Gli alpini, la retorica, la guerra

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Non esistono mezze verità. Esiste la verità e basta. Le mezze verità sono delle menzogne. La verità – come ha ricordato Alessandro Portelli su il manifesto dell’8 aprile (https://ilmanifesto.it/la-giornata-per-nikolajewska-revisionismo-e-memoria) – sono le foibe ma sono anche i massacri e le torture commessi sulla popolazione civile in Jugoslavia dalle nostre truppe d’occupazione. La verità sulla campagna di Russia è certamente le decine di migliaia di alpini morti, ma è altresì la catena di comandi militari incapaci e corrotti al servizio del Duce che, a quella morte, li ha mandati. Alpini bestie da macello costretti a combattere una guerra contro un Paese, l’Unione Sovietica, di cui non sapevano nulla, a fianco di un alleato, la Germania hitleriana, da cui ricevevano soltanto disprezzo. Ignorare tutto ciò significa far morire quegli alpini una seconda volta. Ed è quanto hanno fatto i senatori del nostro paese, con “soddisfazione della destra” attraverso l’istituzione della «Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini» (https://volerelaluna.it/allarmi-son-fascisti/2022/04/12/il-parlamento-gli-alpini-il-fascismo/).

Ché invece bisogna farli parlare questi Alpini; farli parlare, ad esempio, attraverso chi per il loro riscatto ha dedicato tutto il suo impegno. Mi riferisco a Nuto Revelli. Ufficiale effettivo di prima nomina poi, dopo l’8 settembre 1943, comandante partigiano, mandato, poco più che ventenne, il 21 luglio 1942, sul fronte russo. Sarà lui a narrare in prima persona i terribili mesi di quella tragica ritirata (Mai tardi, 1946; La guerra dei poveri, 1962). Sarà sempre lui a raccogliere la testimonianza di chi è sopravvissuto. Sarà ancora lui a denunciare la totale dimenticanza da parte dello Stato italiano di questi reduci, ridotti a sopravvivere con pensioni da fame; peraltro quei ‘fortunati’ che dopo interminabili trafile burocratiche erano riusciti a ottenerle.

Sono tante le pagine in La guerra dei poveri, che i parlamentari che hanno approvato l’istituzione di questa Giornata avrebbero dovuto leggere per intuire almeno il tragicamente grottesco della campagna di Russia. Scelgo un appunto datato 10 marzo 1943. I superstiti del battaglione Tirano sono accampati a Udine per la disinfestazione. Il suo organico, che era di 8 ufficiali e 346 alpini, ora è ridotto a 3 ufficiali e 70 alpini. Revelli si sta attivando per raccogliere la storia di ogni disperso. «Chi ebbe a vederlo l’ultima volta, dove, quando. Se congelato, ferito, ammalato. Se scalzo, se con coperta o senza. Se deciso a proseguire o rassegnato a perdersi. Per i morti poche notizie: uno a due testimoni e la data presunta del fatto d’arme» (La guerra dei poveri, 1962, p.115). È arrivato un alto ufficiale da Roma, un “pezzo grosso”. Parla Reverberi, il comandante di quanto rimane della sua divisione (le perdite complessive del corpo d’armata alpino in ufficiali e soldati morti o dispersi, feriti o congelati: 43.580, pari all’80%, La strada del Davai, 1966, p. XIX). Scrive Revelli: «A un tratto, quando il nostro generale scivolò sull’eroico, un brusio spontaneo gli disse che non eravamo d’accordo! Sì. È vero il soldato italiano è il migliore del mondo. Nessun soldato in quell’inferno avrebbe saputo combattere e morire per fare strada a una colonna di sbandati. Tutto ciò è vero, spaventosamente vero. Ma non basterà costruire un grande monumento di retorica, di parole, per calmare i nostri morti. I responsabili della nostra avventura dovranno finire al muro! Anche i buffoni dovranno finire al muro. A Slobin eravamo ancora coperti di stracci: attorno ai piedi avevamo ancora i malloppi di coperte. Avevamo bisogno di chirurghi, di bende, di pietà. I feriti morivano dissanguati, i congelati perdevano i piedi. Il tifo petecchiale era alle porte. Da Roma ci spedirono un babbeo, con le mele del Duce, con il sole d’Italia» (La guerra dei poveri, p. 116).

Gli Alpini, con il loro disaccordo, avevano capito ciò che Revelli, anni dopo – siamo nel 1960 –, avrebbe denunciato profeticamente nell’introduzione a La strada del Davai (p. IX): «Sapevo che in guerra paga sempre la povera gente, avvertivo che monumenti e lapidi sono l’ultimo colpo di spugna sulla lavagna delle colpe e delle responsabilità impunite. […] Nulla è peggiore della retorica, della grancassa che esaltando gli eroi ed i morti serve ai vivi». Sicuramente, aggiungo io, non serve ai superstiti.

Chiudo con le parole di Viale Giuseppe, classe 1918, titolo di studio V elementare: «È triste il ritorno dalla guerra. Contadino, mi sono trovato senza forze, senza salute, senza niente. […] Spero di non vedere mai più una guerra. Basta con la guerra».