Armi all’Ucraina: una ferita che resta aperta

Volerelaluna.it

06/07/2022 di: e

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un articolo di Livio Pepino con due domande, rivolte «agli amici che hanno indossato l’elmetto», sulla congruità dell’invio di armi all’Ucraina da parte della comunità internazionale e sul ruolo di quest’ultima in favore della pace e a tutela dei diritti umani nel mondo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/06/28/armi-allucraina-due-domande-agli-amici-che-hanno-indossato-lelmetto/). L’intento era quello di aprire un confronto su quel punto specifico: non l’unico implicato dalla guerra, ma certo tra i più rilevanti. Sino ad oggi l’invito è caduto nel vuoto. È, infatti, pervenuta un’unica risposta, di Pierluigi Sullo, che tratta, peraltro, di questioni generali (già da lui affrontate su queste pagine: https://volerelaluna.it/opinioni/2022/03/29/il-massacro-della-guerra-e-le-ragioni-della-resistenza/) assai più che dei temi proposti al confronto. Pubblichiamo in ogni caso, anche in vista di eventuali ulteriori interventi, lo scritto di Pierluigi Sullo con una replica di Livio Pepino. (la redazione)

 

Pierluigi Sullo

Caro Livio,
sono contento che tu proponga un dialogo e chieda «risposte pacate e sincere» alle domande che poni. Magari si potrebbe fare un passo avanti, anche se il tuo titolo non è gran che utile a questo scopo, perché «due domande agli amici che hanno indossato l’elmetto», meriterebbe una replica del tipo: «due risposte agli amici per i quali gli ucraini devono lasciarsi massacrare senza reagire».
Invece, penso ci si potrebbe attestare sull’opinione di un altro acerrimo avversario dell’invio di armi agli ucraini, Guido Viale, che ha avuto con il suo antico sodale Adriano Sofri un doloroso scambio, perché Adriano, che ora è a Odessa, pensa che sì, si devono aiutare gli ucraini anche con le armi, e ha di recente descritto l’incontro cortese e muro-contro-muro tra una delegazione di pacifisti italiani, tra cui Tonio Dall’Olio e un vescovo, e rappresentanti di tutte le confessioni cristiane della città sul Mar Nero, i quali letteralmente non capivano perché gli italiani si ostinassero a dire che agli ucraini le armi non bisogna darle (potete leggere tutto nella pagina Facebook di Sofri). Guido Viale ha scritto una cosa che Sofri ha riprodotto nella sua pagina di FB. Scrive Guido: «Anche nel vasto e vincente, anche se non maggioritario, campo di coloro che sono favorevoli all’invio di armi all’Ucraina […] c’è chi invoca innanzitutto – e gli va accreditata sincerità – ragioni di ordine morale: se uno è aggredito con le armi deve difendersi con le armi. Anzi, bisogna aiutarlo a difendersi o addirittura difenderlo noi, sempre con le armi. L’alternativa è la resa, che vuol dire perdita della libertà, dell’onore, della dignità». Dunque, la sincerità di una ragione di ordine etico: tra chi “ha indossato l’elmetto”, secondo le tue parole, c’è il dolore per quel che sta avvenendo in Ucraina, e l’indignazione, e il desiderio di ostacolare la macelleria e l’etnocidio (di questo si tratta: l’Ucraina non è una nazione, ha dichiarato Putin), anche fornendo armi a chi si difende.
Non citerò Slavoj Zizek, che ha scritto sul Guardian un articolo veemente a difesa degli ucraini, ottenendo come risposta da parte degli “anti-imperialisti”, quelli a senso unico, che il filosofo in altri tempi più amato a sinistra è confuso e provocatore. E va bene. Dopo di che ho trovato un intervento di Etienne Balibar, in cui il filosofo francese definisce quella degli ucraini “una guerra giusta”, discutendo poi senso e limiti di questa espressione, ma infine non cambiando idea sulla necessità di aiutare gli aggrediti. Anche Balibar è confuso, magari troppo anziano? Ma c’è un punto in particolare che io trovo incomprensibile. Ed è che non solo si parla di nonviolenza e pacifismo non tenendo in alcun conto gli ucraini, quel che essi vogliono, quel che stanno facendo, il loro coraggio ammirevole (sì, coraggio), ma addirittura che, non sapendo noi nulla di quel che è accaduto negli ex paesi dell’est dopo il crollo dell’Unione sovietica e di come siano rinate una sinistra e un femminismo intelligenti e vivaci, continuiamo a spiegare loro che cosa devono o non devono fare. Come se i comunisti francesi, nel ’36, invece di andare ad arruolarsi nelle Brigate internazionali, avessero detto ai repubblicani spagnoli che era meglio arrendersi (e centomila di loro furono assassinati dai franchisti dopo la fine della guerra civile).
