Tra “pirati” e “corsari” l’arrembaggio ai salari

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In Italia sono stati censiti dal CNEL oltre 900 contratti nazionali di lavoro. Molti di questi contratti sono tuttavia sottoscritti da associazioni sindacali non rappresentative o addirittura “di comodo” (cioè costituite con la connivenza dei datori di lavoro), che hanno come finalità principale quella di ridurre le retribuzioni dei lavoratori. Dumping salariale, quindi, che danneggia anzitutto i lavoratori, ma che nuoce anche alle aziende più serie, in termini di concorrenza sleale. Questi accordi sindacali sottoscritti da associazioni non rappresentative sono tradizionalmente definiti come contratti “pirata”.

Ma ormai da anni si sta affermando un altro e diverso fenomeno, ben più insidioso e più difficile da affrontare, sia sul piano politico che su quello giudiziario: quello dei contratti che, pure essendo stipulati da sindacati pienamente rappresentativi, in quanto articolazioni delle tre confederazioni maggiori, prevedono salari molto bassi, in linea con quelli dei contratti “pirata” e talora sotto la soglia di povertà assoluta. A questi contratti di lavoro, con tagliente ironia, è stata affibbiata la definizione di contratti “corsari”: questo perché, in tutto e per tutto, sono simili a quelli “pirata”, con la differenza che il sindacato che li stipula è munito di una lettera “di corsa”, come quella che i Sovrani concedevano ai marinai autorizzati ad assaltare le navi mercantili delle nazioni nemiche in cambio di una parte del bottino. La lettera “di corsa” è naturalmente costituita, in questa colorita metafora, dalla patente di rappresentatività di cui godono i sindacati stipulanti, in quanto aderenti a CGIL, CISL o UIL.

Episodi quali quello denunciato nel brillante articolo di Massimo Tirelli recentemente pubblicato su queste pagine (https://volerelaluna.it/lavoro/2022/06/15/chi-ha-dubbi-sul-salario-minimo/), e cioè lavoratori che lamentano il fatto di percepire una retribuzione addirittura inferiore ai 5 euro netti l’ora, sono ormai all’ordine del giorno. Ma il tema ora è diventato soprattutto il seguente. Se a stabilire una retribuzione da fame è un contratto “pirata”, è relativamente agevole ottenere che il giudice adegui i minimi salariali applicando l’art. 36 della Costituzione, secondo il quale il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire, a lui ed alla sua famiglia, un’esistenza libera e dignitosa, allineandoli con quelli previsti dai contratti omogenei stipulati dai sindacati rappresentativi. Se invece si tratta di contratto “corsaro”, e quindi è lo stesso sindacato più rappresentativo a fissare tabelle salariali insufficienti, l’operazione di adeguamento giudiziario dei minimi è assai meno lineare, come è dimostrato dall’andamento altalenante del contenzioso sul CCNL Servizi fiduciari (che è uno dei contratti più in voga, tanto che viene applicato da aziende che operano in settori anche diversi dalla vigilanza privata, perché attirate da livelli salariali talmente bassi da consentire loro di essere competitive ad esempio nell’aggiudicazione degli appalti pubblici).

Il fenomeno descritto può almeno in parte spiegare l’ostinazione, altrimenti assai poco comprensibile, con la quale le tre Confederazioni sindacali maggiori si oppongono da anni alla fissazione di un salario minimo stabilito dalla legge (con posizioni invero più sfumate in casa CGIL), soprattutto nella versione, fatta propria dal disegno di legge all’esame del Senato presentato dal Movimento 5 stelle, nella quale viene fissato un limite minimo, invalicabile anche dalla contrattazione collettiva, di 9 euro lordi l’ora. Le organizzazioni confederali, e con loro la parte maggioritaria del PD, preferirebbero invece una versione edulcorata, nella quale il salario minimo è semplicemente quello fissato dalla contrattazione collettiva sottoscritta dai sindacati rappresentativi. È quello dei 9 euro, quindi, il nodo centrale della questione.

