, visione zero.

    va dove tira il vento. ambizione a mille. c’ha preso gusto.

    voleva aprire il parlamento come una scatola di tonno, adesso parla in terza persona “per il bene del paese il ministro ha deciso di…”. nemmeno fosse Churchill.

    se é vero che serve uno sbarramento al 3%, é ancor piu vero che serve uno sbarramento all incompetenza.

    per contro, le persone COMPETENTI dobbiamo tenercele piu di 2 mandati.

    questa é la lezione di questa legislatura.

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