Quel che penso, per rispondere alla tua prima domanda, è che la resistenza ucraina ha un valore in sé, per quel popolo, e se dovesse finir bene costituirebbe un patrimonio morale e culturale per edificare una nuova nazione, finalmente libera dall’incombente minaccia russa. Più o meno come accadde in Italia nel ’45. Ma è chiaro che questa guerra ha delle implicazioni generali, sul piano geopolitico e su quello della difesa dei diritti umani e politici (che l’Ucraina dovrà dimostrare di rispettare per entrare nell’Unione europea, così dicono i Trattati). Ed è chiaro che la Nato, e gli Stati uniti, di fronte alla guerra di Putin (che non si limita al Donbass, dice Zizek, ma ha una intenzione imperialista molto più ambiziosa), reagiscono con la moneta uguale e contraria. Il vertice Nato di Madrid ha di fatto stabilito che l’Alleanza è una sorta di polizia mondiale incaricata di far fronte a Putin, alla Cina, ai disordini e alle migrazioni provocati dal disastro climatico, e così via, in uno scenario globale frantumato e pericoloso. Ed è in questo contesto che da molti anni i governi italiani hanno detto (senza farlo) che avrebbero portato le spese militari al 3 per cento del Pil, l’Ucraina non c’entra molto. E, per ottenere i suoi risultati, la Nato ha regalato a Erdogan la libertà e la vita dei kurdi. E allora? È bene che la Nato e la Ue forniscano armi agli ucraini? Sì, in questo tornante della storia sì, anche perché, come non ho mai visto in passato in altri conflitti, tutti hanno cercato di indurre Putin a trattare, c’è stata una processione, a Mosca, che è stata sostanzialmente irrisa: ricordate il tavolo a cui si è seduto Macron o il missile su Kiev durante la visita di Guterres di ritorno da Mosca, il viaggio inutile del cancelliere austriaco ecc.? Putin non ha alcuna intenzione di scendere a patti, la sola speranza è che l’usura (eufemismo per le migliaia di soldati russi caduti o il consumo forsennato di mezzi e munizioni), renda impossibile al Kremlino continuare la guerra come nulla fosse, e poi ci sono le sanzioni, la reticenza cinese, forse (speriamo) una opposizione interna alla guerra. I kurdi del Rojava si giovavano della copertura aerea, nella lotta contro Daesh, degli americani, che ora li barattano con il tiranno turco. Ma chi, al posto dei combattenti kurdi siriani, avrebbe rifiutato quell’aiuto “imperialista”, pur sapendo bene che si trattava di una scelta tattica contro i russi in Siria? Ci sono altri modi di aiutare gli ucraini, oltre le armi? Sì, ce ne sono molti, e molti lo fanno, ma senza la resistenza armata, in questo momento, non li si aiuterebbe, come dicono i religiosi di Odessa che i pacifisti italiani hanno incontrato.
Domanda numero due: perché gli ucraini sì e i kurdi, i palestinesi e gli yemeniti no? Non so se dare armi ai palestinesi sarebbe una buona soluzione, visto come va con Gaza. I kurdi, ho detto, avevano una copertura americana e ora non ce l’hanno più. Gli yemeniti di armi ne hanno molte, le fornisce l’Iran, nemico dei sauditi. Ogni vicenda di questo tipo ha sue peculiarità, ma di sicuro la Nato o l’Unione europea o gli Stati uniti non pensano di avere obblighi morali, visto come hanno trattato gli iracheni o gli afghani o, prima ancora, gli argentini e i cileni, e così via. La Nato è una organizzazione criminale, tecnicamente parlando, e gli Stati uniti un paese imperialista, sebbene in declino (il che non ne diminuisce la pericolosità, anzi), e la guerra ucraina sta creando una nuova frattura nel mondo sostanzialmente perché noi “occidentali” non abbiamo più argomenti convincenti, come il “progresso”. Ma è qui che dovrebbero agire una sinistra e un pacifismo europei, se ne avessero la forza, invece di dire agli ucraini che devono smetterla di sparare agli invasori.
Di sicuro sono stato sincero, e mi pare anche pacato.

