La vittoria di Pirro di Monsieur Macron

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1.

Quella francese è stata una lunghissima e tormentata partita di potere, suddivisa in ben quattro tempi: due tornate di presidenziali e due tornate di elezioni legislative, sincronizzate tra loro dopo la riforma costituzionale del 2000 che riduceva da sette a cinque gli anni del mandato presidenziale e la legge organica che rinviava le elezioni legislative all’indomani delle elezioni presidenziali. Dal 2008, infine, nessun presidente è eleggibile più di due volte consecutive. Si tratta, dunque, in buona sostanza di un’unica grande partita. È scomodo ammetterlo, ma la partita l’ha vinta esplicitamente il partito senza marchio e senza volto dell’astensione. Alle presidenziali non ha votato il 26,3 per cento al primo turno, il 28 al secondo: le percentuali più basse dal 2002. In più al secondo turno è stata di nuovo elevata la percentuale delle schede bianche e dei voti nulli, che ha superato i 3 milioni di voti: non è proprio poco rispetto ai 32 milioni andati ai due contendenti. Ancor più drammatici i dati sull’astensione alle legislative. Al primo turno non ha votato il 52,5 per cento degli iscritti (era stato il 51 la volta scorsa) e il 54 al secondo (un po’ più basso del 57 della volta scorsa), anche qui con una quota non secondaria di schede bianche e nulle. È un trend ormai di lunga durata. Apprezzabili sono anche le differenze tra i collegi. In alcuni il deputato è stato eletto da appena il 10 per cento degli iscritti. A fare una media, i deputati rappresentano nemmeno un elettore su quattro della loro circoscrizione. I settori sociali in cui l’astensione è più elevata e tenace sono da sempre i ceti popolari. In altri segmenti d’elettorato, l’astensionismo è intermittente: disaffezione sì, ma non assoluta. Mentre, secondo qualche osservatore, specie i giovani (almeno quelli di classe media) si asterrebbero non perché spoliticizzati, ma perché preferiscono altre forme d’impegno. Resta il fatto che i francesi non sembrano nutrire troppo rispetto per la loro massima istituzione rappresentativa. Ed è ovviamente molto dubbio che tanta disaffezione giovi alla salute del regime democratico.

2.

Potrà apparire paradossale, ma chi ha perso più di tutti è il vincitore. Già alto funzionario pubblico, banchiere chez Rothshild e ministro dell’economia del governo Valls, Emmanuel Macron è il primo presidente ad essere confermato per un secondo mandato dopo la riforma del 2002. Solo che la sua è stata una vittoria di Pirro. Guardiamo ai dati. Rispetto alle presidenziali del 2017 al primo turno Macron ha guadagnato più o meno un milione di voti: cinque anni fa aveva parassitato il voto socialista, questa volta si è spartito con l’estrema destra di Marine Le Pen e Éric Zemmour un bel po’ di seguito dei Repubblicani. La candidata di questi ultimi, Valérie Pécresse, ha pensato di fare campagna anche lei sui temi della sicurezza, dell’identità e dell’immigrazione, ma non le è andata bene. Quanto al duello con Marine Le Pen al secondo turno, Macron ha perso due milioni di voti rispetto al 2017. In più, se nel 2017 il distacco da Marine Le Pen era stato di più o meno 10 milioni di voti, stavolta si è dimezzato. La strategia del «fronte repubblicano», che aveva finora emarginato la destra estrema, funziona sempre meno: un po’ perché i partiti «repubblicani» sono meno solidali tra loro, un po’ perché gli elettori sono più indifferenti. Infine: su un elettorato potenziale di quasi 49 milioni di elettori, Macron è stato confermato (quanto per convinzione e quanto per necessità?) da meno del 38 per cento. Era il 43 per cento cinque anni fa. Tanto popolare Emmanuel Macron non è.

