Le parole non sono neutre (a proposito di distinzione di genere)

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Il 27 luglio si è discusso, in Senato, di alcuni emendamenti al testo della Riforma del Regolamento del Senato a seguito della revisione costituzionale concernente la riduzione del numero dei parlamentari (Doc. II, n. 12), in particolare della proposta numero 5.0.200 [già 5.7 (testo 2)] della senatrice Maiorino di aggiungere come articolo 5 bis il seguente testo, con la rubrica Disposizioni per l’utilizzo di un linguaggio inclusivo: «1. Il Consiglio di Presidenza stabilisce i criteri generali affinché nella comunicazione istituzionale e nell’attività dell’Amministrazione sia assicurato il rispetto della distinzione di genere nel linguaggio attraverso l’adozione di formule e terminologie che prevedano la presenza di ambedue i generi attraverso le relative distinzioni morfologiche, ovvero evitando l’utilizzo di un unico genere nell’identificazione di funzioni e ruoli, nel rispetto del principio della parità tra uomini e donne. […]». La proposta, votata a scrutinio segreto, ha ottenuto 152 voti favorevoli, 60 contrari e 16 astenuti, non sufficienti a raggiungere la maggioranza assoluta necessaria per approvare l’emendamento.

Prendo una delle condivisioni della notizia sui social, quella a opera del profilo verificato del Corriere della Sera (https://www.facebook.com/corrieredellasera/photos/a.284654007529/10160205813272530), e scorro i commenti (di utenti di ogni genere), che riporto qui senza alcuna correzione al testo originale.

  • Ci mancava la Presidenta del Senato
  • …oggi ho l’appuntamento dal dentisto !!! Che orrore però se dobbiamo cambiare, cambiamo tutto !
  • Ma perché dire “Senatora” sarebbe parità di genere?
  • La parità di genere non è certo questo! Servono i fatti!
  • Chi fa queste proposte, pensando che così si favoriscono i diritti delle donne, è da sottoporre a TSO
  • Penso che ci siano questioni più urgenti e sopratutto importanti, che mettere una A o una O alla fine delle parole… Dai su, ragazzi, ma veramente siamo fermi a questo punto in Italia? L’inglese (una su tutte) non ha il femminile/maschile delle parole…
  • Coi mega problemi, debito pubblico monster, inverno al freddo e buio , inflaziine alle stelle , son baggianate da fare? Queste?
  • ! La cosa importante è il rispetto, anzi usare il termine generico è proprio segno di “parità” perché non distingue tra i generi. Altrimenti dovremmo anche abolire l’utilizzo del nome Andrea per le donne… o va bene solo perché termina con la a
  • Per la Boldrini : queste di certi nomi da mettere al femminile sono solo chiacchiere da voltastomaco . Se veramente si vuole valorizzare la figura della donna si incominciasse a non discriminarle nel mondo del lavoro specialmente nel privato, dove spesso e volentieri le giovani spose non sono assunte perché potenziali mamme a cui spetterebbero i periodi sacrosanti di esonero dal lavoro della gravidanza e del puerperio. A questo poi si aggiunga la parità di salario, il divieto legale delle molestie sessuali, gli avanzamenti di carriera, etc etc etc etc etc etc etc etc etc etc. e mi fermo qui per ora!!!!! Sempre per la Boldrini : mettere la “a” al posto della “o” al titolo di certe professioni per una questione di parità tra i sessi fa ridere i pulcini colorati alla festa del paese. Bisogna fare i fatti, la favoletta del genere dei nomi vada a raccontarsela davanti allo specchio vedrà che neanche lei se la sciropperà
  • È sufficiente conoscere la Lingua Italiana per decidere… poi se la lingua si evolve non lo decide certo un politico
  • Giusto, ma perché non cambiare anche Guardia in Guardio? Mi raccomando continuate a lavorare alacremente su questo tema “È l’Italia che ce lo chiede”
  • Ma chi se ne frega, SOPRATTUTTO LE DONNE se ne strabattono , sono troppo intelligenti per farsi attrarre da certe idiozie .

Ignoranza esibita senza ritegno – e livello di istruzione ben intuibile dall’uso delle faccine (visibili al link del Corriere sopra segnalato), che mia figlia quattordicenne definirebbe senza dubbio assai cringe –; benaltrismo, aggressività: nulla sembra essere cambiato rispetto a quanto riportavo in Femminili Singolari (effequ), il libro del 2019 in cui mi occupavo proprio di questo argomento.

Da una parte, dunque, sento un senso di desolazione nel constatare che mediamente la popolazione italiana non è, in questi anni, diventata linguisticamente più competente. Intanto, nonostante la strenua opera di divulgazione messa in atto, la maggior parte delle persone continua a ignorare l’esistenza di nomi di genere fisso, di genere comune, ambigeneri e di genere mobile; nozione che permetterebbe di non dire sciocchezze come “dentisto” (che è nome di genere comune, e di conseguenza necessita solo di cambiare l’articolo e le reggenze attorno a esso, cfr. https://dizionaripiu.zanichelli.it/cultura-e-attualita/le-parole-del-giorno/parola-del-giorno/femminile/). Dopodiché, si continua a cavalcare un’inutile e inesistente contrapposizione tra fatti e parole: non è che occuparsi delle parole voglia dire ignorare i problemi pratici; più semplicemente, le istanze possono andare a braccetto, darsi man forte a vicenda, oppure ostacolarsi altrettanto vicendevolmente. Chi continua a fare discorsi benaltristi, del genere “i problemi delle donne sono ben altri”, per l’appunto, molto spesso non sta facendo assolutamente nulla per suddetti problemi, ma al massimo pratica il famoso sport olimpico del “sollevamento obiezioni”: dalla comodità del proprio divano, sentenzia su quello di cui ci si dovrebbe occupare o, ancora meglio, di quali istanze si dovrebbero occupare le “vere donne”, quelle che possono ambire al bollino blu Chiquita di donnità, ovviamente conferito dal genere maschile. Volevate un esempio di mentalità patriarcale? Eccolo.

