Armi all’Ucraina: due domande agli amici che hanno indossato l’elmetto

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La guerra in Ucraina prosegue con un andamento che la propaganda bellica non riesce a nascondere. Com’era prevedibile, data la diversità delle forze in campo, l’esercito russo avanza. Lentamente, ma avanza. E l’occupazione si estende a località strategiche e si consolida (anche se il Governo di Zelensky e i media nostrani sostengono che il ritiro delle truppe ucraine è dovuto all’intento di attestarsi in una miglior difesa: sic!). La cosa non mi piace ma ciò non cambia la realtà. La guerra non finirà a breve e non ci saranno vincitori né dichiarazioni di resa. Quando le grandi potenze – non l’Ucraina – lo decideranno si arriverà a un compromesso, magari a partire dagli accordi di Minsk del 2014 e del 2015, firmati da tutte le parti e non rispettati da alcuna. Non sappiamo quando ciò avverrà ma a determinarlo saranno esclusivamente gli interessi geopolitici delle grandi potenze, come rivendicano, quotidianamente e senza pudore, non solo Putin e i suoi generali ma anche i governanti degli Stati Uniti e dei più importanti Paesi europei, che pretendono di dettare i tempi e i modi delle trattative. Intanto ci saranno ulteriori carneficine, distruzioni, esodo di popolazioni, sofferenze immani. Poi si arriverà al compromesso: quello stesso a cui si sarebbe potuti arrivare due o tre mesi fa o si potrebbe arrivare oggi. Che questa sia la situazione lo sanno tutti ma l’interesse geopolitico (ammantato con nobili parole) fa aggio sulla verità.

Perché quanto accade non sia solo una inutile mattanza bisogna, nonostante tutto, continuare a ragionare. Non sulla legittimità della resistenza degli ucraini all’invasione e al sopruso, che è un diritto fondamentale e inviolabile (https://volerelaluna.it/commenti/2022/04/21/a-due-mesi-dallinizio-della-guerra/), come quello dei curdi, dei palestinesi, degli yemeniti e dei tanti popoli ugualmente violati nel mondo. E neppure sul fatto che le vittime siano comunque tali e abbiano il pieno diritto alla relativa considerazione internazionale, indipendentemente dalle loro idee politiche e dalle scelte dei loro governi. Non sono questi, oggi, i nodi del contendere e quel diritto e quello status non sono affatto negati dai “pacifisti” che, al contrario, sono – in Italia e in tutta Europa, nonostante le accuse e gli insulti dell’establishment – quelli che più si spendono in aiuti alla popolazione ucraina e nell’organizzazione dell’assistenza ai profughi.

Il nodo del contendere è, oggi, l’atteggiamento della comunità internazionale (e, in essa, del nostro Paese) di fronte al conflitto in corso. Gli Stati Uniti e la Nato hanno scelto fin dall’inizio della guerra (anzi prima ancora dell’inizio…) la strada di un massiccio invio di armi all’Ucraina. E, in Italia, governo e parlamento si sono prontamente allineati, fedeli a un atlantismo acritico e subalterno, col sostegno dell’opposizione di Fratelli d’Italia e di tutti i grandi mezzi di informazione. Nessuna sorpresa in ciò. Ma colpisce che a questa linea si siano accodati, talora letteralmente indossando l’elmetto, molti intellettuali e studiosi un tempo schierati per la pace “senza se e senza ma”. Ferma la legittimità di ogni cambiamento di opinione, credo che ad essi almeno due domande (sincere e non retoriche) vadano poste, per riannodare – se possibile – le fila di un dialogo o, comunque, a futura memoria.

