Il “fronte costituzionale”: una via stretta e impegnativa

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La più rilevante incognita delle elezioni politiche del prossimo 25 settembre non riguarda tanto la vittoria della destra, assai probabile se non proprio scontata, quanto piuttosto la dimensione che tale vittoria assumerà.

Come messo in luce da numerosi commentatori, i meccanismi di funzionamento della legge elettorale in vigore – il famigerato Rosatellum, della cui mancata modifica la maggioranza che sosteneva il secondo governo Conte porta la gravissima responsabilità – operano in modo tale per cui i tre ottavi dei seggi sono attribuiti con formula maggioritaria al partito o alla coalizione di partiti che nei collegi uninominali otterrà almeno un voto in più degli altri e i restanti cinque ottavi con formula proporzionale a tutti i partiti che supereranno la soglia di sbarramento fissata al tre per cento. Ciò significa che la coalizione dei partiti di destra, stimata dai sondaggi tra il 45 e il 48 per cento su base nazionale, oltre a ottenere la metà circa dei seggi attribuiti con il proporzionale, prevarrà praticamente in tutti i collegi maggioritari, con la concreta prospettiva di ottenere, nel complesso, il 60-70 per cento dei seggi parlamentari in palio. Con il che, non solo potrà governare praticamente senza rischio di intralcio alcuno da parte dell’opposizione, ma, soprattutto, potrà cambiare la Costituzione a proprio piacimento, dal momento che, in base all’art. 138 Costituzione, la revisione approvata in seconda deliberazione con la maggioranza qualificata dei due terzi non è suscettibile di essere rimessa in discussione tramite richiesta di referendum costituzionale oppositivo.

È questa la ragione fondamentale per cui da diverse parti si stanno in queste ore avanzando appelli e proposte affinché tutte le forze non di destra si organizzino in una sorta di fronte repubblicano o costituzionale, che, essendo in condizione di contendere alla destra almeno una parte dei collegi uninominali, scongiuri il rischio della straripante vittoria dei nemici della Costituzione.

Di fronte all’oggettiva difficoltà, per non dire impossibilità, di dar vita a un’alleanza capace di andare dai fuoriusciti di Forza Italia a De Magistris, passando per Tabacci, Bonino, Renzi, Calenda, Di Maio, Pd, Mdp, M5S e la “bicicletta” rosso-verde, c’è chi ha proposto di provare a organizzare un grande patto di desistenza in forza del quale tali forze dovrebbero suddividersi i collegi uninominali in base ai sondaggi e dare tutte indicazione ai propri elettori di sostenere i candidati altrui ove non presenti i propri. Altri, di fronte all’evidente difficoltà di realizzare anche questa prospettiva, hanno proposto di far convergere i voti di tutti sui candidati uninominali del Pd, in cambio dell’impegno, da parte di questo partito, a candidare figure provenienti dalla società civile (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/07/28/una-proposta-per-salvare-almeno-la-costituzioneAzzariti/). Inevitabile, al cospetto di tali proposte, porsi una domanda: se è evidente che la destra rappresenta potenzialmente una minaccia mortale alla Costituzione del 1947, davvero possiamo essere certi che tutti i soggetti sopra richiamati come potenziali animatori del fronte costituzionale siano ascrivibili tra i difensori della nostra Carta fondamentale?

A ben vedere, tre ultime revisioni costituzionali dalle nefaste conseguenze – quella regionalista del 2001, quella introduttiva dell’equilibrio di bilancio del 2012 e quella sulla riduzione del numero dei parlamentari del 2020 – sono state firmate (anche) dall’area politica oggi riconducibile al Partito democratico e alle varie forze che oggi si collocano alla sua destra e alla sua sinistra; all’ultima revisione ha inoltre dato un contributo decisivo, come suo promotore, il Movimento 5 Stelle. Come se non bastasse, solo sei anni fa, nel 2016, una minaccia alla Costituzione d’inaudita gravità – la più grave della storia repubblicana, assieme a quella tentata dalla destra nel 2006 – fu propugnata ancora dal Partito democratico con la riforma Renzi-Boschi, fermata solo grazie all’esito vittorioso del referendum costituzionale oppositivo. Impossibile dimenticare, inoltre, che alcuni dei potenziali esponenti del fronte costituzionale non hanno disdegnato, negli ultimi anni, di condividere responsabilità di governo proprio con la destra da cui oggi dovrebbero difenderci: e non si tratta solo dei fuoriusciti da Forza Italia, ma anche di Di Maio e del Movimento 5 Stelle a guida contiana. Se a tutto ciò aggiungiamo la risalente mancata attuazione e la disattuazione della Costituzione imputabile a tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni – inclusi quelli dell’Ulivo e dell’Unione, senza dimenticare il Conte II – nel campo del lavoro, dell’istruzione, della salute, dell’assistenza sociale, della casa, delle pensioni, della lotta alla povertà, dell’ambiente, delle migrazioni, della giustizia, della guerra, e persino della partecipazione democratica, il sospetto è che ben pochi tra i potenziali candidati a comporre il fronte costituzionale davvero hanno le carte in regola per essere ascritti tra i difensori della Costituzione.

Dopodiché, è chiaro che il passato è passato e il tema che adesso urge sono le prossime, imminenti elezioni. È ben possibile che il rischio di una tsunami nero induca molti di coloro che in passato non hanno certamente posto la difesa e l’attuazione Costituzione tra le proprie priorità politiche a cambiare atteggiamento. E che, dunque, la prospettiva di un fronte costituzionale acquisisca forte e piena credibilità. Decisivo, però, è che ciò avvenga esplicitamente, tramite l’assunzione pubblica di un impegno nei confronti degli elettori che vincoli politicamente i suoi sottoscrittori, quantomeno, a non proporre per tutta la prossima legislatura modifiche di alcun genere alla forma di governo parlamentare vigente. Cambiali in bianco da elettori ne abbiamo firmate fin troppe, e affidarsi a intenzioni ipotetiche e mai apertamente assunte rischia di rivelarsi una pericolosa ingenuità.

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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One Comment on “Il “fronte costituzionale”: una via stretta e impegnativa”

  1. Decisamente necessario questo ” svegliatevi”! Perchè molti, pur se disillusi, sarebbero già disponibili a lasciare da parte remore e sconforti e accettare di nuovo aperture di credito… L’ analisi e la rammemorazione di Pallante ci riporta con la testa al giusto posto. Patto ferreo o si lascia perdere, perchè come ci ricordava giustamente l’ autore, la Costituzione ha subito mutazioni e ed è stata ignorata e offesa da chi oggi si sbraccia per difenderla.

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