Verso un’economia di guerra

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Fino ad un mese e mezzo fa il discorso pubblico sull’andamento dell’economia era sostanzialmente ripiegato su due argomenti: gli effetti ristoratori del “rimbalzo” dopo il tonfo del Pil nel 2020 e le “magnifiche sorti e progressive” del Piano di Ripresa e Resilienza. Purtroppo, non abbiamo fatto in tempo a trastullarci per l’una e l’altra evenienza che una guerra carica di insidie per la pace e la sicurezza a livello mondiale ci ha violentemente catapultati in uno scenario ancora più drammatico di quello che abbiamo conosciuto nel momento peggiore della crisi pandemica. Torna lo spettro della recessione, con l’inflazione mai così alta da trent’anni a questa parte, e il PNRR appare già superato nella sua impostazione di fondo (riforme e linee di intervento).

A questa situazione concorrono fattori esogeni (la Russia che sfonda il confine ucraino), ma anche scelte del nostro governo e dell’Europa nel suo insieme. L’immediata reazione europea all’intervento russo contro il suo vicino, sostanziata non solo dall’invio di armi a una delle parti in conflitto ma anche, e soprattutto, dall’adozione di dure sanzioni contro l’altra (l’aggressore) ha finito per aggravare un quadro già fragile dal punto di vista economico e sociale. L’inflazione da costi c’era già, per via delle strozzature nelle catene globali di approvvigionamento di materie prime e semilavorati e per la speculazione sul valore dei beni energetici, ora ci pensano la guerra e le sanzioni a rinfocolarla. Chi di sanzioni colpisce, di sanzioni perisce? Un prezzo che le imprese e i cittadini stanno già pagando caramente. Da un lato c’è un problema di costi di produzione, lievitati a causa dei prezzi dell’energia e delle materie prime, dall’altra un problema di potere d’acquisto, eroso dall’aumento generalizzato dei prezzi (oltre 100 euro al mese per uno stipendio medio di 1500 euro).

E non è finita. Che impatto avranno le sanzioni sul nostro export? Per un’economia costruita sulle esportazioni non è una questione di poco conto. È vero che l’Italia è al 14esimo posto nella classifica mondiale dei partner commerciali di Mosca (valore dell’interscambio 20 miliardi di euro), ma alcuni settori chiave della nostra economia, come quelli dell’abbigliamento, dei mobili, degli elettrodomestici e dei macchinari, potrebbero risentire pesantemente della chiusura di questo mercato (un colpo l’avevano dato già le sanzioni del 2014). Cosa accadrebbe, invece, se si interrompesse il flusso di gas che dalla Siberia arriva a Tarvisio? Saremmo costretti a fare i conti con distacchi programmati delle forniture di energia elettrica, con il razionamento del gas, con blocchi nella produzione e nell’erogazione di servizi. Dire che si può sostituire il gas russo in poco tempo è fare semplicemente propaganda. Il gas non è il petrolio che arriva con le navi. Ci sono di mezzo infrastrutture complesse. E infrastrutture che non abbiamo a sufficienza, come i rigassificatori per il metano allo stato liquido (il gas di scisto americano, ad esempio). L’unica certezza, in questo caso, è che migliaia di aziende sarebbero costrette a chiudere e milioni di lavoratori finirebbero per strada.

È a questo scenario che alludeva Mario Draghi quando ha detto che «dobbiamo prepararci all’economia di guerra»? Se così fosse, bisognerebbe ricordargli che a pagare l’economia di guerra sarebbero innanzitutto, o soltanto, i ceti più deboli della nostra società. Viene alla mente la nota poesia di Bertolt Brecht: «Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente». E comunque, nel caso, la responsabilità non sarebbe solo di Putin. Bando all’ipocrisia: gli ucraini hanno non solo il diritto ma anche il dovere di difendersi e di resistere, ma non sta scritto da nessuna parte che mezzo mondo ‒ Europa, Usa, l’Occidente ‒ debba entrare in guerra al loro fianco, fino al rischio estremo di una terza guerra mondiale. A meno che non sia questo il vero obiettivo delle cancellerie europee e, in primo luogo, di Washington. Vogliamo regolare i conti con la Russia, anche a costo di un’apocalisse nucleare? D’altra parte, se applicassimo lo stesso principio “solidaristico” a tutte le guerre in corso nel mondo, dovremmo inviare armi a decine e decine di paesi e comminare sanzioni in numero tale da far saltare in aria il commercio mondiale! Perché agli ucraini sì e ai curdi o ai palestinesi no? È il doppio standard di cui spesso si parla. Intanto, non solo abbiamo deciso di non svolgere un ruolo di mediazione tra le parti, ma abbiamo messo nel conto che la guerra di Putin, oltre gli ucraini, dovranno pagarla economicamente anche i ceti popolari europei.

L’economia di guerra, quindi. Cosa si intende? Nel dizionario di economia e finanza della Treccani (2012), Vera Zamagni, fondatrice della European Review of Economic History pubblicata da Cambridge University Press, la definisce così: «Adeguamento del sistema economico alle necessità della guerra. […] Da un lato rendere disponibili risorse per gli armamenti, il mantenimento e la mobilitazione degli eserciti e, dall’altro, organizzare la produzione a sostegno della guerra». Pare proprio quello che sta accadendo in questo periodo, in Italia e in Europa. Almeno a uno stadio embrionale. Il Parlamento italiano, lo scorso 16 marzo, ha approvato un ordine del giorno che impegna il governo ad avviare un aumento delle spese militari fino al 2% del prodotto interno lordo (ora siamo all’1,6%). Una decisione che fa seguito all’annuncio dei tedeschi di voler portare a 100 miliardi il proprio budget annuo per la difesa (Biden ha chiesto per il 2023 la cifra monstre di 813 miliardi di dollari, venti volte tanto la spesa annuale della Russia). Dalla pandemia all’isteria bellicista: la parola d’ordine è “riarmo”.

Nel Documento di Economia e Finanza (DEF) appena varato dal Governo non c’è ancora un riferimento a questo incremento di spesa (l’appuntamento è con la legge di bilancio), ma, a leggere le variazioni di altre voci di spesa, si capisce che “l’adeguamento” è già iniziato. Si prevede che la spesa per scuola e istruzione scenda dal 4 al 3,5% del Pil (quasi otto miliardi in meno da qui al 2025) e che i trasferimenti al servizio sanitario nazionale subiscano una sforbiciata di un miliardo all’anno per i prossimi tre anni. Ma non è tutto. In questo Documento colpisce anche la (quasi)totale sovrapponibilità del quadro tendenziale e di quello programmatico. Tra le previsioni a legislazione vigente e quelle che dovrebbero risentire della politica economica del Governo non c’è quasi nessuna differenza. Prendiamo il caso dell’occupazione. L’incremento tra la “tendenza” e il “programma” è di solo lo 0,1%. Significa che il Governo rinuncia a qualsiasi intervento diretto per l’aumento dei posti di lavoro. Come dire: lo Stato per le armi, che per i disoccupati ci penserà, eventualmente, la “mano invisibile” del mercato. Un’iperbole, sì. Ma nessuno, due mesi fa, avrebbe potuto immaginare che una guerra regionale potesse sconvolgere, in poche settimane, le prospettive dell’economia e dei rapporti geopolitici globali. Purtroppo, siamo solo all’inizio.