Cosa ci insegna la Resistenza

image_pdfimage_print

«Senza i morti, i loro e i nostri, nulla avrebbe senso». Sono parole del partigiano Johnny, il protagonista del romanzo più importante sulla Resistenza italiana; e sono parole terribili, che costringono a misurarsi con il tragico implicito in ogni gesto di guerra. In giorni nei quali molti parlano con incomprensibile leggerezza di guerra e di morte, è assente questo richiamo tragico, centrale invece nell’opera di Beppe Fenoglio, partigiano badogliano: sta forse di nuovo prevalendo l’istinto di morte denunciato con sgomento da Freud nelle Considerazioni attuali sulla guerra e la morte nel 1915?

A differenza di quanto accade oggi nel discorso pubblico, Fenoglio conosce la fatica di dare senso alla guerra, alla morte subita e alla morte data: i morti che danno senso non sono solo i «nostri» ma anche i «loro» perché la guerra non è solo rischio di morte ma anche esperienza omicida, e accanto al coraggio di esporsi al rischio di morire occorre il coraggio di uccidere. Per chi non sia un assassino, questo coraggio può venire solo dalla consapevolezza di una condizione senza altre vie di uscita: una condizione pervertita che costringa, perché la perversione non divenga irreparabile, a combattere e a uccidere. Dal momento che uccidere è il male supremo, è il gesto di Caino, il gesto con il quale un umano si appropria del diritto di privare un altro umano della vita, del diritto della natura o di Dio, il mite e il giusto chiamati a uccidere devono sapere che il loro gesto è giustificabile: che non c’è nessuna alternativa. Devono assumere su di sé il destino tragico di violare il più alto tabù sociale; devono accettare di perdere l’innocenza. Vedo l’eroismo dei partigiani che si offrono liberamente al rischio di morire; ma molto di più sento l’eroismo tragico e senza retorica dei partigiani non coscritti che altrettanto liberamente assumono la responsabilità di uccidere e di perdere l’innocenza. L’importanza di questa data simbolica, appannata dalla retorica e sporcata dal cinismo, sta in questa dimensione tragica. Non è dunque separabile dal sistema di valori per proteggere i quali la morte è stata rischiata e inferta.

La storia umana è anche il lungo processo di civilizzazione della morte, così come di eros: civilizzazione della pulsione libidica e dell’istinto di morte. Il corteggiamento e l’intesa al posto dello stupro; una partita a scacchi e un conflitto di argomentazioni invece di un pugno e dell’omicidio. La guerra è dunque ogni volta una minacciosa regressione all’arcaico e al primordiale. Accedervi implica l’ingresso in un orizzonte spogliato di quanto l’umanità ha costruito in millenni di storia. Le regole di un conflitto sono il modo disperato in cui la civilizzazione dell’aggressività tenta di sopravvivere allo scatenamento del ferino istinto di morte. Aperte le porte all’arcaico, la discesa nell’orrore trascina tuttavia l’irruzione della ferocia primordiale: i crimini di guerra sono quasi sempre il modo in cui la guerra, dilagando, cancella le ultime tracce della civilizzazione. Ma come pretendere che si ammetta la necessità, l’opportunità anzi, di uccidere altri umani, che si sospendano le leggi centrali di ogni sistema di diritto (“non uccidere!”), e le si rovescino anzi (“uccidi il nemico!”), conservando intanto il rispetto di regole minori, di ritualità e procedure? Dissotterrata l’ascia di guerra, l’umanità civilizzata incontra i progenitori terrorizzati e feroci; ritrova nel proprio corpo le facoltà dell’antica natura preistorica; assapora la libertà intatta che precede il contratto sociale. Scopre lo stupro alle spalle dell’amore, il potere sull’altro prima dell’incontro, la morte del nemico quale antidoto alla propria. Le forme del controllo sociale (non uccidere, non rubare, non stuprare) evaporano, e cancellano la frustrazione delle leggi, la mediazione dell’accomodamento pubblico, l’ingiustizia dei vincoli sociali. Il più forte, il più spietato, il più temerario prevale; e prevalgono in ciascuno le parti temerarie spietate forti. La crudeltà diviene un valore; l’empatia, un intralcio. Come Freud aveva inutilmente ammonito, l’umanità liberata dalle mediazioni della civiltà impara di nuovo un regime di libertà originario (l’homo homini lupus) al quale farà fatica a rinunciare una volta terminato il conflitto. E gli effetti delle trincee della Grande guerra avrebbero devastato l’Europa e il mondo negli anni successivi, avrebbero trasportato sul terreno non più militare la libertà primordiale appresa sui campi di battaglia; sarebbero diventati le squadracce fasciste, le camicie brune dei reparti hitleriani, la Falange franchista.