 

Livio Pepino

Caro Gigi,
grazie della risposta ma quel che scrivi non mi convince e, soprattutto, non risponde alle mie domande, che riguardano, in modo esplicito e diretto, la comunità internazionale e il modo in cui essa dovrebbe operare in favore della pace e a tutela dei diritti umani nel mondo.
Già non parti bene. Dire che chi sostiene la guerra indossa l’elmetto è registrare un fatto: da sempre le immagini di guerra mostrano soldati (e politici in visita) con l’elmetto sì che assimilarvi chi li sostiene è semplicemente descrivere la situazione. Attribuire ad altri la convinzione «che gli ucraini devono lasciarsi massacrare senza reagire» è, invece, un’illazione offensiva e gratuita almeno per chi, come me, ha sempre sostenuto il contrario (come avresti potuto agevolmente verificare anche nell’articolo con cui interloquisci, se solo lo avessi letto senza prevenzione).
Ma vengo al merito. Evito di riprendere questioni generali su cui già ci siamo confrontati, anche su queste pagine, e su cui non potrei che ripetere, come fai tu, cose dette e ripetute. Il mio tentativo era quello di non restare fermi nelle proprie certezze ma di provare a fare qualche passo avanti, almeno in alcuni settori. Di qui le mie domande. Tu rispondi citando autorevoli studiosi che la pensano come te: li ho ben presenti, rispetto le loro posizioni, ma non ho mai accettato la logica dell’ipse dixit che sostituisce gli argomenti con una pretesa autorevolezza a tutto campo. Continui ribadendo il dolore e l’indignazione per quanto sta succedendo in Ucraina: li condivido, non da oggi, ma dire che essi portano automaticamente a schierarsi per l’invio di armi, così contribuendo a provocare dai 500 ai 1000 morti quotidiani in più, mi sembra un salto mortale spericolato (e l’aggettivo “mortale” non è casuale ma assai concreto). Aggiungo che non mi sono mai permesso di suggerire agli ucraini che cosa devono fare e men che meno ho contestato il loro diritto di resistere all’invasione. Non ho neppure mai contestato le scelte di chi è andato in Ucraina per combattere a fianco degli ucraini (come fecero in Spagna nel ‘36 i comunisti francesi che citi). Lo sai bene e, dunque, è inutile che me lo ripeti, come se così non fosse. Ho contestato invece – e continuo a farlo – la decisione della comunità internazionale (Stati e organizzazioni) di inviare armi anziché mettere in campo altri interventi e pressioni (più volte ricordati) potenzialmente più efficaci e meno sanguinosi e ho provato a riflettere su cosa potrebbe/dovrebbe fare quella comunità. E ho posto, al riguardo, domande che ripeto, non senza premettere che sull’atteggiamento della Nato e dell’Occidente in generale, abbiamo, evidentemente, visto film diversi: tu scrivi che «tutti hanno cercato di indurre Putin a trattare, c’è stata una processione, a Mosca, che è stata sostanzialmente irrisa»; io, invece, ho visto – a fianco dell’arroganza sanguinaria di Putin – solo, dall’altra parte, parate ipocrite e di circostanza accompagnate dalla ripetizione ossessiva che la guerra (degli altri) deve continuare fino alla vittoria finale.
Ripeto, dunque:
