La sanità in appalto

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La notizia è dirompente. A Modena è stato pubblicato un avviso di bando per la fornitura temporanea in via d’urgenza di servizi ospedalieri di ostetricia e ginecologia dell’Area Nord dell’Azienda USL e in particolare per Mirandola, per cinque mesi, rinnovabili per altri cinque, per una base d’asta di oltre 500 mila euro! La stessa Azienda Usl di Modena e quella di Reggio Emilia pubblicano avvisi per la fornitura di servizi medici ospedalieri, ricalcando il percorso già adottato per l’emergenza urgenza di Ferrara. Siamo – si noti – in provincie e in una regione il cui servizio sanitario pubblico gode, nell’immaginario collettivo, di un credito non piccolo. E, dunque, alcune considerazioni si impongono.

È, a dir poco, irresponsabile privatizzare l’assistenza sanitaria negli ambiti ospedalieri dell’emergenza e della maternità introducendo nel servizio sanitario pubblico variabili di direzione clinico-organizzativa ingestibili, per disomogeneità di competenze e di tipologia ed entità delle remunerazioni, con inevitabili ripercussioni negative sulla sicurezza, qualità, gratuità ed universalità delle cure. Chiunque coglie l’inadeguatezza tecnica e istituzionale di direzioni aziendali incapaci di lanciare per tempo ai decisori politici che le hanno direttamente scelte segnali della difficoltà di mantenere servizi sanitari pubblici che datano da decenni, e di progettare altro che non siano tagli di attività e di organici pubblici, giochetti mistificanti la reale dimensione delle liste di attesa e ricorso ad appalti al privato per qualsiasi cosa. Come non ricordare il depotenziamento o la chiusura dei piccoli ospedali e delle in tutta l’Emilia-Romagna senza la preventiva organizzazione di strutture e di percorsi assistenziali alternativi basati sulla relazione clinico organizzativa tra Case della Salute/Comunità e grandi Ospedali poli distrettuali? (La Casa della Salute di Castelfranco Emilia, peraltro in un edificio ormai vetusto, è una pregevole eccezione e un modello non seguito). È grottesco che il PD, il presidente dell’Emilia Romagna Bonaccini e il suo assessore Donini rilascino dichiarazioni come se la responsabilità politica non fosse anche loro e dei loro predecessori, come se non avessero mai appoggiato la politica di tagli della spesa sanitaria nazionale in epoca pre-Covid 19, come se oggi non fosse necessario imporre una svolta al Governo e alla maggioranza sul finanziamento della sanità invece che assecondarlo col taglio di servizi e personale del pubblico e sua privatizzazione con gli appalti!

Ma c’è di più. È indispensabile togliere il numero chiuso per tutti corsi di laurea (medici, infermieri, altro personale d’assistenza) delle facoltà e dei dipartimenti universitari di medicina e chirurgia e senza attardarsi in espliciti o impliciti pensieri sulla concorrenza sul mercato del lavoro e sulla sua capacità di tutelare stipendi in sanità, tanto neocorporativi e neo-liberali quanto ottusi nelle attuali società della conoscenza e della ricerca. Anche perché è eticamente inaccettabile, non solo per la sanità pubblica italiana, ma anche per quella privata, “rubare”, pur se in emergenza e costi quel che costi, personale sanitario ad altri paesi, magari in via di sviluppo e le cui popolazioni hanno gli stessi diritti alla salute della nostra, in un’epoca nella quale le competenze professionali per la salute sono vieppiù centrali per la sopravvivenza di intere popolazioni nel villaggio globale, ormai tale non solo per i movimenti di capitale e di merci ma anche delle patologie! È, dunque doveroso chiedersi con quali argomentazioni e con quale etica pubblica il Ministro dell’Università e i Rettori delle Università Italiane si limitano a dire che nella situazione attuale delle università pubbliche italiane è impossibile formare più laureati invece di programmare e richiedere le risorse necessarie a renderlo possibile in Italia, in concorso indispensabile con il SSN, informandone l’opinione pubblica.

Dove ci porteranno il Governo Draghi, il ministro alla Salute Speranza e la loro maggioranza, indistinguibile se non a parole dalla opposizione di centro-destra quanto a politiche di incremento ingiustificato della spesa per armamenti e di privatizzazione dei servizi pubblici, da ultimo anche per la sanità con il cosiddetto DDL Concorrenza? Forse all’autonomia regionale differenziata per una più efficace e capillare privatizzazione della sanità pubblica, regione per regione, in combinazione con il definanziamento programmato dall’ultima legge di bilancio, versione italiana della rana bollita di Noam Chomsky? Purtroppo, questa non è una mera ipotesi. È un preciso disegno politico dopo la recente pubblicazione del DDL Gelmini (su cui si dovrà tornare nei prossimi giorni e nelle prossime campagne elettorali).

Gli autori

Gianluigi Trianni

Gianluigi Trianni è medico igienista, esperto di politica e programmazione sanitaria. È stato Direttore sanitario a Correggio, a Carpi, al Policlinico di Modena e all’ospedale universitario Careggi a Firenze nonché Direttore generale a Lecce nel 2006. È coordinatore dell’associazione “Modena per la Costituzione” e cofondatore del circolo di “Libertà e Giustizia” di Modena.

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