Celebrare il 25 aprile significa ricordare il peso tragico di una guerra, quella partigiana, in cui decine di migliaia di persone hanno liberamente scelto di scendere in questo abisso tragico, hanno rischiato di perdere l’anima e la propria natura civile per impedire che un sistema di valori inaccettabile, un sistema di valori che ergeva a dignità di legge il primordiale e l’arcaico, potesse prevalere. Significa anche ricordare ogni volta che l’orrore di questo percorso, l’aver trascinato altri a impugnare le armi e a uccidere e a morire, è anch’esso responsabilità atroce del fascismo: dei suoi valori di sopraffazione e di morte, e delle sue alleanze.

Il contributo militare dato dalle partigiane e dai partigiani alla liberazione territoriale dell’Italia, pure importante, ha un significato imparagonabilmente minore rispetto alla scelta, in tutti sofferta e in alcuni straziante, di imbracciare le armi e di uccidere, e di compiere dunque il viaggio nelle tenebre dell’arcaico, per affrontare sul suo terreno la peggiore minaccia di regressione primordiale patita dalla storia umana. Si trattava di usare la morte per fronteggiare il mito fascista della “bella morte” e i teschi sulle divise nere delle SS: di compiere gesti per lo più uguali, trascinati sul terreno della ferocia omicida, ma di compierli in modo che fossero redenti dai valori di civiltà e di vita che non potevano più essere difesi altrimenti. Il ripudio della guerra iscritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione è la forma giuridica di questa redenzione; e così ogni volta che quel ripudio viene sospeso, ecco che la redenzione stessa è in pericolo, e solo la difesa non altrimenti esercitabile dei valori insiti in quel ripudio può costituire eccezione, e confermare il senso tragico della Resistenza. Il pacifismo è dunque la norma di un patto costituzionale che può ammettere il ricorso alla guerra solo quale estremo rimedio difensivo nel caso in cui quel patto e i valori che sottende siano minacciati e pervertiti. Il clima aggressivo che ha dilagato nei media, non solo verso l’aggressore russo ma verso i russi e la cultura russa, non solo verso Putin ma verso coloro che invocano la ricerca della pace e richiamano il senso tragico della guerra, fino al Papa, costituisce già un prezzo della guerra e della disponibilità ad ammetterne la pratica; è già un veleno che ha ammalato la comunicazione e le coscienze, un serpeggiare dell’arcaico e della sua ferocia. Vuole fare del 25 aprile la festa militare di una guerra vinta. Non tollera che sia invece l’emblema di una guerra tragica e se si vuole paradossale: una guerra scelta come rimedio unico rimasto al trionfo dei valori di aggressività e di morte.

Nel mondo antico la civilizzazione dell’aggressività, anziché puntare sul ripudio della guerra ne aveva ritualizzato il senso, caricandolo di valori mitici: l’epica dell’Iliade riposa su un sistema di valori condivisi nel quale la morte in battaglia è un modo di dare senso alla vita. Alle Termopili e a Maratona i Greci civilizzavano la guerra facendone lo strumento per difendere l’esistenza della propria identità. Non serve dire che alla base di questa percezione c’è la spaccatura fra l’identità propria, definita da lingua e valori, e gli altri, i barbari. Ma dentro i confini di questa contrapposizione, la codificazione della guerra come valore poteva fare di pòlemos una forma di incivilimento. Questa prospettiva si prolunga fino al Medioevo, superando dunque lo spartiacque cristiano, la predicazione non violenta del Vangelo e la sua rivoluzionaria discontinuità rispetto al Dio guerriero dell’Antico Testamento. E i valori dell’epica in gran parte individualistica della cavalleria –che tramanda nell’Europa cristiana, spesso incrociandoli con intenti di colonizzazione culturale ed economica, i valori dell’epica antica– sarebbero sopravvissuti fino all’arrivo delle armi da fuoco, della leva di massa e delle milizie mercenarie. La guerra costretta nel cerimoniale cavalleresco avrebbe suscitato la nostalgia di Ariosto ma anche lo svelamento realistico di Pulci, di Erasmo e di Voltaire. Accanto all’idealizzazione, la realtà spaventosa di massacri sempre più grandi: la guerra dei Trent’anni, e tutte le altre terribili fra Cinquecento e Settecento; le guerre di massa moderne, sempre più riluttanti ad attribuzioni di senso: sacre nella difesa di identità religiose, necessarie nell’esercizio dei diritti di predazione coloniale, sacre e necessarie nella rivendicazione dei confini di una patria, violati o da accrescere; ma tutte comunque guerre omicide, con masse trascinate a morire e ad uccidere, sprofondate in un’obbedienza che costringeva al disprezzo delle leggi vigenti in tempo di pace. Le guerre napoleoniche. Il conflitto franco-tedesco. Stragi di umani paragonabili alle epidemie. Stragi in scala industriale, fino alla taylorizzazione della morte nelle trincee della Grande guerra, catene di montaggio dell’orrore.

