Uscire dalla pandemia: 10 spunti per guardare avanti

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In un mondo globale con un’autocoscienza di onnipotenza e di crescita programmabile secondo modelli lineari di un neo-colonialismo economico e culturale, l’irruzione di una pandemia infettiva, con sapore antico, si è tradotta in un’esperienza di impotenza-ignoranza rispetto a qualcosa che si temeva da sempre ma a cui non si voleva credere: un attacco terroristico alle Torri Gemelle della scienza e dell’economia. Era quasi implicito il rischio di una risposta, più o meno ritardata, nei termini già sperimentati di una guerra travestita da affidamento alla sicurezza, con rimedi di chiusura che mimavano in chiave moderna quelli delle pesti medievali. I punti che seguono provano a rileggere la storia di questi due anni a partire dal settore specifico più immediato e visibile della pandemia ‒ la salute-sanità ‒ ma avendo come obiettivo quello di guardare a un futuro che, come in tutte le guerre, è annunciato in termini densi di preoccupazioni, ma soprattutto di promesse di cambiamenti in vista di un mondo “altro”. Chiamare le cose per nome è un passo indispensabile per sapere quali sono, se ci sono, i vincitori di questa guerra (le vittime sono certe, non nei numeri, ma nella tragicità non conclusa…) che, per definizione, diventano i decisori del futuro.

1.

Dal punto di vista della “scienza medica” la pandemia di per sé era uno dei campi di ignoranza-impotenza che si incrociano nel rapporto tra salute e rischi di malattia-morte. Allo stesso modo in cui un tempo il tumore era vissuto come un male incurabile e la sofferenza psichica come disordine da contenere-punire (magari con psicofarmaci più o meno sintomatici e isolamenti: la demenza riproduce ora il problema per il popolo degli anziani). Poi l’AIDS era stata una prova generale, finché la ricerca non ha prodotto un’area nuova di intervento-controllo cronico (in collaborazione con interventi sociali e culturali importanti, anche se non perfetti, per quanto riguarda i diritti delle persone).

2.

La novità determinante della pandemia era la rapidità e il non sapere quasi nulla del nemico: dipinto come una variante dell’influenza, con il suo peso di “morti in eccesso”, soprattutto per popolazioni in condizioni precarie e diversificate di fragilità. “Per fortuna” (non lo si diceva così, ma lo si constatava, non solo in Italia) il picco di visibilità e di gravità era nella popolazione anziana, non produttiva, già in qualche modo “destinata” e nelle periferie delle tante diseguaglianze.

3.

Come in tutte le guerre, con destini incerti e senza vincitori in vista, l’unico segnale di vita e di speranza di futuro si traduce nella segnalazione degli eroismi che vanno al di là delle attese e che – si garantisce e promette solennemente – avranno riconoscimenti culturali, politici ed economici che saranno la risposta democratica e di civiltà della “comunità internazionale”. La calamità – si riconosce da tutte le parti, e spesso perfino con toni dispiaciuti – ha messo in evidenza il come, il quanto e le responsabilità di sistemi sociopolitici che dappertutto (e strutturalmente in Italia) erano in un più o meno esplicito stato di smantellamento (o, più banalmente, di “assenza” nel mondo dei paesi altri, previsti come tali nei modelli di sviluppo neocoloniali).

4.

Il riconoscere che si è tutti nella stessa barca in un mare in tempesta diventa un mantra condiviso, con il proliferare di dichiarazioni internazionali di solidarietà che sembrano trasformare la globalizzazione in un laboratorio in cui sperimentare nuove forme di convivenza: la salute-sanità è il settore dove si dovrà e potrà maggiormente condividere il diritto universale di nuovi “rimedi”, non appena questi saranno prodotti da una ricerca dove la competizione sarà sostituita da una conoscenza senza barriere e confini. Sottaciuta e negata è la constatazione che nulla lascia prevedere cambiamenti a livello di un’economia paralizzata nelle sue catene di distribuzione di beni, trasporti, produzioni che non si mette in discussione nei suoi dogmi. Solo la voce di Francesco, in una piazza San Pietro buia, silenziosa, nella pioggia trova i toni per esprimere il bisogno di una “conversione” di sguardo e di comportamenti. La pandemia sanitaria rivela drammaticamente di essere una sindemia: prodotto del sommarsi-esprimersi di pandemie – sociali, economiche, ambientali, politiche – per le quali nessuna ricerca di “vaccini” sembra prevista.

