La crisi ucraina e il «signorsì!» dell’Italia

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Di fronte alla prospettiva del ritorno della guerra in Europa presagita dalla crescente pressione militare fra la NATO e la Russia sul fronte della crisi dell’Ucraina, stupisce il silenzio assordante dell’Italia, che appare completamente afona. La spiegazione ufficiale di questo silenzio ci è stata fornita l’8 febbraio attraverso le comunicazioni alle Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato del ministro degli esteri Di Maio e del ministro della difesa Guerini. Adesso sappiamo perché non si sente la voce dell’Italia sul piano internazionale: perché non abbiamo niente da dire rispetto alla nuova guerra fredda che stiamo vivendo, salvo che noi siamo membri attivi di questo scenario e non abbiamo alcuna intenzione di dissociarci. Per dire «signorsì!», non c’è bisogno di alzare la voce, né di gridarlo sui tetti. Anche per questo la posizione espressa dal Governo italiano sulla crisi dell’Ucraina è passata completamente sotto silenzio nella stampa e nei media. Di fronte a tanta sprovvedutezza, l’impressione è quella dell’orchestra che suona sul Titanic.

Di Maio e Guerini hanno cantato in coro: «siamo i più fedeli alleati della NATO!».

«Il rapporto transatlantico è il cardine della sicurezza e della pace in Europa e chi coltiva l’obiettivo di dividerci resterà deluso» ha dichiarato con fierezza Guerini. Per spiegare quanto siamo fedeli al rapporto transatlantico, il ministro della difesa ha specificato che occorre rafforzare il dispositivo militare della NATO specialmente sul fronte dell’Europa orientale e ha rivendicato il contributo militare dell’Italia per «rafforzare la deterrenza». Ha anche fatto cenno alle manovre militari in corso che oltre a essere utili per testare l’operatività delle forze armate «svolgono anche un ruolo essenziale nella comunicazione strategica nei confronti della controparte». In altre parole, con le manovre militari noi mostriamo i muscoli al nostro avversario. Quindi ha precisato che le misure militari esposte «da un lato consentono un rafforzamento della deterrenza e dall’altro rappresentano un impulso a continuare il dialogo per favorire una soluzione diplomatica». Orbene quando le scelte politiche e militari determinano, come in questo caso, una crescita della tensione sul campo, astrattamente vi sono solo due vie di uscita: o si inizia una de-escalation militare (e di conseguenza politica) ovvero si insiste nell’accumulare la minaccia militare sperando di scoraggiare l’avversario con una dimostrazione soverchiante di forza. Evidentemente l’Italia, accodandosi alla bellicosità USA, ha scelto questa seconda strada, ovvero di indurire il confronto militare fra i due blocchi ed è assurdo che questa scelta insensata e irresponsabile venga presentata come un impulso al dialogo e a una soluzione diplomatica della crisi.

Da questo punto di vista non sono rassicuranti le comunicazioni del Ministro Di Maio, che sulla questione politica centrale, vero nodo della crisi, ovvero l’ingresso della NATO e dei suoi armamenti in Ucraina ha chiuso la porta a ogni dialogo ribadendo che la scelta della porta aperta della NATO nei confronti di Ucraina e Georgia rappresenta «un principio irrinunciabile». Per Di Maio l’Ucraina ben può diventare la lancia della NATO nel costato della Russia e ciò non deve preoccupare Putin. Preoccupa invece, che la Bielorussia possa diventare la lancia della Russia nel costato dell’Europa orientale. «In un contesto di crescente tensione sul versante dell’Europa orientale – ha osservato Di Maio – è un elemento di forte preoccupazione la tenuta in Bielorussia il prossimo 27 febbraio del referendum confermativo di una nuova Costituzione. L’articolo 18 di questo progetto di riforma non prevede più il concetto di neutralità internazionale della Bielorussia e in più apre le porte anche all’eventuale dispiegamento di armi nucleari sul territorio bielorusso, a tal riguardo lavoreremo in stretto raccordo in ambito e con i nostri alleati NATO per concordare una posizione comune rispetto a questo nuovo scenario».

Se deve essere neutrale la Bielorussia, forse dovrebbe esserlo anche l’Ucraina. In una recente intervista l’ex ambasciatore italiano a Mosca nel tempo della guerra fredda, Sergio Romano, ha dichiarato: «Il Paese doveva diventare neutrale. C’erano anche ottime ragioni perché l’Unione europea si esprimesse in questi termini, però devo confessare che non avevo fatto i conti con gli Stati Uniti. Non avevo fatto i conti con il fatto che gli Stati Uniti hanno bisogno di un nemico. Hanno bisogno di un grande nemico perché il nemico giustifica la loro politica, la loro politica delle armi, la loro industria delle armi. Quelle grandi industrie militari della California che cosa farebbero se non ci fosse un nemico?».

Poiché i nostri interessi non coincidono con quelli del complesso militare industriale americano, è giunto il caso di chiederci se non è giunto il momento di smantellare il nemico. Per favore, fermate l’orchestra e invertite la rotta, prima che il Titanic vada a sbattere contro l’iceberg.

Gli autori

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019).

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One Comment on “La crisi ucraina e il «signorsì!» dell’Italia”

  1. si, sarebbe davvero ora che l’Europa cominciasse a manifestare la propria presenza con la presa in carico dei propri interessi strategici, economici e politici, non è solo l’Italia ad essere del tutto curvata sulle posizioni egli USA, ma , quel che è ancora più grave è che i vari paesi europei vadano ognuno per proprio conto alla ricerca di un posticino dove sedersi durante gli incontri che la riguardano e dai quali viene regolarmente tenuta esclusa. L’articolo del Dottore Gallo bene mette in rilievo le ragioni vere della bellicosità americana che non hanno a niente a che vedere con gli interessi della gente che affronta ogni giorno le difficoltà della vita , né con le supposte caratteristiche belluine della popolazione. Grazie

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