1) l’invio di armi in Ucraina è un imperativo etico (perché la “democrazia” e la salvezza stessa del mondo sono in pericolo: come nel 1939 di fronte al delirio nazista) o è il frutto di un bilanciamento di interessi e di principi? E, nel primo caso, perché fare la guerra per procura e non intervenire direttamente (soluzione che, pur essendo per me una follia, sarebbe la coerente conseguenza della premessa)? E, nel secondo caso, perché non esigere (subito, all’inizio della guerra) da entrambe le parti di fermarsi e di ripartire dagli accordi di Minsk (da tutti sottoscritti e da tutti disattesi)? e perché non interrogarsi, almeno ora, sul fatto se la scelta dell’invio di armi stia davvero sfiancando la Russia costringendola a trattare (cosa di cui, finora, non c’è traccia) o non sia invece un espediente per disegnare nuovi equilibri geopolitici (come le decisioni della Nato di Madrid dimostrano)? Sul punto – non capisco perché – non hai ritenuto di spendere neppure una parola;
2) è vero o non è vero che i diritti o sono per tutti oppure – se proclamati e difesi per gli amici e negati ai nemici – sono un veicolo di odiosa disuguaglianza (con tutto quel che segue nella percezione dei popoli)? E, nel primo caso, perché chi chiede di difendere (anche con l’invio di armi) gli ucraini non fa altrettanto per gli altri popoli in condizioni simili (ribadisco, a titolo di esempio, i kurdi, i palestinesi e gli yemeniti)? Anche qui, da parte tua, vedo solo silenzio salvo un frammento di risposta, che trovo, sinceramente, agghiacciante: chi chiede di difendere gli ucraini non fa altrettanto per gli altri popoli – scrivi – perché i palestinesi le armi le userebbero male, perché i kurdi hanno avuto una parziale copertura aerea degli americani all’epoca della lotta contro Daesh, perché gli yemeniti già ricevono armi dall’Iran. Decodifico: ciascuno chieda aiuto e protezione agli amici (se ne ha) e la comunità internazionale intervenga se e quando le serve. Mi spiace, ma questa impostazione utilitaristica, non priva – aldilà delle tue intenzioni – di paternalismo e cinismo, è agli antipodi di un’uniforme difesa dei diritti dei popoli da parte della comunità internazionale. E favorisce, in infiniti teatri, morti, stupri, distruzioni non diversi da quelli che stanno insanguinando l’Ucraina e finanche il genocidio del popolo kurdo da parte di Erdogan (non certo migliore di Putin, ma insignito di riconoscimenti e foraggiato con denaro e armi occidentali). So che tu sei, come me, angosciato da questi massacri e lo hai detto ripetutamente: ma non basta dirlo senza lavorare per trasformarlo in iniziativa politica coerente della sinistra, un’iniziativa in gran parte da costruire ma che non può essere limitata – come tu auspichi, non capisco perché – solo per l’Ucraina. Ad evitare fraintendimenti: queste considerazioni non mi fanno certo smettere di sostenere le ragioni degli ucraini ma non potrei più guardarmi allo specchio se non continuassi a chiedere ai tanti sostenitori di quelle ragioni di usare lo stesso metro nei confronti degli altri popoli violati e non mi chiedessi perché questo non avviene.
So che ci sono altre questioni, anch’esse importanti. Ma su queste avevo provato a chiedere un confronto. Non l’ho avuto, se non in una piccola parte nella quale vedo distanze sempre maggiori. Non era quel che speravo.