Berlino. Un referendum per dire che la casa è un diritto

Volerelaluna.it

26/11/2021 di:

Da qualche tempo, girando per Berlino, non si può che notarlo dappertutto, sui gilet degli attivisti che raccolgono firme, sui manifesti elettorali, sui cartelloni delle manifestazioni o addirittura su alcuni autobus: Berlino si è tinta di giallo e viola, i colori dell’iniziativa “Deutsche Wohnen und co. Enteignen” (DWE), il movimento berlinese che lotta per l’esproprio dei più grandi fondi immobiliari della città.

Si tratta del movimento politico più importante degli ultimi decenni a Berlino, composto da oltre 2000 attivisti. Sono loro che hanno reso possibile il referendum dello scorso settembre, in cui il 59,1% dei berlinesi ha votato a favore della socializzazione degli appartamenti in proprietà dei più grandi gruppi immobiliari, dando attuazione all’articolo 15 della Legge Fondamentale Tedesca («La proprietà terriera, le risorse naturali e i mezzi di produzione possono essere trasferiti, a fini di nazionalizzazione, alla proprietà pubblica o essere sottoposti ad altre forme di economia collettiva mediante una legge che determina la natura e l’entità dell’indennizzo»). Pertanto, il neoeletto Senato della capitale tedesca dovrà trasferire dalla mano privata alla proprietà pubblica, 240.000 appartamenti che potranno poi essere gestiti democraticamente.

Si tratta di un passaggio radicale per la città, nella quale l’80% degli appartamenti è vuoto o in affitto e il 12% di questi è di proprietà di grandi società per azioni. Berlino è, anche per questo, la città tedesca in cui gli affitti sono aumentati più drasticamente negli ultimi anni. La gentrificazione e l’espulsione dei residenti sono onnipresenti per i suoi cittadini. Da sempre questa situazione suscita resistenza nella città. Inizialmente essa è avvenuta da parte di gruppi e con iniziative concentrate in un solo quartiere, in singoli condomini o in negozi e centri culturali che sono stati sfrattati. Poi molti gruppi e movimenti si sono uniti e hanno formato DWE, il primo progetto che da qualche anno propone una strategia per migliorare la situazione abitativa in tutta la città.

L’esperienza di DWE è stata e continua a essere fondamentale, sia per chi vi partecipa come attivista che per l’intera sinistra tedesca. L’iniziativa è costituita principalmente da grandi gruppi decentrati, i Kiezteams, che si formano e agiscono nei diversi quartieri e hanno organizzato la raccolta delle oltre 340.000 firme che hanno reso possibile il referendum. In questo modo gli attivisti hanno imparato e condiviso strategie per mobilitare e includere persone nel loro ambiente sociale. Usando per esempio metodi di organizzazione diffusi all’interno del movimento, ognuno ha saputo coinvolgere conoscenti, familiari, colleghi, vicini di casa e negozi nel quartiere, facendo crescere l’iniziativa che ha determinato la stragrande maggioranza dei sì al referendum. Inoltre si sono incontrate, sia nei Kiezteams che in strada, a raccogliere le firme, persone di gruppi sociali diversissimi, che altrimenti difficilmente si sarebbero scambiate idee su problemi e possibili soluzioni riguardo al diritto all’abitazione. Allo stesso modo, il progetto è riuscito a riunire gruppi politici, partiti e organizzazioni di sinistra che non sempre vogliono o riescono a lottare insieme, sia per disaccordi vari che per la mancanza di progetti concreti su cui concordare.

Così, la questione del diritto all’alloggio e, più generalmente, quella del Right to the city (o diritto di accesso alla città) ha concentrato alcune delle più importanti questioni politiche del nostro tempo. Si sono per esempio formati, all’interno del movimento DWE, gruppi di lavoro che si dedicano ai temi dell’antirazzismo e del femminismo, dimostrando che essi riguardano non solo problemi di identità ma anche bisogni materiali e di protezione dei diritti fondamentali di gruppi marginalizzati. Questi gruppi hanno mostrato che lottare per abitazioni a prezzi accessibili per tutti significa lottare per proteggere donne e persone trans* e queer, spesso costrette a rimanere in situazioni abitative disagiate a causa della mancanza di case a costi abbordabili dove vivere in maniera indipendente. E hanno messo in campo idee per su come si potrebbero condividere lavori domestici e carework negli spazi delle abitazioni espropriate, alleviando il carico di lavoro familiare delle donne. Inoltre sono state proposte strategie per garantire una scelta degli inquilini senza discriminazioni, che sono molto diffuse sul mercato abitativo berlinese, dove soprattutto le famiglie immigrate incontrano grandi difficoltà. L’aspetto della discriminazione è stato centrale anche nelle proteste contro il regolamento che proibiva alle persone senza cittadinanza tedesca di partecipare al referendum, sebbene siano tra le più colpite dai problemi del mercato abitativo.

DWE ha mostrato che il diritto all’abitazione e il Right to the City possiedono il potenziale per rendere tangibile a livello locale alcuni dei più grandi problemi politici di oggi. Per questo l’iniziativa è riuscita ad aprire, in questo momento storico, un dibattito sulla socializzazione e sull’economia collettiva e democratica in tutti i media e in tutta la Germania.

Ma la lotta deve continuare. Non avendo portare al referendum una legge concreta, il suo esito non è giuridicamente vincolante. Così, al momento, ci si trova di fronte al Partito socialdemocratico che conduce i negoziati di coalizione senza proporre di implementare la socializzazione voluta dai berlinesi. Ciò nonostante, per gli attivisti di DWE è chiaro che con più di un milione di “sì” al referendum, il risultato è politicamente vincolante. Ecco perché continuiamo e continueremo a fare pressione dal basso, sul Senato e sulla politica berlinese, finché non avremo restituito le case a coloro che vi abitano.