La prima domanda è all’apparenza provocatoria e paradossale (almeno se proveniente da chi è schierato per la pace subito). Se – come dicono i fautori dell’invio delle armi – quello in corso in Ucraina non è solo un conflitto territoriale (seppur gravissimo) ma uno scontro di valori e di principi in cui sono in gioco la democrazia, i diritti umani, la stessa civiltà a livello planetario e se, per questo, le scelte sul terreno non sono politiche ma etiche, perché la comunità internazionale deve limitarsi all’invio di armi (delegando agli ucraini la difesa sul campo di quei valori) e non intervenire direttamente con uomini ed eserciti? Perché – si dice – così facendo si scatenerebbe una nuova guerra mondiale, magari con l’uso di armi nucleari, con costi umani ed economici insostenibili. Risposta sacrosanta e del tutto condivisibile, direi ovvia. Che peraltro, a ben guardare, ribalta la premessa dell’invio delle armi e rende palese che anche in questo conflitto non ci sono decisioni eticamente necessitate bensì un delicato bilanciamento di principi e di interessi. Ma, se così è, il discorso si sposta sull’opportunità, sui costi, sull’efficacia dell’invio delle armi, da comparare con altri interventi possibili (negati solo da chi non li vuol vedere perché abituato a ragionare esclusivamente nella logica della guerra: https://volerelaluna.it/controcanto/2022/06/24/draghi-prigioniero-di-putin/) e con pressioni della comunità internazionale tese a favorire una soluzione negoziata del conflitto (a partire – già lo si è detto – da accordi accettati in passato da tutte le parti). Né si dica – almeno questo si deve alle vittime quotidiane di questa follia – che la vittoria è alle porte e, con essa, il trionfo del bene: affermazioni valide per la propaganda ma che nulla hanno a che fare con la realtà.

La seconda domanda è ugualmente pressante. Se l’aggressione e la violazione di un popolo sono un’offesa a tutta l’umanità a cui la comunità internazionale deve necessariamente rispondere con la forza e con le armi, perché questa soluzione è adottata in Ucraina e non anche in Kurdistan (dove è in atto un vero e proprio genocidio), in Palestina, in Yemen e via seguitando? Non basta dire che “non ce ne sono le condizioni”: se così fosse, si dovrebbe quantomeno lanciare una campagna, proprio a margine della guerra in Ucraina, perché quelle condizioni si realizzino. Né si parli, per favore, di benaltrismo come taluno ha fatto, affermando che l’omissione di altri interventi doverosi non inficia la validità di questo –. Non è così. La diversità di trattamento, tanto clamorosa quanto taciuta, è, infatti, il sintomo inquietante del fatto che la tutela dei diritti varia, anche sul piano internazionale, a seconda che i loro titolari siano amici o nemici o, semplicemente, meno amici (e ciò riguarda non solo il sostegno alle popolazioni aggredite e violate ma anche l’accoglienza di chi fugge dalle guerre, come i fatti di ieri a Melilla ancora una volta dimostrano). Ma, allora, la battaglia per i principi e i valori si rivela, in realtà, una battaglia per interessi; ed è, all’evidenza, la ragione per cui la, pur doverosa e sacrosanta, condanna dell’invasione russa vede l’Occidente isolato e non è condivisa dal resto del mondo, governi e popoli (https://ilmanifesto.it/perche-il-sud-del-mondo-non-e-allineato-alloccidente).

È possibile avere, dagli amici che sostengono la necessità di continuare a inviare armi all’Ucraina, risposte pacate e sincere a queste domande?

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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5 Comments on “Armi all’Ucraina: due domande agli amici che hanno indossato l’elmetto”

  1. Aggiungerei una terza domanda: come si fa a sostenere che in Ucraina é in atto uno scontro di valori e principi e democrazia?

    L Ucraina é stata Russia per 800 anni, fino all”altro ieri”. Un po come se il Veneto si staccasse dall Italia e si dicesse molto diverso..

    Un analisi oggettiva mostra 2 stati con molte analogie, popolazioni nazionaliste spinte (nessuno intende arrendersi) e con l atteggiamento, tipicamente slavo, di usare le sconfitte come martirio e quasi proporle al mondo come vanto o orgoglio.

