Dietro le proteste “no green pass”

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Nelle mobilitazioni “no green pass”, al netto del loro collegamento con ambienti di estrema destra (e al netto degli insopportabili accostamenti con le vittime dei crimini nazisti e fascisti), campeggiano parole d’ordine distanti dal terreno culturale della Costituzione e da una prospettiva centrata sui valori, congiunti, di liberté, égalité, fraternité. Decenni di discorsi inneggianti alla “società che non esiste”, di retorica del self made man e del merito individuale e, insieme, politiche di dissoluzione dello Stato sociale, di espulsione delle “vite di scarto” (Bauman), di condanna delle fragilità, di colpevolizzazione, se non di punizione, della povertà (le modifiche al reddito di cittadinanza docent), hanno favorito l’ascesa di una libertà senza uguaglianza, senza solidarietà, senza giustizia sociale, senza limiti; nell’eterna lotta fra oppressi e oppressori, tale libertà si situa, o aspira ad essere, dalla parte dell’oppressore, di chi domina, di chi persegue unicamente il proprio utile, segnando la distanza dall’orizzonte del costituzionalismo, come limitazione, in senso ampio, del potere.

Tuttavia dietro i cortei “contro la dittatura sanitaria”, così come dietro la rabbia sociale che esplode nei riot, non vi sono solo pulsioni egoistiche o quell’irrazionalità che, secondo il Censis, «ha infiltrato il tessuto sociale»: esse raccontano anche altro. Gridano la sfiducia nelle istituzioni (testimoniata, fra l’altro, dall’astensionismo delle recenti elezioni amministrative), sintomo di un distacco fra società e istituzioni di lungo corso; esprimono un disagio e una rabbia sociale, che esigono attenzione e sono il prodotto di anni, se non decenni, di politiche che hanno abbandonato ogni intento emancipativo e disgregato la società; risentono di una informazione embedded, disinvolta, sensazionalista, lontana dalla “verità”, di una infodemia.

A fronte di una facile e comoda criminalizzazione, che crea il nemico di turno sul quale scaricare le diseguaglianze, il peso di condizioni materiali che non consentono la soddisfazione dei bisogni, il disagio che attanaglia la società (o forse, più correttamente, data la frantumazione, le moltitudini di individui che risiedono su un territorio), è necessario andare alle radici. E scavando si incontra l’egemonia del modello sociale, politico, economico, antropologico, dell’homo oeconomicus; si trovano partiti liquidi, che hanno abdicato al compito di raccordo fra società e istituzioni, all’immaginazione e alla rappresentanza di diverse visioni del mondo, alla presenza sui territori; si assiste al processo di smantellamento dello Stato sociale e all’abbandono del progetto di emancipazione; si incontrano una scuola sempre meno luogo di creazione di sapere critico e devastata dalla logica delle “competenze” e una cultura surrogata dall’intrattenimento, con l’effetto di favorire la sostituzione di posizioni consapevoli e ispirate al ragionevole dubbio con adesioni o rifiuti fideistici.

La risposta non è la criminalizzazione delle proteste contro il certificato verde, che delegittima qualsivoglia opposizione sociale, intensificando il processo di repressione del dissenso che sempre più inficia la democrazia. La criminalizzazione crea un humus favorevole alla lettura di ogni protesta in termini di disturbo, di azione irresponsabile e nociva per la società, costruendo l’immagine della partecipazione dissenziente come disvalore e delegittimando il dissenso e la protesta; a conferma, può citarsi la recente “direttiva Lamorgese”, che ha per oggetto le proteste contro le misure sanitarie, ma, prevede, alla fine, quasi en passant, che le restrizioni possano applicarsi nei confronti di qualsivoglia manifestazione (https://volerelaluna.it/commenti/2021/12/21/informazione-e-diritto-di-manifestare-al-tempo-della-pandemia/). .

La negazione del conflitto, con la “direttiva Lamorgese”, è tradotta materialmente con la negazione di spazio politico, con l’espulsione del dissenso dalle piazze centrali come luogo pubblico per eccellenza. Un’espulsione, quest’ultima, che a sua volta si lega al processo di gentrificazione della smart city o global city, che trasforma i centri delle città in vetrine turistiche e commerciali; il “daspo urbano” e le direttive sulle aree nevralgiche da preservare chiudono il cerchio di un sistema che non ammette alternative (There Is No Alternative) e intende relegare nell’invisibilità delle periferie della città e della storia il disagio sociale e il conflitto sociale.

