Il tabù del diritto al reddito

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A due anni e mezzo dalle prime erogazioni del reddito di cittadinanza (RdC), datate aprile 2019, l’ambiguità che il nome di questa politica si porta dietro fin dalla nascita sembra lontana dall’essere risolta. Questo non solo perché, come è ormai noto ai più, il “vero” reddito di cittadinanza è cosa assai diversa, e la misura introdotta durante il primo Governo Conte appartiene piuttosto alla variegata categoria delle politiche di reddito minimo, non universalistiche e condizionali. Piuttosto, perché fin dal dibattito precedente alla sua approvazione, il RdC ha avuto uno statuto incerto, sospeso tra l’idea di politica di contrasto alla povertà e di garanzia dei diritti fondamentali e quella di politica del lavoro, mirata a reinserire nel mercato quanti ne fossero “incidentalmente” usciti. L’ambiguità emergeva in modo lampante nel discorso politico dei suoi promotori, che alternavano alla retorica del “nessuno resti indietro” quella della “rivoluzione per il mondo del lavoro” e delle “norme anti-divano”, volte a scongiurare gli usi strumentali, le frodi e la pigrizia di una porzione di popolazione – i poveri – il cui discutibile statuto morale è da secoli oggetto di rappresentazioni sociali tanto infondate quanto diffuse e persistenti.

Quella stessa ambivalenza, del resto, si rintraccia nell’impianto della misura: da un lato una generosità dei sussidi senza precedenti in Italia (i cui importi sono pressoché doppi di quelli previsti dal timido tentativo del reddito di inclusione (ReI – targato Renzi-Poletti); dall’altro un livello di condizionalità e una rigidità dei requisiti tra i più alti d’Europa, secondo le rilevazioni OCSE (https://www.oecd.org/social/strictness-benefit-eligibility.htm). Il modello è quello della “compassion with a hard edge” che popolava le retoriche blairiane di fine anni ’90, e che accompagna lo sviluppo delle politiche sociali da allora: una strategia attraverso cui la ripresa della spesa sociale si è accompagnata con la persistenza di molti dei principi che avevano contraddistinto il periodo neoliberale.

In continuità con questo approccio, l’ambiguità della comunicazione della prima ora ha gradualmente lasciato spazio a una comunicazione rivolta, in modo se vogliamo paradossale, non tanto ai potenziali beneficiari, ma piuttosto al resto della popolazione, rassicurata contro gli abusi e blandita dalle promesse di crescita che l’immissione di risorse nell’economia avrebbe innescato. La torsione discorsiva è quindi stata evidente. Non c’è, è bene ricordarlo, nulla di nuovo in questo tipo di comunicazione. Fin dal dopoguerra e dai tempi del cosiddetto welfare keynesiano, infatti, le retoriche a sostegno delle politiche sociali si sono mosse tra il piano dei principi e della giustizia e quello dell’impatto economico e dell’efficacia sistemica. Spesso, le une hanno servito le altre e viceversa, rendendo opaco il confine tra le vere motivazioni e le loro traduzioni in discorsi politicamente spendibili (anche sul piano del consenso). Riflettere però su come il delicato equilibrio si sposti sull’uno o sull’altro versante offre una chiave di lettura interessante per comprendere le traiettorie delle politiche e il loro impatto, anche culturale, sulla società. È questo sicuramente il caso del RdC.

Come bene nota Cristiano Gori (www.lavoce.info/archives/63019/reddito-di-cittadinanza-vittima-di-una-comunicazione-sbagliata/), infatti, lo sbilanciamento del discorso sul versante dell’occupazione si è rivelato una sorta di “doppio boomerang”: dapprima nei confronti dei promotori della misura e, in seconda battuta, dei poveri stessi. Lo scarso successo della cosiddetta “componente di politica attiva” del RdC, che ha prodotto livelli molto bassi di inserimento lavorativo, ha infatti impedito alla coalizione che lo aveva proposto, e in particolare al M5S, di riscuotere i dividendi politici dell’importante contributo dato dal RdC nel contrasto della povertà, obiettivo che appariva, alla luce delle retoriche, come secondario. La delegittimazione della misura, in ultima istanza, si ripercuote negativamente anche sui poveri, che vedono diminuire il consenso attorno a politiche di sostegno al reddito che sembrano quanto mai inefficaci, se presentate come politica del lavoro, o peggio con i toni altisonanti della “rivoluzione del mondo del lavoro”.

Se ci si libera da questo frame e dalla persistenza della visione lavoro-centrica, tuttavia, è possibile valorizzare quello che, al netto delle riflessioni sull’impianto e sugli obiettivi della misura, è un’innegabile merito di questa controversa politica: l’aver risposto a un crescente bisogno di sostegno al reddito che è andato inevitabilmente crescendo nello scenario pandemico. Nei quasi quattro anni successivi all’entrata in vigore del ReI, infatti, la platea dei beneficiari degli interventi nazionali di contrasto alla povertà ha visto un incremento costante, a cui l’introduzione del RdC ha impresso una fortissima accelerazione. Nel primo trimestre del 2021 i nuclei familiari coinvolti sono stati di poco inferiori al milione e mezzo, per un totale di circa 3 milioni e 400 mila persone (dati Osservatorio INPS su Reddito e pensione di cittadinanza), in maggioranza residenti nel Mezzogiorno. Netta prevalenza della cittadinanza italiana. Quanto all’andamento, a partire da aprile 2020, il numero di nuovi accessi al RdC è aumentato in modo costante di oltre 40.000 unità al mese (https://www.corteconti.it/HOME/Documenti/DettaglioDocumenti?Id=61abdab8-0d9c-4f62-9214-90f89454295b).

