È permesso immaginare la pace?

image_pdfimage_print

Vorrei molto che queste righe fossero inutili perché contemporanee anche solo a un’interruzione della follia di cui siamo testimoni da troppi (anche se pochi) giorni in Ucraina: che si traduce nella concretezza di tanta sofferenza e morte senza senso, assurda per le cause su cui sono scatenate le analisi, e per un futuro che troppi analisti dicono non breve.

La crisi ucraina è scoppiata, in forma di guerra di aggressione, non improvvisa: incubata da anni, monitorata da tutte le parti in causa, temuta a parole e nella preparazione armata, discussa a porte più che chiuse sulle scacchiere di tutto il mondo geopolitico. Per le modalità della sua manifestazione (visto il suo protagonista aggressore e lo scenario di bombardamenti che interessano un paese centrale e critico dello scenario europeo) l’invasione del territorio ucraino ha avuto l’onore di essere subito qualificata come guerra e di attrarre anche l’attenzione dei più alti livelli del diritto internazionale (ICC, ICJ). Tutte le altre “aggressioni”, con o senza bombardamenti, sparse “normalmente” nel mondo sono state oggetto di altre denominazioni, anche se la tragicità delle sofferenze e delle morti era/è senz’altro più che competitiva. La guerra è arrivata perfettamente in tempo per sostituirsi da protagonista alla pandemia in tutti i talk-show: come era stato per il Covid-19, che aveva dato il nome di un nemico ben identificato (un virus che aveva fatto un salto di specie) ad agenti ancor più effettivi in termini di contagio e di vittime, perché permanenti e strutturali, come la fame, la diseguaglianza, la mortalità infantile (tanto “normali” e “condivisi” da non essere più attribuibili all’uno o all’altro responsabile, o sottoposti all’una o all’altra giurisdizione).

Il successo della guerra a livello mediatico, di opinione pubblica, della politica è stato così forte da rendere impossibile ‒ per mancanza di spazio? di emozione? di interlocutori autorevoli? ‒ fare della pace l’oggetto primario, coinvolgente, capace di fantasia e immaginazione, il tema principale, ineludibile. Come in un servizio psichiatrico alle prese con una crisi psicotica violenta, si ritiene che la “contenzione”, di qualsiasi tipo, sia il rimedio, perché non c’è tempo mentale e tradizione di cura. Coerentemente, l’accordo più immediato, tra gli attori più prossimi e ufficiali, è stato quello di rompere tutti i dubbi possibili e indicare nella fornitura delle armi, non importa come e a chi, il “rimedio” più urgente e simbolico alla “follia criminale” (sulla quale l’accordo può essere totale: come per la diagnosi di una crisi psicotica). L’unico grido condiviso è stato quello di chiedere all’aggressore di arrestare la sua follia: senza immaginare-proporre nulla se non altre “contenzioni” in forma di sanzioni. Come quando per la tragedia della migrazione (“miracolosamente” scomparsa dalla cronaca e dalla politica, con le sue vittime e le guerre che ne sono la causa) un aiuto umanitario simile a un’elemosina sostituisce una presa in carico, almeno entrando in un’agenda di lavoro.

Così la guerra, diventata in modo massiccio protagonista di tutti i quotidiani della vita, svolge perfettamente il suo compito: al di là della ferocia e inutilità dell’uccidere, essere rivelatrice (ancor più perché tutti gli attori della geopolitica sono coinvolti, a diverso titolo ma nessuno in modo innocente) di una struttura di fondo della “civiltà” nella quale viviamo che ha spazi crescenti e senza confini per ricerca, industria, produzione, glorificazione tecnologica delle armi, e riserva per la pace dichiarazioni e raccomandazioni svuotate di potere, credibilità, esempi.

Non sono esperto di strategie, ma mi sembra che ci sia una domanda che mantiene tutta la sua attualità anche a guerra in corso. Perché l’Unione Europea non trova la dignità di soggetto autonomo e non entra nella politica con una piattaforma chiara ed esplicita che indichi, nell’immaginario e nella prassi, un cambio di paradigma, mettendo al centro il popolo-paese dell’Ucraina, dandogli l’opportunità storica di essere indicatore di un “dopo” rispetto alla logica dominata dalla guerra (ancor più se nucleare): un’Ucraina neutrale, garante di non aggressione alla Russia e al mondo della NATO? L’ingenuità della domanda coincide con questo ultimo “attore”, che non coincide con nessun popolo, e di cui è nota l’ideologia e il ruolo centrale nelle politiche di tutti i paesi, dentro e fuori i suoi confini. L’unica interpretazione legittima del ruolo “di difesa” della democrazia sarebbe quella di divenire protagonista diretto della trattativa insieme a paesi e popoli riuniti nell’UE. La “follia” di un Putin che rappresenta soprattutto se stesso e cancella il diritto in tutte le sue forme si dovrebbe confrontare, in questo scenario, non con un “nemico”, ma con un progetto di futuro, nel quale le armi siano a priori escluse, e si dia il tempo di sperimentare forme democratiche di decisione, senza pericolo di interferenze militari. La “ovvietà” della proposta è pari all’apparente ingenuità della sua percorribilità. È, di fatto, il test per sapere se la vera “contenzione” violenta e impunita non sia, in realtà, quella che si applica direttamente anche solo al pensare-immaginare la pace.

Non c’è dubbio che l’Ucraina, e soprattutto il suo popolo, rappresentano in questo momento tutti i popoli che sono alla mercé ‒ armata delle più diverse armi politiche ed economiche ‒ dei poteri, pubblici e privati, indisponibili a cambiare, al loro interno e nello scenario internazionale, paradigmi-modelli di sviluppo nei quali  il linguaggio della “guerra”, di vincitori e vinti e di tutti i neocolonialismi (dittatoriali o democratici) è quello che detta legge, e proibisce quello dei popoli e della loro autodeterminazione. Dal piccolo-debole osservatorio del Tribunale Permanente dei Popoli, abbiamo, con tanti popoli, appreso e sperimentato che un diritto, nazionale e internazionale, che non abbia il coraggio e la creatività di fare della vita concreta delle persone il riferimento “senza se e senza ma” può solo soccombere alla violenza-guerra dei poteri di turno.

Gli autori

Gianni Tognoni

Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E' stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E' presidente delComitato Etico, Università Bicocca, Milano.

Guarda gli altri post di: