Il Natale e la speranza: attendersi l’inatteso  

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Confesso che, negli ultimi tempi, non di rado mi sorprendo a pensare che la principale ragione per cui deve esserci una vita oltre la vita è che tutta questa mostruosa ingiustizia non può averla vinta. Non se ne riesce a sostenere nemmeno la vista, e ogni sforzo per combatterla pare destinato al fallimento. Così, lo ha scritto Max Horkheimer, la teologia è «la speranza che, nonostante tutta questa ingiustizia che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola». Una visione altissima, vertiginosa: ma che fa correre almeno due rischi. Il primo è di collocarsi senza tentennamenti tra i giusti: assolti, e anzi giudicanti. Il secondo è di perdere ogni fiducia, e dunque ogni impegno, nella lotta quotidiana per la giustizia sulla terra.

È proprio il Natale, invece, a restituirci quella fiducia, grazie alla rinnovata forza con cui ci fa aderire a questo mondo: per quanto orribile, sfigurato, osceno. E tuttavia degno di fiducia, e di speranza.

Nessuno, forse, lo ha detto meglio di quella straordinaria intellettuale ebrea laica che è stata Hannah Arendt, in un celebre brano della Condizione umana (1958): «Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane dalla sua normale, naturale rovina è in definitiva il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “un bambino è nato per noi”».

È tutta immanente la fede della Arendt: fede e speranza «nel mondo». Nulla si rimanda a un altrove, o a un aldilà: la salvezza sta nell’incarnarsi. Cioè nel porre mano al cambiamento radicale: e prima al dubbio, al pensiero critico, alla rivolta. Non isolandosi, non chiudendosi, non fuggendo: ma compromettendo tutti noi stessi, la nostra carne sanguinante e dolente, nello sforzo, quotidiano e senza sconti, di essere più umani. Perché chi vorrà salvare (cioè risparmiare) la propria vita, la perderà: e chi invece sarà disposto a metterla in gioco senza riserva, ebbene proprio lui la salverà – come Gesù ricorda ai discepoli che lo trattengono dal salire a Gerusalemme, dove sarà ucciso.

Il Natale, dunque, come festa della vita compromessa, messa in gioco. Perché cosa altro è la nascita di un bambino se non un atto di fiducia e di speranza nella possibilità che quella vita cambi tutto? Il Natale come festa della luce che, nonostante tutto, non è vinta dalle tenebre: quel sol invictus che gli antichi celebravano nella prossimità del solstizio invernale. La festa di una umanità che contesta la morte, e che nel momento del massimo buio indica con fede e speranza (nel mondo, in se stessa) la piccola luce che resiste, e che inizia pian piano ad espandersi. Proprio come la vita di una bambina o di un bambino che viene al mondo. Per i cristiani è il Dio lontano e onnipotente che accetta di assumere carne, dolore e morte delle creature: insieme assumendone anche la capacità di sentire il calore del sole sulla pelle, il sapore del vino, la voglia di arrostire del pesce in riva al mare aspettando gli amici su una spiaggia (lo farà quel Bambino, ormai diventato adulto, subito dopo la sua resurrezione). Per tutte e tutti è il segno di un orizzonte creaturale che muta la paternità in fraternità, il dominio in condivisione, il possesso in custodia.

Il Natale, dunque, è il segno di una lotta per la giustizia non in un altro, ma in questo, mondo. Perché, scrive ancora Arendt, «il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità».

In un mondo sotto il tallone di una pandemia che non accenna ad allentare la presa, in una umanità che attraverso la sua mostruosa ingiustizia e diseguaglianza offre alla pandemia la possibilità di distruggerla, in un Paese schiacciato da una indegna oligarchia, senza politica e senza democrazia, è ancora possibile avere fede e speranza nel mondo? È necessario, ci ricorda Hannah Arendt. E la sua citazione letterale dal Vangelo cristiano, la “lieta novella”, suggerisce che è possibile amarlo, questo mondo.

La festa del Natale è, davvero per tutte e tutti, una festa che parla dell’essere nella carne: cioè la festa dell’abitare il mondo pienamente.

Non per caso Francesco d’Assisi amò in modo tutto speciale il Natale: perché in quel Bambino che veniva a compromettersi col mondo vedeva la massima realizzazione di quell’adesione totale alle creature che lo spinge a scrivere uno dei testi più alti della prima letteratura italiana in volgare. L’amore per la luna e per le stelle, «clarite et pretiose et belle» e quello per il fuoco «bello et iocundo et robustoso et forte», l’amore per il «vento, e per l’aria e per il cielo; per quello nuvoloso e per quello sereno, per ogni stagione». Una gioia di vivere proiettata verso la trascendenza del Creatore, e però capace di parlare, anche al più ateo, della bellezza fisica e sensuale del mondo che si tocca con le mani, che si vede con gli occhi del corpo.

La lieta novella è che siamo nati: che siamo qua, che possiamo agire contro «la naturale rovina» del mondo.

Davvero un indulto, una sospensione del pessimismo, una pausa nell’amarezza per quel che facciamo al pianeta e al genere umano. Un conflitto aperto contro tutta l’ingiustizia che sfigura la bellezza del mondo e dell’umanità. Un’occasione per tornare ad assumere lo sguardo dei bambini: candido e concretissimo insieme.

Questo, dunque, il Natale: una festa dell’amore per la vita, che non riesce ad essere distrutta dall’orgia consumistica, o dalla retorica dolciastra. Perché tutto travolge la verità rivoluzionaria per cui «ogni uomo è unico, e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità».

In homepage, Giotto, “La predica agli uccelli”, Musée du Louvre, Parigi

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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4 Comments on “Il Natale e la speranza: attendersi l’inatteso  ”

  1. Grazie a Tomaso Montanari, che sa rendere luminoso questo nuovo piagato Natale anche a noi agnostici o non credenti!

  2. L’inatteso non di Natale ma di Capodanno è uno storico dell’arte che non riconosce il simbolismo della palma, che rimanda a martirio e quindi a superamento della morte, e lo degrada a rimando della repubblica delle banane.

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