La vera débâcle Macron l’ha tuttavia incassata alle legislative. La coalizione guidata dal suo partito (Ensemble), a confronto con il 2017 ha perso un milione e mezzo di voti al primo turno e due milioni al secondo, insieme a più o meno 100 seggi e alla maggioranza all’Assemblea nazionale. Tre ministri del governo Bourne, di freschissima nomina presidenziale, e altre figure di primo piano del suo schieramento politico, tra cui il presidente uscente dell’Assemblea, non sono state elette. Per un presidente che con piglio bonapartista aveva gettato lo scompiglio nella politica nazionale (alla testa di un movimento militarescamente denominato En marche) e che col medesimo piglio ha condotto per cinque anni il paese, le fanfare hanno smesso di suonare. Si sono subito levati lamenti alti fino al cielo per segnalare una grave anomalia, che però di anomalo non ha nulla, se non per chi vive la dialettica democratica come un ingombro. Sono lamenti che hanno trovato risonanza anche oltre frontiera. Non è mancata la più qualificata solidarietà italiana: nientemeno che quella del segretario del Pd. È da notare come Macron si possa intestare anche una quota del successo alle legislative della destra estrema. È forse una delle chiavi della sua sconfitta. Se infatti al secondo turno delle presidenziali ha chiamato in soccorso gli elettori di Mélenchon per bloccare Le Pen, invocando il «fronte repubblicano», al secondo turno delle legislative si è ben guardato dall’invitare i propri elettori che nei collegi dovevano scegliere tra la sinistra e il RN a preferire il candidato della prima a quello del secondo. E così in qualche duello diretto la destra estrema si è avvantaggiata.

3.

Gran vincitrice delle elezioni è stata Mme Le Pen. Ad essere più corretti, è stata l’estrema destra fascistoide, che qualcuno ancora si balocca a chiamare populista (sol perché sono furbi abbastanza da evocare il popolo anziché la razza), la quale ha registrato una new entry temibile: al Rassemblement national (RN), già Front national (FN), si è affiancata una formazione ancor più estrema come quella capeggiata da Éric Zemmour. Già giornalista a Le Figaro, scopertamente razzista, Zemmour è stato per mesi il beniamino dei media. E ha ottenuto un eccellente risultato, anche se al di sotto delle attese e senza insidiare nemmeno da lontano il primato di Mme Le Pen. La quale ha intanto guadagnato alle presidenziali mezzo milione di voti rispetto alla volta precedente.

I movimenti elettorali non sono mai facili da decifrare. Ma è interessante notare come a sommare i due elettorati d’estrema destra si ottenga un blocco di 10 milioni e mezzo di voti: fa ridere rispetto all’Italia, ma è il blocco più importante nella politica francese. Che il blocco, oltre ad essere consistente, sia solido e magari con buone possibilità d’espansione lo provano i quasi 13 milioni e mezzo di voti che Mme Le Pen ha ottenuto al secondo turno delle presidenziali: non sufficienti a battere Macron, ma promettenti. La polemica ormai di scuola contro la sinistra non convertita alla sovranità del mercato ha accusato gli elettori di Mélenchon al primo turno di avere sostenuto Le Pen al secondo. Non è da escludere qualche caso, ma bisogna allora spiegare da dove sono arrivati 9 milioni in più guadagnati da Macron. I conti non tornano. È più plausibile supporre che la destra estrema quel che doveva prendere a sinistra l’ha preso – voto operaio nelle regioni colpite dalla deindustrializzazione – mentre da tempo sta guadagnando terreno tra i ceti medi di provincia e del grande entroterra rurale, per lo più cattolici, che finora avevano preferito i Repubblicani: ne ha attratto ancora una quota. I ceti medi conservatori e urbani erano stati l’utenza iniziale del Front National negli anni ’70, quando Le Pen padre aveva avviato la sua impresa politica. A quanto pare, è proprio qui che Éric Zemmour avrebbe trovato parecchi dei suoi tre milioni di elettori: nei centri urbani e anche nei quartieri alti di Parigi, anch’egli a spese dei Repubblicani. Il discorso è un po’ diverso per le elezioni legislative. In una condizione di collera diffusa, quando al secondo turno viene il momento di scegliere tra un candidato governativo e uno d’estrema destra, chi preferirà l’elettore di sinistra? L’astio verso Macron e verso le forze politiche tradizionali può fare brutti scherzi.

Nutrendo ormai ambizioni di governo, Marine Le Pen ha da tempo avviato una strategia di dédiabolisation del suo partito. Una volta usava il doppio petto, adesso lo sostituiscono giacca, cravatta e allure manageriale. Dove Le Pen è fragile è nel radicamento territoriale, che sta purtuttavia rafforzando. Alle legislative, dove tale radicamento conta molto, il suo partito è stato il più danneggiato dall’astensione. Rispetto alle presidenziali ha perso metà degli elettori. Se mettiamo nel conto anche gli elettori del partito di Zemmour (Reconquête, ancora un nome di battaglia), nell’astensione è andato smarrito il 60 per cento dei voti della destra estrema. Ciò malgrado, alle legislative il RN è cresciuto di un terzo rispetto al FN di cinque anni or sono. E ha pure trovato la spinta per rivelarsi competitivo nella distribuzione dei seggi. Il sistema elettorale francese non conosce le efferatezze del gerrymandering americano. Ma i partiti di governo tradizionali (Repubblicani e socialisti) hanno in passato provveduto al redécoupage delle circoscrizioni elettorali in maniera per nulla innocente. Cosicché se quei partiti per conquistare un seggio se la sono in media cavata con poco più di 20 mila voti, i loro concorrenti – Ensemble compreso – hanno fatto molta più fatica. In media gli 89 deputati del RN hanno avuto bisogno di 40 mila voti per seggio. Un problema analogo ha avuto NUPES (si vedano i dati in https://fondazionefeltrinelli.it/in-francia-inizia-il-gioco-delle-alleanze-allassemblea-nazionale/).

