La tragedia della Marmolada e i segnali della montagna

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È estremamente difficile affrontare il tema della sicurezza in montagna, soprattutto all’indomani di una tragedia così grave come la caduta dell’imponente seracco sul ghiacciaio della Marmolada, effetto collaterale dell’esponenziale cambiamento climatico che investe il Pianeta.

Siamo tutti corresponsabili di quanto sta avvenendo, in modo talmente veloce da poterlo vedere in diretta e non nel divenire delle generazioni. Ma le responsabilità hanno pesi e colpe diverse. Anche se tutti, in un percorso virtuoso ancora troppo distante, riuscissimo a correggere una serie di comportamenti/abitudini individuali, la cui somma genera una sensibile quota del killer dell’equilibrio climatico, sarebbe un risultato modesto rispetto all’inquinamento, spesso irreversibile, causato dalle guerre che offendono l’ambiente e l’umanità. Gli accordi internazionali sul clima ‒ dal Protocollo di Kioto del 1997 al COP 26 passando per lo storico e sostanzialmente disatteso (anche per lo schizofrenico comportamento USA) accordo di Parigi del 2015 ‒ non hanno dato concrete e incisive risposte alle aspettative e oggi, in un quadro politico sconvolto dalla guerra in Ucraina, le già deboli direttive vengono ribaltate con la decisione assunta da alcuni stati, come la Grecia e la Germania, di riaprire obsolete miniere di carbone. Possiamo/dobbiamo contenere il consumo dell’acqua mentre ci si lava i denti o si fa la doccia o si lavano i piatti ma il problema reale sono i ritardi strutturali nella manutenzione e ammodernamento della rete idrica, in molte aree obsoleta, che disperde il 36% dell’acqua potabile, perché la privatizzazione dei servizi idrici privilegia la rendita finanziaria delle varie società rispetto all’interesse pubblico. Il risultato del referendum sull’acqua del 2011 non è stato rispettato da quelle forze politiche che si riempiono la bocca di partecipazione/democrazia alla vigilia delle scadenze elettorali e poi si preoccupano solo della propria autoriproduzione individuale e di gruppo. E l’acqua, l’oro blu, genera profitti che le grandi società, alcune quotate in borsa, utilizzano per i dividendi a danno degli investimenti. In questo quadro, fortemente compromesso, è impervio trovare un percorso virtuoso.

Nel frattempo la Montagna ci osserva, manda segnali drammatici e importanti, che vediamo solo quando c’è la tragedia eclatante che “buca il video”. Poi tutto rientra nella logica del profitto a discapito dell’ambiente alpino, estremamente vulnerabile. Le montagne sono state tradite e sfruttate traducendo il concetto di sviluppo sostenibile in sviluppo finanziario con dissennati progetti edilizi, a prescindere dalle caratteristiche ambientali di territori alpini la cui principale qualità è l’unicità, e imponendo la visione della Montagna come un gigantesco luna park in cui tutto è possibile e permesso. Non è così e non deve mancare l’umiltà di capire che per entrare in empatia con la Montagna è necessario rispettarne l’ambiente, che l’esperienza si costruisce nel tempo, passo dopo passo, che il pericolo non deve mai essere sottovalutato, che alcune storiche regole sulla scelta degli itinerari, della necessaria attrezzatura e dell’osservazione delle condizioni climatiche non possono essere messe da parte. Ma molte volte anche l’esperienza e la valutazione corretta delle condizioni di sicurezza di un itinerario non sono sufficienti, perché il rischio in montagna può essere contenuto ma non eliminato, ed esiste sempre un margine di pericolo imprevedibile che negli ultimi decenni è andato via via aumentando, proprio per il surriscaldamento.

La caduta di un seracco è difficile da prevedere, rientra a pieno titolo nel margine del pericolo imprevedibile, perché l’area glaciale è un bacino dinamico e non statico, in continua trasformazione e movimento fino al punto di rottura di un equilibrio in precedenza consolidato. Il ritardo delle precipitazioni nevose ‒ un tempo la neve in quota cadeva già in autunno mentre ormai nevica in inverno avanzato ‒ come le sempre più modeste nevicate e la conseguente accelerata fusione del ghiaccio, aumentano dimensioni e pericolosità dei crepacci e rendono sempre meno sicuri i ponti di neve per il loro superamento. Nevicate modeste e tardive con i continui e irregolari sbalzi termici impediscono un solido assestamento del manto nevoso e la valanga può diventare, molto più che in passato, un rischio indipendentemente dalla stagione: basti pensare che il 15 settembre 2015 una valanga ha causato la morte di sette alpinisti impegnati nella classica salita al Dome de Neige des Ecrins.

Che fare e come continuare il nostro rapporto con la montagna come alpinisti, sci-alpinisti o escursionisti in queste devastanti condizioni climatiche che aumentano a dismisura i margini di rischio sui ghiacciai? Una regola importante è scegliere un itinerario sulla base non del proprio desiderio ma di una valutazione del margine di sicurezza che una vetta, o un’area alpina, presenta in quel particolare momento e la valutazione in loco deve rappresentare non la prima ma l’ulteriore possibilità di evitare rischi, imparando che rinunciare e fermarsi per tempo non svilisce ma rafforza il rapporto con la montagna di cui si è ospiti.

Non è facile affrontare il discorso sulla sicurezza in montagna, ma la decisione della Procura di Trento, che ha aperto un fascicolo per accertare eventuali responsabilità per disastro colposo nella caduta del seracco sulla Marmolada, dimostra una burocratica estraneità delle Istituzioni dalla complessità del rapporto con la Montagna.

Gli autori

Giovanni Vighetti

Giovanni Vighetti vive a Bussoleno ed è esponente del Movimento No Tav

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