Le critiche che hanno colpito i sindacati (Cgil e Uil) perché hanno osato sollevare il velo della “pax draghiana” rivendicando l’esistenza del conflitto sociale e il diritto ad esprimerlo attraverso lo sciopero (https://volerelaluna.it/controcanto/2021/12/11/sullo-sciopero-generale-lo-sciopero-generale-annucbenedetto-sia-il-conflitto/), sono emblematiche della deriva verso la “democrazia senza conflitto”.

“Democrazia senza conflitto” è un ossimoro: la democrazia pacificata perché nega l’esistenza del conflitto è un simulacro di se stessa. Negare il conflitto e trovare un nemico, contro il quale indirizzare la rabbia sociale, distogliendola dalle diseguaglianze crescenti, dall’abbandono dei lavoratori ai poteri selvaggi del finazcapitalismo, è nelle corde di una democrazia come strumento di gestione del governo nel nome delle élites che detengono il potere economico. Il nemico distrae e compatta la società, favorendo una artificiale pace sociale e incanalando pensieri e azioni lontano da ogni discussione di alternative allo “stato di cose presente”.

La questione “no green pass” polarizza e svia l’attenzione da una sindemia che ha acuito le diseguaglianze, da un modello di sviluppo (senza infingimenti, il capitalismo) strutturalmente diseguale e fondato sul dominio, dai contenuti di un Piano nazionale di ripresa e resilienza nettamente sbilanciato sulle imprese (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/07/dove-ci-porta-il-piano/), da un disegno di legge di bilancio lontano dalla Costituzione dalla parte dei lavoratori, dall’orizzonte dell’eguaglianza sostanziale, dal criterio di progressività dell’imposizione fiscale (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/11/29/il-taglio-delle-imposte-sul-reddito-ovvero-il-trionfo-della-disuguaglianza/). Andare alle radici allora vuol dire anche tornare a mettere al centro i conflitti intorno alle materialità delle condizioni dell’esistenza; non è il “green pass” il “nemico” del lavoratore, ma la disoccupazione, la mancanza di tutele, lo sfruttamento; così come, d’altro canto, non è il “green pass” la panacea (ma investimenti nella sanità e nella scuola, una lotta strutturale alle diseguaglianze, …). Focalizzarsi sul “green pass” rischia di rivelarsi una doppia “trappola”, in quanto distrae il conflitto sociale e mistifica la necessità di trasformare l’esistente (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/27/uscire-dalla-pandemia-10-spunti-per-guardare-avanti/).

Viene in luce la necessità di ripartire dall’emancipazione, insieme personale e sociale, dalla ricostruzione del legame sociale, dalla lotta alle diseguaglianze, da una partecipazione che dia anima alla democrazia attraverso l’espressione dei conflitti, dai princìpi del costituzionalismo.

Gli autori

Alessandra Algostino

Alessandra Algostino, docente di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, studia da sempre i temi dei diritti fondamentali e delle forme di partecipazione politica e di democrazia diretta con particolare attenzione alla loro concreta attuazione. Tra i suoi molti scritti: "Diritto proteiforme e conflitto sul diritto" (Giappichelli, Torino, 2018) e “Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav” (Jovene, Napoli, 2011).

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One Comment on “Dietro le proteste “no green pass””

  1. Io vorrei che venisse smascherata la strategia vincente che è terribilmente capace di produrre individui che sopraffacendo con violenza il sopruso si ritrovano ben abituati ad usarla contro chiunque gli si presenta di fronte. Non mi schiero perché è impossibile non deprecare, anzi quelle violenze quasi sempre mi muovono a commozione per le vittime. La sapienza, ma sicuramente non la saggezza, introdotta nella società è di farsi gestire mediante il sistema punitivo e chi potrà mai non essere d’accordo! L’opinione pubblica richiama i governanti ad essere più severi: Rompere le reni al nemico è fin poco; questo è l’uomo, questa è l’umanità, questa è la società, questa è la sua giustizia! La mia opinione che vale meno di quella del grillo parlante è che la vera Giustizia dovrebbe sempre tentare di sanare il tessuto sociale violentato anche il violento, invece di questo proprio non s’interessa.

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