4.

Hanno infine scaldato qualche cuore i risultati conseguiti dalla sinistra che chiameremo popolare. Non populista, perché non basta uno stile tribunizio e un po’ di banalissima retorica del popolo a fare il populismo. E nemmeno estrema, perché malgrado l’imponente sforzo di demonizzazione condotto a sue spese dal centro e dalla destra, con coro di grande stampa e di tv, non c’è niente di estremista né in Mélenchon, né in NUPES, come anche i male informati di casa nostra amano credere. Rispetto al programma comune del 1981, la loro offerta elettorale è infinitamente più moderata. Non immagina nemmeno una parvenza di nazionalizzazione. Per contro, Mélenchon ama provocare. Ha letto Laclau, ha toni aspri verso l’Unione europea e verso la Nato (ma guarda!) e sulla questione ucraina non si è allineato perfettamente. Anche lo stile personalistico con cui conduce La France insoumise, la formazione da lui fondata, ha fatto alzare qualche sopracciglio. Ma bisogna essere seri, specie tra gli accademici: da queste parti, tranne la collera, non c’è nulla in comune con la xenofobia che alberga presso il RN e chez Zemmour. Mélenchon non è quell’anarchico che hanno dipinto la grande stampa e i suoi avversari. Ha il difetto di avere a cuore – strumentalmente o sinceramente non importa – le classi popolari, le banlieues dimenticate, le giovani generazioni. Che l’hanno ripagato.

Al primo turno delle presidenziali, pur nella generale riduzione dell’elettorato, Mélenchon ha guadagnato 700 mila voti rispetto al 2017. Ha guadagnato meno rispetto a Macron, ma ha guadagnato più di Le Pen. Ma ha soprattutto testimoniato che, a dispetto della quasi dissoluzione del Partito socialista e del Partito comunista, in Francia la sinistra ha ancora spazio. Mélenchon ha pure dato prova di più capacità di attrazione di chiunque altro sui giovani: intorno a un terzo dei votanti sotto i 35 anni l’ha prescelto. Ne ha anche persuaso molti a votare, almeno al primo turno delle presidenziali, riducendo l’astensionismo giovanile.

La sua mossa più riuscita l’ha però fatta alle legislative. Dimenticando l’ostilità dimostragli dai candidati ecologista e socialista al primo turno delle presidenziali, ha convinto i loro partiti a fa causa comune, anche con i comunisti. È andata discretamente. Anzitutto perché ha preso al primo turno delle legislative gli stessi voti della lista del presidente (che a quanto pare avrebbe fatto ricorso a qualche trucco contabile per nascondere l’oltraggio), e un milione mezzo in più del RN. Inoltre: la sinistra all’assemblea si era ridotta ai 17 seggi di LFI e a 45 dei socialisti, ormai sottomessi a Macron. Adesso questi seggi sono diventati 75 per LFI, cui si aggiungono 28 seggi al Partito socialista (insperati dopo l’1,7 per cento ottenuto da Hidalgo alle presidenziali), 16 ecologisti e 12 comunisti. Quanto condizioneranno il presidente è da vedere. Ma che lo incalzino è probabile. NUPES ha anche riportato all’Assemblea nazionale le classi popolari, tra i suoi deputati le donne e i giovani sono numerosi e ha ottenuto un buon seguito entro l’elettorato dei grandi centri urbani. Ha sopportato l’handicap della demonizzazione, quello della sottorappresentazione mediatica e pure quello del disegno dei collegi, ancor più gravoso di quello sofferto da Le Pen: 47 mila voti in media per seggio. Non è stato un trionfo, ma un risultato apprezzabile.

5.