5.

L’annuncio, simbolicamente e concretamente fatto a livello non sanitario ma finanziario da un attore “privato” (una delle industrie farmaceutiche più rappresentative del mercato duro e puro, la Pfizer), di aver trovato un vaccino cambia di colpo lo scenario: la scienza ha fatto il miracolo. Tutto è rimesso in gioco. Non c’è più bisogno di conversioni culturali e tanto meno economiche. Se la pandemia sanitaria ha un rimedio (e gli annunci di altri vaccini si moltiplicano, nei modi più diversi, e meno controllati), tutto il resto non conta più: la guerra ha il suo vincitore, che detta le regole del gioco. Che sono le stesse del “prima”: senza se e senza ma. L’umanità che si era trovata a essere migrante rispetto alle sue certezze e aveva promesso di fare della salute un bene comune, può essere destinata al destino dei migranti (quelli veri, che hanno continuato a morire come e più di sempre): non-umani, dipendenti dalla sicurezza delle leggi del mercato, titolari di diritti solo se cittadini dei paesi e dei sistemi sanitari che possono pagare, perché anche i costi assolutamente sproporzionati, e senza sconti, non si toccano.

6.

La storia dei vaccini – che continua immutata producendo vittime senza nome e senza numero: vero, programmato, impunito “genocidio per diseguaglianza” – è troppo nota e documentata in tutti i suoi dettagli per aver bisogno di essere raccontata. Testimonia meglio di ogni altro indicatore che il “dopo” della pandemia è la copia fedele del “prima”. La salute (cioè il diritto alla vita e alla dignità) è ritornata ad essere indicatore della in-civiltà del mondo globale. I produttori, privati, nella piena connivenza degli Stati, sono gli unici protagonisti: direttamente, imponendo al pubblico spese che violano impunemente perfino le regole minime del mercato, e ancor di più per ridare il vero green pass (senza obbligo o possibilità di vaccini) a tutti gli attori, mediatori, strumenti, paradigmi di una società della diseguaglianza.

7.

È tempo di smettere di fare della pandemia virale il paravento informativo, emotivo, operativo con cui si garantisce clandestinità, o al massimo tempi e spazi contingentati, agli scenari strutturali promessi (e finanziati) del PNRR. La guerra in Afghanistan (e altrove: condotta con l’accordo “dovuto” dei paesi NATO) non è stata un “dopo” di maggiore democrazia: anzi. E non c’era bisogno di 20 anni per fare un bilancio. Covid-19, con tutte le sue varianti, è solo “una” delle aree critiche della sanità e della società. Il suo spazio mediatico non è solo un pessimo servizio informativo. È un’irresponsabile manipolazione culturale, oltre che una cortina fumogena per una politica che si dichiara sempre e solo preoccupata di dati sanitari la cui comunicazione, anche quando vuol “colpire”, continua a essere patetica e insieme arrogante: uno spettacolo di finti dibattiti, che documentano drammaticamente, da un lato, l’inesistenza di una collettività scientifica che si prenda la responsabilità (indipendente e critica) di produrre informazioni essenziali e orientate seriamente e non a far propaganda ai singoli, dall’altro, la disponibilità trasversale (di parti politiche e competenze: economiche, giuridiche, filosofiche, più o meno mescolate) a imporre un disegno, di governo oltre che di cultura, teso a non portare in primo piano, in modo conflittuale e sistematico, quegli aspetti del “prima” che stanno dimostrando il loro rafforzamento ed esigerebbero un cambiamento.

8.

Il nucleo di quello che l’eroismo sanitario aveva fatto sognare fosse un “dopo” della società era, e rimane, quello: ri-conoscere lo statuto di beni-diritti inviolabili, e perciò di attenzione prioritaria della politica, della economia, del dibattito pubblico quei “bisogni inevasi di uguaglianza e dignità” che sono (anche costituzionalmente) oggetto obbligatorio di ricerca. È ora che per la sanità si vedano chiaramente i piani: la Lombardia ha già detto che, nel “prima”, tutto era così positivo da dover essere confermato per il dopo; il privato, che nessuno si sogna di indicare come problema, deve essere il protagonista del futuro, lasciando al pubblico i carichi assistenziali non attraenti per il mercato; come saranno le Regioni nella loro diversità? dove e come creare continuità tra sanità, ambiente, lavoro, non-autonomia di vita? Non ha senso – meglio, è irresponsabile – continuare in dibattiti sui vaccini, fingendo di fare informazione sanitaria o addirittura “scientifica”, e non avere tempo e risorse per una trasparenza informativa sul presente-dopo della scuola, nella infinita diversità dei contesti sociali e geografici, del personale, dei contenuti.