Lo studioso Pascal Gygax, assieme al suo gruppo di lavoro, ha scritto nel 2021 un bel libro, purtroppo al momento non tradotto in italiano, dal titolo molto esplicito: Le cerveau pense-t-il au masculin? – Cerveau, langage et représentations sexistes (https://livre.fnac.com/a15701417/Pascal-Gygax-Le-cerveau-pense-t-il-au-masculin-Cerveau-langage-et-representations-sexistes). Il testo si inserisce in un filone di studi più ampio che, nell’ambito della linguistica, della psicologia, della psicolinguistica e della sociolinguistica, raccoglie dati empirici sulle conseguenze d’uso del maschile sovraesteso – nelle lingue con genere grammaticale, come quelle romanze – sul pensiero. Checché ne dicano alcuni studiosi nostrani (cfr. ad es. https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/un-asterisco-sul-genere/4018), il maschile sovraesteso non viene decodificato dal nostro cervello come neutro, ma finisce per creare dei bias, delle inclinazioni, inconsapevoli, che manipolano la nostra visione del mondo. A tale proposito, si veda anche il bel TED della psicologa americana di origine bielorussa Lera Boroditsky, How language shapes the way we think (https://www.ted.com/talks/lera_boroditsky_how_language_shapes_the_way_we_think?language=it), che bene spiega quanto il nostro cervello “pensi linguisticamente”, e di conseguenza quanto l’uso di questa o quella parola possa cambiare letteralmente forma al nostro pensiero. In una società di stampo patriarcale come la nostra, il potere ha, al momento, e da secoli, forma maschile; il linguaggio, dunque, non può che puntare a perpetuare questo “ordine sociale”, con chi detiene il potere che mostra fastidio perfino per una questione, quella linguistica, che quelle stesse persone bollano come “irrilevante”, salvo poi opporsi strenuamente a ogni possibile cambiamento. Lingua e potere: un intreccio gordiano, che peraltro la maggior parte della società viene portata a ignorare, preferendo pensare che il “si è sempre detto così” configuri una legge divina e immutabile. E invece, lo sanno bene coloro che queste questioni le studiano, il linguaggio non è altro che il prodotto della mentalità della società che lo ha creato (anche se, al contempo, può concorrere anche a cambiare tale mentalità).

Ma mentre i due punti precedenti erano da me già stati verificati durante il lavoro di ricerca per il libro del 2019, il dato ancora più evidente è che negli ultimi tempi ci sono perfino meno remore a scrivere e a condividere commenti non solo beceri e disinformati, ma anche violenti. Ho la sensazione che stiamo assistendo ai prodromi di ciò che accadrà prossimamente, quando le destre, che appaiono alimentarsi della rabbia e della paura che attanagliano buona parte della società italiana attuale, prenderanno il potere. Questo, ovviamente, piuttosto che farmi perdere d’animo, mi suggerisce di sforzarmi ancora di più per divulgare temi linguistici e sociali, in modo da dare strumenti di resistenza a chi, invece, non vuole cedere alle malìe di una narrazione xenofoba e ombelicale del nostro presente.

Aggiungo una osservazione per me rilevante: in realtà, ritengo che questa proposta di emendamento nasca già obsoleta. Oggigiorno, infatti, si discute già molto della necessità di ridefinire le categorie di genere, in modo da uscire da una prospettiva binaria, figlia del dimorfismo sessuale il cui avvento, ben più recente (e di conseguenza molto meno “naturale”) di quanto si possa pensare, è stato ben spiegato da Maya De Leo nel suo magistrale Queer. Storia culturale della comunità LGBT+ (2021, Einaudi). Di conseguenza, ritengo che si sarebbe dovuto puntare non tanto e non solo all’emersione del femminile e al riequilibrio dei due generi maschile e femminile, quanto a una riduzione del maschile sovraesteso (magari favorendo formule semanticamente neutre come i nomi collettivi, e usando “essere umano” o “persona” invece di “uomo”), all’uso corretto dei nomina agentis al femminile quando pertinenti, ma riconoscendo anche l’esistenza di generi “altri”, pur non arrivando magari ad adottare soluzioni sperimentali come l’asterisco, lo schwa o la u, che al momento non vedrei pertinenti in testi istituzionali, data la loro tutto sommato ancora bassa diffusione. Viste le reazioni isteriche ad assessora e ministra, direi che la mia idea sia ancora ascrivibile al mondo della fantascienza. Tuttavia, ricordiamo che la conquista di spazi linguistici implica la conquista di spazi mentali, culturali e sociali: per questo, citando Daniela Brogi (https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/lo-spazio-delle-donne-daniela-brogi-9788806250980/), abbiamo bisogno di continuare a impegnarci tanto sul fronte linguistico quanto su tutti gli altri, in modo non solo da conquistare, ma anche da mantenere saldo lo spazio delle donne e, perché no, di tutte le persone queer.

Gli autori

Vera Gheno

Vera Gheno, sociolinguista e traduttrice, insegna all’Università di Firenze, collaboratrice dell’Accademia della Crusca per vent’anni, dal luglio 2019 lavora per Zanichelli, di cui gestisce la parte linguistica del profilo Twitter.

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