La Francia fuoruscita dalle elezioni è tutto fuorché ingovernabile. Non è governabile come l’ha governata Macron nel suo primo quinquennato. Dissimulata, ma non troppo, sotto la formula magica della governabilità, nella politica francese, come in quella occidentale in genere, circola da tempo una smania autoritaria e antiparlamentare. Che sia chiaro, non sono le rozzezze della democrazia illiberale alla Orban e dei polacchi. È l’idea che chi governa debba farlo senza ingombri, senza scendere a compromessi con le opposizioni e soprattutto con chiunque nella società abbia preferenze diverse. La società va governata come un’impresa e a beneficio delle imprese. Corrisponde a questo spirito la riforma che ha provato a sincronizzare la maggioranza presidenziale e quella assembleare andando oltre quanto previsto dalla costituzione del’58. Solo che la sincronizzazione non ha funzionato e che la smania autoritaria delle dirigenze politiche e degli ambienti intellettuali e mediatici che sono loro più prossimi non è poi così condivisa dagli elettori. A una buona parte degli elettori importerebbe assai più essere ascoltati.

In realtà, quando quella costituzione fu introdotta, l’obiettivo era di tutelarsi dall’instabilità ministeriale che aveva logorato la IV Repubblica, del resto investita da sfide terribili. Prevedeva pertanto che l’esecutivo potesse, se necessario, governare anche in assenza di una chiara maggioranza. Aveva di parecchio rafforzato la sua posizione. Finché nel 1964 era sopraggiunto il rafforzamento definitivo, introducendo l’elezione diretta del capo dello Stato. Chi conosce l’argomento (non coloro che da queste parti si sono inventato un semipresidenzialismo onnipotente) sa però molto bene che dal 1962 in poi non solo si è verificato qualche caso di coabitazione tra capo dello stato e maggioranza parlamentare di colore diverso, ma è successo tante volte che l’esecutivo negoziasse con le forze politiche rappresentate in parlamento. Com’è d’uso nelle democrazie ben educate. Anzi, se in partenza la costituzione prevedeva la possibilità che i disegni di legge fossero adottati senza voto parlamentare, salvo che il parlamento approvasse una mozione di sfiducia, da ultimo questa regola è stata rivista: si applica unicamente alla legge di bilancio e alle leggi riguardanti la sécuritè sociale. Tanto per dire che se il rafforzamento dell’esecutivo c’è stato, ed è cresciuto col tempo, non è un dogma e che l’esperienza dimostra come si possa comunque governare scendendo a patti con le altre forze politiche. In fin dei conti, le distanze dai Repubblicani e dai 20 deputati socialisti che non hanno voluto aderire alla lista unitaria promossa da Mélenchon non sono incolmabili. È vero che i primi vorranno rifarsi del ridimensionamento cui il successo di Macron li aveva sottoposti nel 2017, aggravatosi il 20 giugno con la perdita di altri 40 seggi. Ma non resteranno insensibili agli appelli alla responsabilità e al bene supremo del paese (https://aoc.media/analyse/2022/06/23/demain-le-chaos-parlementaire/=.

Quella che è fallita è invece l’idea di monopolizzare senza intralci l’azione di governo. Macron dovrà pagare qualche pedaggio. Sarà inevitabile aggiustare le regole del gioco. Nel rispetto di una ben precisa norma regolamentare, la presidenza della potente commissione finanze è già toccata a un deputato di NUPES. Potrebbe risultare molto scomoda. Qualche dubbio si può nutrire altresì sulla possibilità di adottare quella riforma pensionistica che era il piatto forte del menù preparato dal presidente in vista delle elezioni. Ma soprattutto la corsa al centro dei moderati di destra e di sinistra, personificata da Macron, ha diviso la Francia politica in tre blocchi molto distanti. Che prospettive vi sono che l’incomunicabilità si attenui e in quale direzione? Il sospetto che su molti temi il centro converga con la destra ha qualche fondamento.

6.

