Identikit di un presidente della Repubblica

image_pdfimage_print

Mentre si approssima la data delle votazioni per l’elezione del capo dello Stato mi tornano alla mente, come in un flash, due film del 2013 (l’anno – ricordo – in cui si verificò lo strappo del Napolitano bis): Benvenuto presidente! di Riccardo Milani, protagonista un prorompente Claudio Bisio, e Viva la libertà di Roberto Andò, protagonista un irresistibile Toni Servillo. I film, molto diversi tra di loro (anche per qualità e intensità), hanno un elemento in comune: l’ascesa, del tutto casuale, alla carica, rispettivamente, di capo dello Stato e di leader del principale partito di governo, di due personaggi anomali, imprevedibili, caratterizzati da una ingenua e lucida follia. Nonostante questo – o, meglio, proprio per questo – i due presidenti per caso finiscono per restituire credibilità a un’istituzione e a una forza politica in caduta verticale di prestigio e di consenso.

La reminiscenza non è casuale e non si tratta di uno scherzo. Le storie fantastiche contengono irrisioni ed esagerazioni ma spesso toccano nervi scoperti. E, qui, mi spianano la strada. Perché il capo dello Stato che vorrei – rectius, che ritengo necessario per il Paese – è un presidente anomalo, del tutto diverso dai suoi più recenti predecessori, capace di cambiare registro, di sparigliare le carte di un gioco politico indecente in cui è venuto meno anche il senso della vergogna. Un gioco nel quale quasi metà del Parlamento candida allegramente per il Quirinale (e tanto basta indipendentemente dall’esito della proposta) il signor B., esponente della loggia eversiva P2, condannato per frode fiscale, tuttora inquisito per reati infamanti, portatore del più gigantesco conflitto di interessi della storia repubblicana, dedito a frequentazioni a dir poco sospette, espressione del maschilismo più volgare, ormai diventato una (non innocua) macchietta per gli umoristi nostrani e per le cancellerie di tutto il mondo. E ciò mentre l’altra metà si oppone non già gridando sui tetti le mille ragioni che ostano alla candidatura indecente ma adducendo nient’altro che il carattere divisivo (sic!) del personaggio e, dal colle più alto, ci si straccia le vesti se qualcuno ha l’ardire di evocare la repubblica delle banane (assumendo, con severa e colta sicumera, che viviamo piuttosto nella repubblica dei datteri…).

Purtroppo non siamo di fronte a colpi di sole di un gennaio anch’esso anomalo, ma all’esito coerente di trent’anni di cattiva politica, di gestione impropria delle istituzioni, di svuotamento della Costituzione, di subalternità (finanche esibita) ai poteri forti e al liberismo economico più sfrenato, che giungono a esprimere il presidente del Consiglio, subito ossequiosamente definito “il migliore” e anch’egli in lizza per il Colle.

Se questa è la situazione – come è difficile negare e come pensa quel 50% di italiani che ha abbandonato il voto (e che è lievitato sino a sfiorare il 90% nelle elezioni di domenica scorsa per il seggio della Camera di Roma centro) – la scelta del capo dello Stato non può essere lo stanco rito autoreferenziale a cui stiamo assistendo (in cui la cosa più interessante sembra essere la conservazione o meno dei catafalchi abitualmente usati per il deposito delle schede), da archiviare, dopo alcune schermaglie, con l’investitura, nella migliore delle ipotesi, di un esponente appena presentabile di questo sistema. Che ciò equivalga, in situazioni di crisi, a un vero e proprio suicidio è del tutto evidente (e poco rileva se la designazione sia opera di chi si definisce di centro destra o di chi si proclama di centro sinistra). Lo ha ben compreso un’istituzione millenaria ed elefantiaca come la Chiesa cattolica il cui rinnovamento in atto è passato, oltre otto anni fa, attraverso la dimissione traumatica (e unica nella storia) di un papa e la nomina di un successore all’insegna di una profonda discontinuità nel metodo, prima ancora che nei contenuti.

È presto detto. Ci vorrebbe un presidente capace di esigere, anche con gesti eclatanti, il rispetto delle regole e dei princìpi fondamentali della Costituzione (esercitando i poteri che gli appartengono per ridare centralità al Parlamento, per evitare il governo dei decreti legge, per rimandare alle Camere le leggi che si discostano dai dettami della Carta fondamentale, per usare i messaggi al Parlamento come richiamo e stimolo nei passaggi istituzionali più delicati) e, per altro verso, impegnato a rispettare rigorosamente le indicazioni degli elettori (gradite o sgradite che siano e senza sovrapporre alle stesse, come accaduto in questi anni, scelte politiche elaborate altrove). Prospettiva semplice ma irrealizzabile nella situazione data. Non certo perché manchino personalità in grado di incarnarla – magari tra le poche (donne o uomini) che hanno denunciato la deriva verso la repubblica delle banane – ma perché, evaporata in un batter d’ali l’apparente novità del M5Stelle di inizio legislatura, nessuno in Parlamento è disposto a votarle.

Stando così le cose non c’è che una soluzione: tornare indietro di trent’anni e pescare nel serbatoio della prima Repubblica. Non mi addentro nei nomi possibili: perché ai papabili di quella stagione non ho lesinato in passato critiche che ritengo tuttora valide, ma soprattutto perché quel che interessa è, più dei nomi, una cultura, quella del proporzionalismo, del parlamentarismo, del riferimento alla Costituzione. Non sarebbe una scelta esaltante, dato il personale politico superstite, ma sarebbe almeno un segnale. E quando il cambiamento è, nell’immediato, impraticabile anche i segnali possono avere un senso, almeno per preparare il futuro.

L’articolo è pubblicato anche sul sito di Libertà e Giustizia (www.libertaegiustizia.it)

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Identikit di un presidente della Repubblica”

  1. Dottor Pepino, lei scrive:
    “senza sovrapporre alle stesse, come accaduto in questi anni, scelte politiche elaborate altrove.”
    Se per lei altrove indica le segreterie dei partiti, allora da sempre queste indirizzano la scelta del Presidente del Consiglio incaricato da parte del Presidente della Repubblica, visto che questi assegna l’incarico dopo aver ascoltato nelle consultazioni i responsabili dei partiti presenti in parlamento, oltre che senatori a vita e ex-presidenti.

    Ma forse lei intende qualcos’altro con il termine altrove.

Comments are closed.