    Un paese con elevata corruzione, elezioni opache, un attore catapultato dal set di un film in cui impersonifica il presidente a presidente vero (e con l esperienza del film…), per 10 anni si fa gonfiare di armi da uno stato notoriamente anti russo. questo “dettaglio” é sfuggito a molti ma non alla Russia che ha agito di conseguenza per difendersi (questo il suo punto di vista).

    la Russia ha 6mila testate nucleari, ne bastano un paio per spazzare via l intera Ucraina in poche ore. E’ pertanto una guerra con il finale gia scritto.

    Porre l Ucraina sullo stesso piano della Russia é utopia e pericoloso: si illude di poter rovesciare il corso della guerra. la realta dei fatti é impietosa: ogni giorno di guerra in piu la Russia conquista territorio, con altri morti che non torneranno piu (morti uccisi anche dalle nostre armi!).

    é come covincersi che a fine guerra la Russia dirá : “benvenuti su scherzi a parte, potete riprendervi i vostri confini”

  2. Buonasera Dott. Pepino, per favore potrebbe indicare una strategia CONCRETA alternativa ? Per concreta intendo comportamenti concreti che Usa, Europa, e singoli Stati dovrebbero adottare per contrastare l’invasione Russa e la fine delle stragi di civili e militari, oltre che la distruzione di territori e le conseguenti crisi economiche. Attualmente le azioni sono 3: invio di armi, tentativi di lavorare sul piano diplomatico, sanzioni economiche. Non vanno bene ? Allora bisognerebbe spiegare CONCRETAMENTE, ossia dati alla mano, perchè non vanno bene; e poi proporre delle azioni concrete alternative. Grazie di tutto (come sempre Lei è un mio maestro), Sergio Palombarini

    1. buongiorno Sergio. Non ho bacchette magiche ma una prospettiva. Di fronte a un’aggressione (come quella contro l’Ucraina) non credo esistano strategie precostituite applicabili in modo meccanico. Le risposte, soprattutto quelle mai sperimentate, si costruiscono strada facendo. Ma tu (una volta mi pare ci dessimo del tu…) giustamente mi chiedi risposte CONCRETE. E dunque ci provo. Se alle prime avvisaglie della guerra l’Unione europea avesse deciso, anziché di ritirare gli ambasciatori, di riunire il proprio Parlamento in maniera itinerante nelle principali città ucraine, la Russia avrebbe bombardato allo stesso modo? Se l’Unione europea e gli Stati europei avessero speso un decimo di quanto hanno speso in armi per sostenere volontari e pacifisti (anche ucraini e russi) nella costruzione di una barriera umana ai confini tra i due Paesi, i carri armati avrebbero sfondato la barriera? Se, anziché cercare singolarmente le soluzioni più utili a ciascuno, gli stati occidentali avessero da subito messo in chiaro che al di fuori degli accordi di Minsk non c’era soluzione né possibilità di aiuti, attivando sul punto un confronto ragionevole con i Paesi terzi, la pressione sulla Russia non sarebbe stata maggiore di quella attuale (in cui i due terzi del mondo non hanno condannato l’invasione, così rafforzando Putin)? Sono solo esempi di una strada da costruire. Certo anche con rischi personali. Ma la politica non può essere solo difesa di interessi e privilegi…

      1. Chiedo scusa.
        Ho usato l’account sbagliato. La precedente risposta a Sergio Palombarini è, ovviamente, mia personale.

        1. Caro Livio, grazie della risposta, cercherò di fare tesoro delle tue idee sulla vicenda Ucraina, speriamo che nonostante le risposte che vengono giudicate parziali e sbagliate (almeno ad oggi, per il futuro chissà che qualcuna delle tue proposte non venga messa in atto) ad un certo punto la Russia decida comunque di fermare distruzione e assassini. Buona serata. Sergio

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