Tre considerazioni per chiudere. La Francia è un paese complesso, come l’Italia e come tutti gli altri paesi. Non esistono paesi semplici e non sono mai esistiti. Semplificava l’azione persuasiva e culturale della politica. Attualmente, le sensibilità politiche sono invece molto diversificate. Si è soprattutto accumulata una considerevole mole di collera contro la politica e incombe su chi governa. Che la collera circolasse, l’ha mostrato la lunga ribellione dei gilets jaunes, soffocata non dalle grevi brutalità poliziesche, bensì dalla pandemia da Covid. Macron si è fatto del resto la reputazione del «presidente dei ricchi». L’economia francese ha trascorso, malgrado la pandemia, un quinquennio discreto. Ma una cosa è l’economia, un’altra sono i francesi. Oltre a non lesinare manifestazioni di disprezzo verso i ceti popolari – les gens qui ne sont rien – Macron ha cancellato l’imposta sui patrimoni (sostituendola con una circoscritta ai patrimoni immobiliari), ha ridotto le imposte sulle imprese e quelle sui dividendi. I servizi si sono degradati e le disuguaglianze sono cresciute. Non a caso, il potere d’acquisto delle famiglie è stato il cavallo di battaglia della campagna elettorale di Mme Le Pen. Sono molti gli ambiti in cui Macron ha dato prova di sé: nella sanità, nell’istruzione, nell’università. In materia d’immigrazione ha adottato a suo modo la politica dei respingimenti. Non in mare, ma, ad esempio, alla frontiera con l’Italia. Le cronache offrono racconti spaventosi, finanche di persecuzioni giudiziarie contro chi si mostrava concretamente solidale coi migranti. A dare però la cifra della presidenza Macron è una vicenda a prima vista secondaria. Ovvero l’appalto per 100 milioni di euro ai cabinets de conseil privati (McKinsey e altri, per lo più filiali europee d’istituzioni americane) per «la concezione e la messa in opera di progetti di trasformazione dell’azione pubblica». Per chi abbia memoria dell’illustre tradizione dello statalismo francese è difficile non restare impressionati dalla privatizzazione nientemeno che della progettazione strategica dell’azione dello Stato.

La seconda considerazione riguarda la sinistra. La sua prima sfida è quella della pluralità. La pluralità è una ricchezza, ma va governata: i precedenti della sinistra sono spesso scoraggianti. La sua seconda sfida è contrastare la demonizzazione da parte della destra. NUPES non è una formazione estremista, ma il clima d’opinione è cambiato e il ritorno a un maggiore interventismo statale richiede un considerevole sforzo di persuasione. C’è infine il problema dell’organizzazione. Quant’è radicato NUPES sul territorio, o quanto sono radicate le formazioni che la compongono? La sinistra francese ha una storia diversa da quella della sinistra italiana. Lì il radicamento dei partiti si fondava sulle amministrazioni locali. Dove NUPES dovrà mettersi alla prova e dove sono ancora radicati, malgrado tutto, i socialisti e i Repubblicani, mentre il RN comincia a prendere piede. L’altra debolezza sta nell’estrema personalizzazione della leadership. LFI è il partito personale di Mélenchon. Saprà emanciparsi dal suo fondatore? Può la cooperazione con altre formazioni politiche aiutarla a emanciparsi? Al momento si direbbe che, nonostante il personalismo, entro LFI si è costituito un gruppo dirigente: vedremo se riuscirà a consolidarsi e a interloquire con gli elettori.

L’ultimo tema è il più complicato. In Francia, come altrove, sono tumultuosamente maturati nell’ultimo quarto di secolo cambiamenti profondi e sconcertanti. Nell’azione politica, nella vita collettiva, nella cultura, nel costume. Insieme a ciò, da un lato si è affievolita, ed è anzi scomparsa, l’azione pedagogica delle istituzioni pubbliche e dei partiti, dall’altro sono entrati sul mercato elettorale nuovi imprenditori politici reazionari parecchio aggressivi che hanno profittato di tali cambiamenti: era un’occasione da non perdere. Bisogna anche essere onesti: la comprensione tra culture diverse non avviene by default. L’immigrazione è un fenomeno che suscita sempre paure e insofferenze, a maggior ragione se, invece di ben temperate – e sempre ardue – misure di accoglienza, prevalgono l’emarginazione e la ghettizzazione. Non bisogna allora sorprendersi: né della deriva estremista e violenta di qualche frangia di popolazione immigrata, né dell’attrazione che l’offerta reazionaria dell’estrema destra trova in alcuni settori della popolazione, non solo tra i ceti popolari, ma pure tra quelli intermedi e superiori. Né razzismo, né tolleranza sono sentimenti innati. Sono costruzioni culturali. Più che andare a caccia di colpe e di meriti degli elettori, c’è allora da prevenire l’uno e da incoraggiare l’altra. Non solo a parole, ma con l’azione politica. È l’altra grande sfida che una sinistra che intende rinnovarsi è tenuta ad affrontare con grande urgenza.

Gli autori

Alfio Mastropaolo

Alfio Mastropaolo, politologo, è professore emerito di Scienza Politica nell'Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “La mucca pazza della democrazia. Nuove destre, populismo, antipolitica” (Bollati Boringhieri, 2005), “Il parlamento. Le assemblee legislative nelle democrazie contemporanee” (con L. Verzichelli, Laterza, 2006) e “La democrazia è una causa persa? Paradossi di un'invenzione imperfetta” (Bollati Boringhieri, 2011).

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