Da Saigon a Kabul: il declino del sogno americano

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Al ritiro rovinoso dall’Afghanistan degli Stati Uniti, e dell’intera coalizione guidata dagli stessi in una avventura di guerra durata 20 anni, ha fatto seguito un coro quasi unanime di voci che hanno dichiarato la fine dell’egemonia statunitense. Da Francis Fukuyama a Neil Ferguson, da Richard Wolff ad Alfonso Gianni a casa nostra, da destra come da sinistra dunque, forse per la prima volta in maniera così corale si è pronosticato il declino degli Stati Uniti quale potenza egemone.

È la caduta dell’immagine degli Stati Uniti quale forza globale che, nelle parole di Woodrow Wilson al momento dell’entrata del paese nella prima guerra mondiale, sarebbe stata capace di «portare pace e giustizia nel mondo», ad aver condotto a pronosticarne il tramonto. Un’immagine che da tempo avrebbe dovuto essere offuscata, non solo fin dagli albori – e ben lo sa chi ha parlato di mito della guerra buona in relazione alla Seconda guerra mondiale (1) – ma certamente dopo le avventure militari statunitensi tanto in Vietnam, quanto in Iraq e in Libia per esempio. Ci sono forse invece volute le macerie lasciate in maniera così evidente dietro di sé in Afghanistan – risultato di una guerra utile solo all’industria bellica (il così detto military industrial complex) – per svelare la falsa retorica dei diritti umani (soprattutto quelli delle donne, strumentalizzati per giustificare l’ingiustificabile) e per far crollare l’immagine di potenza capace di guidare il mondo verso il bene e il giusto conquistata dagli Stati Uniti nel secolo scorso dopo le due guerre mondiali. Se, a seguito della débacle in Afghanistan, il declino degli Stati Uniti quale potenza mondiale sia davvero una realtà o non piuttosto il frutto dell’immaginazione di quanti lo pronosticano sembra, però, ad oggi un punto interrogativo. Come scrive Marco d’Eramo (https://www.micromega.net/kabul-saigon-declino-americano/) quel presagio non è, infatti, certamente nuovo e ha fatto seguito a pesanti sconfitte, come quella in Vietnam, che al contrario hanno poi segnato l’inizio di una controffensiva americana che ne ha rafforzato la vena imperiale e imperialistica e il ritorno in forza sulla scena internazionale.

Ciò che tuttavia caratterizza il momento americano presente, diversamente da quello della caduta di Saigon nel 1975, è l’associarsi della sua débacle militare a un profondo declino sul piano sociale e culturale. Mentre gli Stati Uniti degli anni ’70 potevano a ragione essere considerati la terra delle opportunità, del progresso sociale e civile, della vittoria delle lotte per i diritti delle minoranze e dei più deboli e potevano quindi davvero rappresentare il sogno americano cantato fra i tanti da Simon e Garfunkel nel famoso pezzo intitolato “America”, a distanza di 46 anni l’American dream pare essersi eclissato per sempre.

Nel 1975 gli Stati Uniti chiudevano l’epoca del trentennio glorioso, coincidente con il così detto periodo della prosperità condivisa, frutto di quelle politiche redistributive che avevano accorciato le distanze fra i ricchi e i poveri e dato anche agli ultimi la speranza di una mobilità sociale. Erano gli Stati Uniti che già ai tempi di F.D. Roosevelt, sotto la spinta di una sindacalizzazione operaia notevolissima e di uno spostamento a sinistra del pensiero politico, avevano messo in atto politiche sociali particolarmente straordinarie, perché attuate in un momento di fortissima difficoltà economica. Alla Great Depression, infatti, Franklin Delano Roosevelt aveva reagito non soltanto a parole, dichiarando che la paura era ciò di cui davvero bisognava aver paura (insegnamento più che mai prezioso oggi!), ma anche dando lavoro con il suo New Deal a 15 milioni di persone, prevedendo per la prima volta un sistema pensionistico, introducendo un salario minimo capace di consentire al lavoratore di mantenere se stesso e la propria famiglia, aiutando economicamente le mamme single, inaugurando addirittura il sussidio di disoccupazione e poi l’edilizia popolare. Non si trattava di un presidente socialista, ma ai suoi tempi l’aliquota marginale, quella che colpisce l’ultima parte dei redditi dei più ricchi, raggiungeva addirittura il 94%, rappresentando un caso di quasi reddito massimo. Ancora sotto Eisenhower, un presidente a sua volta certamente poco comunista, l’aliquota marginale era al 91%. E’ solo con Reagan, negli anni ’80, che gli Stati Uniti muoveranno un passo irreversibile, quando nel giro di pochi anni l’aliquota marginale passerà dal 70% – dell’epoca Carter – addirittura al 28% e da allora in poi non arriverà mai più al di sopra del 40% (2).