È una catabasi terribile, di cui parla la disperazione di Erich Maria Remarque, di Emilio Lussu, di Georg Trakl, suicida dopo l’esperienza di una strage insostenibile, di Giuseppe Ungaretti. Narratori e poeti che cercano un senso, che cercano, come Clemente Rebora scriveva in una lettera, che cosa avrebbe potuto giustificare la vita dopo quell’esperienza. Giustificare la vita: il diritto di vivere ancora, di restare accanto agli altri, a chi non ha conosciuto il volto di medusa della guerra, senza distruggerne l’inconsapevolezza, senza sporcarne l’innocenza. Come uscire dalla guerra senza portare con sé lo spettro di Caino, e impietrire con il suo sguardo qualunque costruzione di vita? Dopo quell’abisso nero, e mentre gli effetti della guerra e della sua logica dilagano nell’Europa e nel mondo, si fa strada il coraggio di ipotizzare in modo serio e argomentato un mondo senza più guerra. Nasce la Società delle Nazioni. La proposta di Kant, Per la pace perpetua, tenta di organizzarsi in un progetto praticabile. Il Novecento diviene, anche così, un secolo di acute contraddizioni: quello delle guerre più sanguinose, e quello delle più generose costruzioni di pace. Alle guerre sempre più tecnologiche e devastanti, con lo spettro della distruzione atomica definitiva, sta accanto il diffondersi di un’ideologia della pace come valore supremo, come fondamento di qualunque altro valore sociale e civile.

Il 25 aprile ricorda questa contraddizione. In quanto erede del progetto risorgimentale (liberare l’Italia dagli eserciti stranieri), sconta un immaginario cavalleresco e romantico, con la sua retorica nazionalista. In quanto conflitto tra diverse concezioni –razzismo, superomismo, autoritarismo da una parte; uguaglianza, democrazia, libertà dall’altra– ripropone costantemente una spaccatura: la Resistenza è stata anche una guerra civile, uno scontro tragico di italiani contro italiani, e finché in Italia ci saranno persone che si riconoscono nei valori dell’antifascismo e altre che più o meno dichiaratamente guardano a quelli del fascismo, questa festa sarà una festa divisa; e anche per questo, come è necessario, una festa tragica.

Questa spaccatura è dolorosa: la sua persistenza indica che la redenzione della pace costituzionale è ancora incompiuta, e anzi ancora in pericolo; che neppure i morti sono al sicuro. Ma più dolorosa e insidiosa è la rimozione dell’aspetto tragico su cui la ricorrenza si fonda, la rimozione del conflitto in nome di un unanimismo che rischia di espropriare questa data del suo significato storico. Particolarmente insidioso, questa volta, è il parallelismo con la guerra che la popolazione ucraina sta legittimamente combattendo per opporsi all’aggressione imperialista della Russia di Putin. Perché il parallelismo fa evaporare le ragioni specifiche della Resistenza italiana, trasformandola in un universale senza tragedia e senza significato; e ci fa dimenticare che con il 25 aprile non celebriamo una vittoria militare ma una vittoria sul militarismo fascista, così che il 25 aprile è la festa di un paese nato dalla Resistenza e che per questo si fonda sul ripudio della guerra, la festa che ogni anno ci chiama a rifiutare il fascismo e la sua aggressiva logica di morte.