La pandemia ha poi influito pesantemente sulla percezione di questo bisogno, sia in termini quantitativi che qualitativi. Sul primo versante, pur a fronte di dati ancora incompleti e di valutazioni inevitabilmente premature, è aumentata la consapevolezza di un impoverimento crescente a cui il mercato del lavoro non può, in questa fase, porre rimedi. Sul secondo versante, quello qualitativo, l’enfasi crescente sulla categoria dei “nuovi poveri” ha introdotto un forte elemento di discontinuità nella percezione pubblica e nelle dinamiche di stigmatizzazione. I “poveri da Covid” appaiono, per una volta, incolpevoli: la loro condizione non è ricondotta a scellerati e irresponsabili comportamenti individuali ma all’evolversi di un contesto che pone vincoli che prescindono dalla loro agency (Busso S. e Meo A. [2021], L’esercito dei nuovi poveri. Rappresentazioni semplificate nel governo dell’emergenza, in M. Cuono, F. Barbera, M. Ceretta (a cura di), L’emergenza Covid-19. Un laboratorio per le scienze sociali, Roma, Carocci, pp. 113-119). E forse proprio per questo, oltre naturalmente che per gli impedimenti legati al lockdown, non ha destato scandalo l’assenza di qualsiasi forma di condizionalità nell’erogazione del Reddito di emergenza (Rem). Con questa misura compare infatti per la prima volta una forma di sostegno al reddito “puro”, che però nei suoi presupposti appare ancora lontano, se non antitetico, dall’idea di un diritto al reddito incondizionato e universale, che rimane ancora un tabù nel dibattito politico. L’assenza di condizionalità, infatti, regge nel caso del Rem solo grazie alla persistenza del criterio meritocratico, e sull’individuazione di una categoria di poveri “nuovi” o “diversi”, e dunque più meritevoli.

La possibilità che la pandemia aprisse uno spiraglio, pur seguendo “la via bassa”, per infrangere il tabù di un diritto al reddito che possa prescindere dal lavoro e dal mercato appare immediatamente scongiurata se si guarda al dibattito attuale intorno al Documento programmatico di bilancio approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 21 ottobre. L’incremento di risorse sul RdC, infatti, si è accompagnato a una dichiarazione d’intenti che va nella direzione di inasprire condizionalità e sanzioni, e di renderlo in ultima istanza più “temporaneo” possibile.

Se queste sono le premesse, e in attesa di vedere quali saranno le modifiche alla misura, è impossibile non pensare alla pandemia come a un’occasione persa. Non solo per invertire i criteri di meritevolezza e affermare per una volta la visione di una responsabilità sistemica nei processi di impoverimento, ma anche, e soprattutto, per superare il criterio stesso del merito e aprire alla possibilità di considerare il reddito come un diritto che prescinde dalle caratteristiche di chi lo detiene, sanando la stortura di un utilizzo improprio del concetto di cittadinanza.

Sandro Busso

Sandro Busso insegna Sociologia Politica e Politiche sociali presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell'Università di Torino. Si occupa di povertà, politiche di sostegno al reddito, governance delle politiche sociali e trasformazioni del terzo settore.

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2 Comments on “Il tabù del diritto al reddito”

  1. il problema della poverta taluni la superano semplicemente cancellandola.
    semplicemente, i poveri non esistono (“va tutto bene”,) . e se esistono sono finti poveri o gente
    che non ha voglia di lavorare.

    sembra che un reddito di cittadinanza di 500 euro al mese (perche di questo parliamo)
    sia una sorta di vincita alla lottera che garantisce uno stile di vita di divertimenti e lusso.
    uno spreco, insomma.

    provassero, lor signori neoliberisti e molti altri italiani che vogliono cancellare il RDC, a vivere in una grande citta con 500 euro al mese.

    scoprirebbero che con tale cifra NON vivi. devi arrangiarti. trovare altre soluzioni integrative.

    facile parlare di lotta alla fame con la panza piena.
    la realta ci mostra invece che é aumentato drammaticamente il numero di italiani che
    si rivolgono alla Caritas per un pasto caldo.

    quelle persone sono beneficiarie del RDC, alcune addirittura lavoratori con redditi talmente miseri
    da non consentire la sopravvivenza.
    cancellarlo, significa spingerli nell abisso.

  2. Concordo pienamente col commento di Paolo . Riscontro quotidianamente nel volontariato in un Centro d’ascolto le caratteristiche sistemiche della povertà e in più l’insufficienza del RdC a sostenere la dignità di vita in situazioni familiari e di salute complesse

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