Tornando ancora agli Stati Uniti del 1975 e all’aria di progresso civile e sociale che si respirava grazie ai cambiamenti epocali che avevano caratterizzato gli anni precedenti, è sufficiente pensare all’anelito di uguaglianza sotteso alla dichiarazione di Lyndon Johnson che, nel varare una serie di misure a favore dei più deboli (come i buoni pasto per gli indigenti, l’assistenza sanitaria gratuita per i più poveri o quella calmierata per gli anziani) affermava come fosse finalmente giunta l’epoca in cui ci si sarebbe potuti liberare dal bisogno. Era una società, quella statunitense del tempo, in cui la speranza di vivere in un mondo sempre più giusto ed equo trovava linfa e sostegno nelle politiche concrete dell’amministrazione a favore dell’inclusione e nei riscontri di un PIL il cui incremento si distribuiva grandemente sulla parte bassa della popolazione (3).

Il sogno americano non combaciava però soltanto con la convinzione che, pur partendo da una situazione economicamente disagiata, lavorando sodo chiunque avrebbe potuto farcela: un convincimento che trovava conforto, per esempio, nei dati che davano il salario mediano in continuo e rapido aumento. Si trattava anche della sensazione di poter vivere in una società che finalmente si liberava da un passato di vergognose discriminazioni, perché le lotte di chi era morto per la causa (Martin Luther King, Malcom X) avevano avuto la meglio. Con il Civil Rights Act del 1964, il civil rights movement aveva infine ottenuto ragione della orrenda segregazione razziale che impediva ai neri di frequentare le stesse scuole dei bianchi o di viaggiare sui loro stessi autobus, se non lasciando loro il posto a sedere, o di frequentare le loro stesse toilettes, e via elencando. Il movimento aveva anche conseguito il pieno diritto di voto per i neri, prima limitato dai literacy tests o dalle polling taxes, grazie all’introduzione rispettivamente del Voting Rights Act nel 1965 e del XXIV emendamento della Costituzione federale nel 1964. Immaginare una società migliore sembrava, dunque, davvero possibile, laddove tutte le istituzioni parevano condividere l’impegno verso una maggiore uguaglianza. Si pensi soltanto alla Corte Warren e a ciò che, a sorpresa, essa fece in tal senso. Earl Warren (già governatore repubblicano della California, poi nominato Chief Justice della Corte Suprema dal presidente conservatore Eisenhower) non soltanto portò una Corte suprema unanime a rovesciare il precedente (Plessy v. Ferguson) che imponeva la segregazione dei bambini neri nelle scuole con la famosa decisione Brown v. Board of Education del 1953, costringendo Eisenhower a inviare le truppe federali per sedare i malumori dei governatori che – come in Alabama, Arkansas o Mississippi – non volevano rispettare la decisione della Corte. Earl Warren e la sua Corte rivoluzionarono anche il processo penale (la formula è infatti proprio quella della Due Process Revolution) imponendo il rispetto degli emendamenti costituzionali federali anche agli Stati, ciò che fra l’altro significò, per esempio, garantire a tutti gli imputati indigenti il diritto ad avere un difensore pagato dallo Stato. Nel 1973 la Corte Suprema federale, d’altronde, non più capitanata da Earl Warren bensì da Warren Burger, emise la storica sentenza Roe v. Wade che, dichiarando contrari al principio di autodeterminazione i divieti di aborto fino ad allora in vigore, attribuì alle donne il diritto di decidere sulla propria gravidanza.