Il rispetto per la guerra degli ucraini (e il soccorso che si dà, legittimamente, agli aggrediti) non toglie che la Resistenza italiana non fu una guerra contro un invasore straniero (come nel caso ucraino) ma una guerra contro un’alleanza formata anche da italiani, e organizzati in uno stato, la Repubblica sociale italiana, che rivendicava (fin dal nome) la legittima continuità dello stato nazionale; e fu una guerra senza esercito regolare e senza leva obbligatoria: una guerra di volontari. Non fu dunque la guerra degli italiani contro un invasore straniero ma fu la guerra degli antifascisti, italiani ma anche di altri nazioni, contro i fascisti italiani e contro i nazisti.

In un tweet provocatorio ma rivelatore, si chiede come valuteremmo, ove l’Italia fosse invasa da un esercito straniero e Verona, per esempio, fosse assediata, un battaglione di italiani neofascisti che la difenda. Ecco, è questo: italiani, stranieri, fascisti… Come è potuto accadere che il discorso pubblico sia stato avvelenato e pervertito fino a smarrire i fondamenti della coscienza storica e civile? Come è accaduto che in un paese cristiano, e che ha ospitato le forme dell’internazionalismo socialista, l’appartenenza nazionale potesse divenire un valore supremo? Quale regressione a un nazionalismo razzista e cieco ci ha portato a questo? I miei fratelli e le mie sorelle non sono forse coloro che condividono, nella comune identità di specie, i valori della solidarietà umana? I miei compagni non sono gli sfruttati di tutti i paesi? Siamo forse gli uguali di tutti i Caino d’Italia e i nemici dei non italiani, anche vestiti con i panni di Abele? Davvero affiderei la mia libertà e la mia identità di italiano a un battaglione di fascisti? Davvero ho dimenticato che molti battaglioni di fascisti hanno veramente difeso l’Italia (quella della fascista Repubblica di Salò) dagli eserciti stranieri degli Alleati, nel 1944-45? La Resistenza non ha difeso l’Italia in quanto nazione ma in quanto sistema di valori alternativi al fascismo e alla sua religione funebre e aggressiva, e la nuova Italia nata dalla Costituzione antifascista non è figlia della Resistenza in quanto guerra vittoriosa ma in quanto guerra eccezionalmente dotata di senso, sia pure il senso tragico di una terribile discesa nell’arcaico dell’aggressività, del dare e ricevere la morte.

Io sono oggi grato, grato fino a esserne ogni volta commosso, al coraggio dei partigiani e delle partigiane che «volontari si adunarono, per dignità non per odio» (come suona una ben nota epigrafe di Piero Calamandrei) e decisero di inabissarsi nel luogo più pericoloso, dove ricevere e dare la morte è consentito. E di più gli sono grato perché nonostante tutto seppero smettere, seppero tornare alla vita civilizzata e costruire la pace di un paese che ripudia la guerra; seppero confidare i loro gesti non alla monumentalizzazione dell’eroismo guerriero ma a un progetto di pace, alla Costituzione di un paese che ripudia la guerra. Sono grato al gesto di mia madre ventenne che trasporta armi in una città occupata dai nazisti e mi chiedo, ogni anno mi chiedo, se sono stato e so restare all’altezza di quel gesto, se sarei in grado, non di combattere qualora fosse inesorabile di nuovo farlo, ma di combattere per dignità non per odio, se sono in grado di restare comunque capace, come quel gesto tragicamente chiedeva, di ripudiare la guerra.

Gli autori

Pietro Cataldi

Pietro Cataldi ha studiato con Romano Luperini e Franco Fortini e insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università per stranieri di Siena (della quale è stato rettore). Ha commentato Dante e Montale, e tradotto il catalano Ausiàs March. Codirige la rivista “Allegoria”. Ha dedicato varie opere all’insegnamento della letteratura italiana e della storia nella scuola.

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Cosa ci insegna la Resistenza”

  1. Una articolata panoramica sulla Resisteza e sulla guerra; uno scorcio originale che aggiunge tasselli al discorso pubblico così deteriorato. Grazie al professor Cataldi che parte da Fenoglio e dal partigiano Johnny : “Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana.”
    Condivido con lui una madre che, ventenne, trasportava armi in una città occupata e quella volta che venne fermata da tedeschi e perquisita nella borsa piena di patate per nasconderle . .. Chiesero: cosa porti? Patate, rispose, si accontentarono di rimestare in superficie…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.