La morte evitabile di Stefano Cucchi, i giudici, il potere

Volerelaluna.it

07/04/2022 di:

Stefano Cucchi è morto, ucciso dalle botte di chi avrebbe dovuto custodirlo e proteggerlo e dal silenzio di chi avrebbe dovuto parlare, il 22 ottobre 2009. Qualche giorno dopo le foto del suo volto tumefatto sono comparse su alcuni giornali. E subito c’è stato chi è corso a minimizzare e a difendere l’operato delle diverse forse di polizia che avevano avuto in consegna lo sfortunato giovane, a sua volta criminalizzato perché “tossico”. Ci sono voluti 12 anni e mezzo per arrivare – dopo depistaggi e difficoltà di ogni genere – all’accertamento giudiziario definitivo della dinamica dei fatti (pur evidente fin dall’inizio) e alla condanna per omicidio preterintenzionale di due appartenenti all’arma dei carabinieri. Ciò è avvenuto solo per la determinazione della famiglia di Stefano e per l’impegno di pochi magistrati (emerso, peraltro, dopo anni di sostanziale inerzia). All’esito della vicenda giudiziaria può essere utile, a dimostrazione di quanto si sarebbe dovuto e potuto fare subito, ripercorrere l’intervento di un magistrato (già in parte ripreso su queste pagine: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2018/10/13/stefano-cucchi-i-silenzi-le-parole/), comparso sulle pagine di la Repubblica il 4 novembre 2009, pochi giorni dopo la pubblicazione delle foto del volto devastato di Stefano dopo la morte. (la redazione)

Non riesco a levarmi dagli occhi l’immagine del viso martoriato di Stefano Cucchi, un viso – come ha scritto Adriano Sofri su “Repubblica” – «che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono». Non posso e non voglio rimuoverlo. Non lo voglio come cittadino e non lo voglio come magistrato di questa infelice Repubblica. Non so come sia morto quel ragazzo (a volte sorridente, a volte disperato: come tutti noi). Non so chi, di quella morte, porti la responsabilità, o la responsabilità maggiore. Ma una cosa la so: quelle lesioni che gli hanno devastato il corpo, Stefano Cucchi non se le è procurate da solo e (quantomeno) la solitudine della sua agonia lunga una settimana poteva e doveva essere evitata. E vedo – insieme alla dignità di una famiglia che chiede rispetto per chi non c’è più – una sequenza tragica e già conosciuta in tante (troppe) analoghe occasioni: la negazione dell’evidenza; il rimpallo delle responsabilità; le assoluzioni preventive pronunciate da ministri e politici; i silenzi di chi dovrebbe parlare; le smorfie insensibili dei tanti burocrati che hanno attraversato la vicenda. E sento persino scaricare la colpa di quella fine orribile sulla vittima, colpevole di «nascondere sotto il lenzuolo il proprio viso tumefatto» e «di non volersi alimentare» (quasi che ciò – se vero – non imponesse l’immediato coinvolgimento della famiglia e delle persone in grado di incidere su una scelta autodistruttiva).

Sento, insieme all’angoscia, un dovere in più come magistrato. Se, ancora una volta (l’ennesima volta), non ci sarà un giudice capace di accertare in tempi brevi la reale dinamica dei fatti e le connesse responsabilità (tutte le responsabilità, anche – se necessario – in casa propria), allora il futuro di tutti, in questo Paese, sarà ancora più nero. Sta qui il banco di prova per i giudici e per la giurisdizione, non nelle sciocchezze interessate sulle “toghe rosse” e sulla “politicizzazione”. Conosco le difficoltà dell’indagare e dell’accertare la verità. Rifuggo, per questo, da demagogie e pre-giudizi. Ma la drammaticità del passaggio istituzionale non può essere taciuta.

La tragedia tocca anche il personale. E se – come si diceva un tempo – il personale è politico, allora è bene non tacerlo. Forse sono un po’ anomalo. Faccio da quasi quarant’anni il magistrato, prevalentemente nel penale, e ancora sento la difficoltà e l’asprezza di incidere, con le mie decisioni, sulla libertà e sulla stessa vita del prossimo. Continuo a fare questo mestiere perché c’è una Costituzione il cui articolo 3 prevede l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e impone agli organi e alle istituzioni della Repubblica (magistrati compresi, anche se non sempre se ne ricordano…) di rimuovere gli ostacoli che impediscono di fatto tale uguaglianza. Non mi affascinano i rapporti tra i poteri, la classificazione degli organi costituzionali, le loro definizioni con sostantivi e aggettivi appropriati. Credo invece – continuo ostinatamente a credere – che il problema della giurisdizione stia nella sensibilità, nell’intelligenza, nella indipendenza (dai poteri e dai luoghi comuni) dei giudici e dei pubblici ministeri, nella loro capacità di leggere i fenomeni sociali, le ansie, i problemi e le paure di chi entra nei tribunali, nella loro voglia di inverare la cultura dei diritti, delle garanzie, dell’uguaglianza. Questo sta scritto – almeno così io leggo – nel nostro sistema costituzionale. Se così non fosse resterebbe attuale l’amara riflessione svolta da Dante Troisi nel racconto autobiografico Diario di un giudice che, pubblicato nel 1955, gli procurò, insieme, un successo letterario e una condanna disciplinare: «Alle nostre spalle e di tutti gli altri (giudici) ora in funzione c’è il crocefisso e la scritta: “La legge è uguale per tutti”; domani, in luogo del crocefisso potrà esserci un’altra cosa, ma sarà ancora un simbolo del potere che ci proteggerà le spalle. Giacché noi siamo sempre da quella parte».

Spero che non sia più così. È che ciò emerga di fronte a un ragazzo morto – credo – per responsabilità di alcuni e per insensibilità di molti.