9.

Gli anni della pandemia sono stati scuola massificata di disinformazione sul ruolo della scienza nella società. L’attenzione obbligata agli aspetti medici (tradotti nell’ossessività acritica dei bollettini, degli algoritmi e di dibattiti più o meno arbitrari) è stata un altro pericoloso paravento di cui disfarsi: la preoccupazione per l’affidabilità delle decisioni prese sulla pandemia ha favorito la illusione-percezione che le decisioni economico-finanziarie, infinitamente più pesanti in termini di conseguenze sulla vita delle persone e della collettività, passino allo stesso vaglio di “scientificità”. Non si spiega altrimenti – se non con ignoranza colpevole o malafede – la scomparsa dalla pianificazione-valutazione di aree “critiche” (molto più della sanità e dei vaccini) come quelle dell’ecologia, dell’energia, dei territori e come il ruolo di confronti pubblici, locali e generali, sui rapporti benefici/rischi, costi/efficacia, ampliamenti/restrizioni delle libertà personali e via elencando. Gli obblighi di trasparenza, l’impatto della politica sulla vita, il futuro delle società eccetera devono trovare almeno altrettanto spazio nei settori non sanitari: con più robustezza di confronti-conflitti, con più preoccupazione per il rispetto dei diritti fondamentali delle persone e nella definizione dei beni-comuni. Ciò che rilancia la critica e l’appello alle categorie-competenze, come quelle del diritto e dell’economia, a non accettare-subire, con il silenzio o la reticenza, il ruolo di paraventi rispetto a un futuro che non può più essere pensato come lineare.

10.

Come per la gran parte dei problemi “pandemici”, la pandemia virale è un prodotto “sistemico”. Con il vantaggio di avere, per cercare soluzioni, tanti vaccini. E addirittura una promessa di farmaci. Vantaggio che richiede una continuità di ricerca medica (come per altre aree mediche: l’ambito tumorale è un esempio). Ma ci sono patologie ancora più gravi, cui si cambia il nome per non associarvi subito anche il rimedio, che non chiede ricerca, ma civiltà: come la fame, che la medicina traveste come “malnutrizione severa”. I vaccini per le altre pandemie che si sono menzionate sono noti: culturalmente “registrati”, parte della storia che si vive. Si chiamano diritti: umani, dei popoli, costituzionali. Non si possono comprare nel “libero mercato”. Stanno sempre più diventando un’emergenza, per la quale non si discute nemmeno (come alla vigilia di Covid-19) di preparedness o preparazione. Il primo laboratorio obbligato è a portata di lotta-ricerca: il PNRR, in tutti i suoi pilastri (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/07/dove-ci-porta-il-piano/). Incominciando magari dalla sanità come indicatore-verifica di praticabilità concreta: anche perché se la si discute (includendo la salute, e magari perfino la cura) la sanità fa incrociare senz’altro tutte le pandemie per le quali si attende un dopo.

Gli autori

Gianni Tognoni

Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E' stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E' presidente delComitato Etico, Università Bicocca, Milano.

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One Comment on “Uscire dalla pandemia: 10 spunti per guardare avanti”

  1. La trasmissione di ieri sulla 7 è veramente emblematica della cattiva china che la cattiva evoluzione della società umana sta perseguendo. Tirando le conclusioni non ci si pone nemmeno il problema fra una evoluzione umana verso il bene della Comunità UMANA GLOBALE ma divisa quest’ultima in due fazioni antagoniste strapotenti si assume come più probabile vincitrice la parte alla quale si appartiene come collocazione fisica che naturalmente ci interessa maggiormente per la nostra sopravvivenza. Come esposto chiaramente dall’esimio Professore Gianni Tognoni la pandemia fa da facile paravento. A noi che viviamo (ancora per nostra fortuna momentaneamente la massima aspirazione naturale di essere viventi) sotto il nostro POTERE costituito, questo stesso POTERE si propone come vittorioso perché capace mantenerci nelle consuetudini di VITA alle quali ci ha abituato e “ci dispiace degli altri ce sono tristi”. Gli appartenenti all’altro grande POTERE faranno altrettanto. La terza parte che avrebbe interesse alla EVOLUZIONE verso il bene comune è la vera perdente.

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