È evidente che un meccanismo che fissi il salario minimo in linea con le tabelle dei contratti stipulati dai sindacati maggiori metterebbe fuori gioco senz’altro i contratti “pirata”, ma non quelli “corsari“, che anzi avrebbero piena legittimità giuridica. Imponendo invece un limite inderogabile di legge, i minimi di alcuni contratti nazionali sottoscritti da associazioni di categoria aderenti ai sindacati confederali risulterebbero insufficienti, e andrebbero quindi adeguati, problema che evidentemente non si vuole seriamente affrontare.

Approfittando anche della oggettiva debolezza della Direttiva in corso di approvazione in sede europea, che prevede un obbligo da parte degli Stati membri di stabilire un minimo di legge soltanto nel caso in cui il grado di copertura da parte della contrattazione collettiva sia sotto una certa soglia, le resistenze sono diventate paradossalmente più forti. Ce lo chiede l’Europa, come si suole dire, ma, mentre nei Paesi in cui il salario minimo già esiste ci si propone di aumentarlo, da noi si resiste per lasciare le cose come sono. Infatti, in Italia, il grado di copertura è molto alto, ed allora l’intervento normativo da parte del legislatore nazionale potrebbe anche non essere attuato oppure potrebbe essere attuato senza che nella sostanza nulla cambi. In fondo siamo o non siamo il Paese di Tomasi di Lampedusa?

Ma a giudizio di molti – io tra questi da epoca non sospetta (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/04/30/verso-il-salario-minimo-garantito-per-legge/) – il problema non è solo il grado di copertura da parte della contrattazione, ma anche la qualità della stessa.

La domanda è dunque questa: la contrattazione collettiva è in grado di proteggere i salari più bassi? La storia di questi ultimi trent’anni fornisce una risposta impietosa a questa domanda. A prescindere dalla questione dei contratti “corsari”, dopo l’abolizione della scala mobile, la contrattazione non è stata minimamente in grado di garantire una adeguata difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni, tanto che dai dati ufficiali CENSIS risulta che il nostro è l’unico Paese tra quelli OCSE nel quale i salari in termini reali è addirittura diminuito (il grafico relativo è pubblicato sia nell’ottimo articolo di Alberto Piccinini e Carlo Sorgi comparso su queste pagine (https://volerelaluna.it/lavoro/2022/02/02/lavoro-povero-e-salario-minimo/) sia in un altrettanto interessante contributo di Marta Fana, pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 13 giugno 2022). Se il fenomeno del lavoro povero non è stato adeguatamente contrastato sinora dalla contrattazione collettiva, è pura illusione che ciò possa avvenire oggi con l’inflazione che ha ripreso a galoppare!

Né si dica che la legge sul salario minimo può provocare «una fuoruscita dall’applicazione dei CCNL rivelandosi così uno strumento per abbassare i salari e tutele delle lavoratrici e dei lavoratori» (citazione testuale tratta dal documento unitariamente presentato in sede di audizione parlamentare dalle tre maggiori Confederazioni sindacali). È anzi vero il contrario, e cioè la fissazione per legge di un limite minimo può rappresentare un sostegno alla contrattazione sindacale dei salari e possiede nel contempo un grande valore “simbolico”, particolarmente in una fase storica in cui il valore del lavoro è stato svalutato al punto da consentire lo “sdoganamento” del lavoro gratuito o quasi gratuito.

Il tema del lavoro povero è dunque drammaticamente all’ordine del giorno. Per questo ritengo che non ci si possa prendere la responsabilità di opporre rifiuti pregiudiziali o ideologici a interventi legislativi che vadano nella direzione di garantire ai più deboli quell’esistenza libera e dignitosa che i Padri Costituenti immaginarono anche per loro. Pena una irreversibile rottura con una parte significativa del mondo del lavoro, sempre più priva di rappresentanza sia politica che sindacale.

immagine di tom briske

Gli autori

Enzo Martino

Enzo Martino, avvocato del lavoro in Torino, è tra i fondatori dell’Associazione “Comma2” ed è stato vicepresidente nazionale dell’associazione Avvocati Giuslavoristi Italiani.

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