La guerra e soldati che non sparano

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Le vicende angosciose di questi giorni mi richiamano alla mente un libro che ho letto di recente: Una nuova storia (non cinica) dell’umanità, di Rutger Bregman (Feltrinelli, 2019). Il quarto capitolo, intitolato Il colonnello Marshall e i soldati che non sparavano, affronta il tema della resistenza a uccidere e a infliggere sofferenza, che sarebbe innata negli esseri umani. L’autore presenta diversi esempi di soldati che, in varie epoche e su diversi fronti di guerra, non si sono impegnati quanto avrebbero dovuto nel colpire, trafiggere, scannare, squartare, massacrare altre persone. Ossia nello svolgere fino in fondo il mestiere per cui erano stati addestrati. Soldati che mirano intenzionalmente in alto, che perdono tempo a ricaricare il moschetto, che – anche senza scappare e abbandonare le armi – fanno di tutto per non uccidere, suscitando l’esasperazione dei superiori («Un ufficiale raccontò di essere passato lungo le linee urlando: “Maledetti, cominciate a sparare!”. Con scarso risultato. “Sparavano solo quando li guardavo”»: p. 79).

Chissà se la tesi dell’innata riluttanza a uccidere, che l’autore sostiene basandosi anche su una ingente mole di studi di psicologia, paleontologia, antropologia, è fondata. Tendo a pensare che lo sia. Un po’ per via di un nonno che – mi è stato raccontato – con la scusa della miopia ha attraversato indenne le trincee della prima guerra mondiale sparando a casaccio, senza mai mettere a segno un colpo. Un po’ perché ho bisogno di credere che nessun essere umano sano di mente, uomo o donna che sia, sia “programmato” per uccidere, e riesca a farlo senza dover vincere fortissime resistenze, e senza pagare un enorme prezzo sul piano dell’equilibrio psichico. Le notizie di questi giorni di giovanissimi soldati russi, catapultati a loro insaputa in una devastante guerra di aggressione, che non mostrano alcun entusiasmo nello svolgere i loro compiti, mi sembra che confermino questa intuizione. Ma chi sta dall’altra parte? Chi prende le armi con ben altre motivazioni e determinazione, per difendere la propria vita, i propri cari, la propria terra? Viene meno, in questo caso, la refrattarietà a uccidere? Non lo so. Ma so che una delle testimonianze più strazianti arrivate per ora da questa terribile guerra è per me quella di una donna ucraina intervistata da Francesca Mannocchi che, riferendosi al figlio diciottenne, dice piangendo: «Sa solo studiare, vuole solo studiare, non deve prendere le armi»…

Il volume di Bregman offre altri argomenti e altre testimonianze a favore di una visione “non cinica” della storia dell’umanità. Torna ad esempio su un celebre caso di cronaca degli anni Sessanta, quando 37 testimoni oculari avrebbero assistito, silenti e indifferenti, all’assassinio di una ragazza a New York, per smontare la versione sensazionalistica dei fatti offerta dai media. Nella realtà, quando si assiste “in presenza” alle sofferenze altrui, senza la mediazione di uno schermo o di altri dispositivi di distanziamento fisico e psicologico, ciò che avviene di regola è l’attivarsi dei neuroni-specchio e il risveglio dell’empatia. Certo, non si può dire che questo accada invariabilmente. Si pensi all’episodio, raccontato da Marco Revelli, della donna di Ponticelli che, di fronte all’implorazione di aiuto di una madre rom, risponde con uno sputo (Umano Inumano Postumano. Le sfide del presente, Einaudi, 2020).

Ma questo e altri fatti simili sono casi abnormi, che richiedono di essere contestualizzati e spiegati, proprio perché non hanno nulla di normale e di “naturale”. La disponibilità mostrata in questi giorni da tanti cittadini polacchi e moldavi ad accogliere i profughi in fuga dall’Ucraina ci racconta un’altra storia. Si dirà che la stessa generosità non si è manifestata nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo provenienti da altre aree del mondo. Di nazionalità (e colore) diverso da quelli dei vicini di casa ucraini. Che la solidarietà scatti, in molti casi, innanzitutto nei confronti dei simili, con i quali è più facile immedesimarsi, è fenomeno noto, indagato anche da Bregman. Ma in questo momento possiamo forse metterlo tra parentesi e concentrarci sulle inaspettate riserve di umanità che le tragedie, spesso, fanno scoprire. Questo, per lo meno, è ciò che vorrei provare a fare io, oggi…

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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One Comment on “La guerra e soldati che non sparano”

  1. Buongiorno Valentina, mi pongo una domanda rozza: se gli uomini avessero una innata riluttanza a uccidere, non ci sarebbero mai state guerre. I pacifismi illustrati da Bobbio sarebbero tutti superflui.
    Non dico che gli uomini, al contrario, abbiano una innata propensione uccidere. Non lo so. Anche gli studi di antropologia presentano opinioni diverse. Forse le guerre hanno altre cause, diverse dalla natura umana. Ma le guerra ci sono sempre state e non abbiamo ancora trovato un rimedio. Che ne dici?

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