Il tempo della caduta di Saigon era dunque, sul piano interno, un tempo di grande fermento – carico di energia positiva e speranza – e gli Stati Uniti, nonostante l’amara sconfitta sul piano militare, mantenevano a livello socio-culturale un alto profilo quale modello di riferimento per il resto del mondo. Il sogno americano, insomma, rimaneva più vivo che mai e l’America del nord appariva, come non era mai accaduto prima, la Land of Opportunities and of the Free.

La caduta di Kabul coincide, viceversa, con una situazione completamente diversa sul piano interno. A 46 anni di distanza il modello americano della metà dello scorso secolo, teso verso principi di inclusione, progresso civile e uguaglianza, non esiste assolutamente più. Quasi mezzo secolo di politiche di sfrenato neoliberismo hanno radicalmente trasformato la società statunitense, oggi simbolo della diseguaglianza più feroce e dell’abbandono dei più deboli al loro destino, i quali – con buona pace del sogno americano – non avranno mai la possibilità di farcela, per quanto ce la mettano tutta senza mai risparmiarsi. La guerra alla povertà di Roosevelt e Johnson si è trasformata in una guerra ai poveri, che sono nel tempo cresciuti a dismisura, soprattutto quelli visibili. Questi ultimi invadono con tende e baracche città come San Francisco o Los Angeles, creando scenari da favelas sud americane, o deambulano come morti viventi per le vie di New York, ormai privi di qualunque capacità di resistenza politica. L’incremento del PIL ha cambiato direzione di distribuzione e il risultato è quello indicato da uno dei think tank più conservatori degli Stati Uniti, la Rand Corporation, secondo il quale, qualora la distribuzione dei redditi da lavoro fosse rimasta uguale a quella del trentennio glorioso, oggi non si produrrebbe lo spostamento di ben 2.500 miliardi l’anno ai danni del 90% dei lavoratori e a vantaggio in particolare dell’1% (4). Dalla fine degli anni Settanta al 2018 i manager delle grandi multinazionali hanno, infatti, visto crescere i loro stipendi complessivi di quasi il mille per cento (5), mentre i lavoratori maschi più poveri, ossia quelli che stanno al 10mo, e quelli al 50mo percentile, hanno avuto nello stesso periodo una diminuzione dei salari rispettivamente del 7 e del 3 per cento. Nel medesimo lasso di tempo, inoltre, tutti i lavoratori senza diploma universitario hanno visto decrescere i loro redditi da lavoro fino all’11,1 per cento e ancora nel 2019 il lavoratore mediano maschio a tempo pieno, a parità di potere di acquisto, aveva un salario più basso rispetto al 1973 (6). Salari stagnanti per più di metà dei lavoratori o addirittura in diminuzione per i più deboli e meno qualificati, hanno così sostituito il trend di crescita dell’epoca precedente e un salario minimo, non indicizzato al costo della vita e da troppo tempo fermo, a livello federale, a 7 dollari e 25 centesimi l’ora [quando, se fosse cresciuto con la produttività del paese, sarebbe pari almeno a 20 dollari e se avesse tenuto il ritmo degli stipendi delle fasce dirigenziali sarebbe oggi di 23 dollari l’ora (7)] non garantisce più un tenore di vita minimamente decoroso. Non stupisce così che studi recenti raccontino come già prima del coronavirus il 44 per cento degli occupati (corrispondenti al momento dello studio alla bellezza di 53 milioni di persone) ricevesse una paga oraria da povero (8) e l’80 per cento dei lavoratori almeno qualche volta arrivasse a stento alla fine del mese con il proprio stipendio senza mai mettere nulla da parte (9).

Il concreto risultato dell’abbandono del progetto egualitario che aveva caratterizzato il periodo precedente la caduta di Saigon ce lo indica la Federal Reserve, secondo cui dal 1989 al 2018 – mentre la percentuale di persone che non ha che debiti non ha fatto che aumentare, colpendo in particolare neri e ispanici (10) – l’1% degli americani ha visto aumentare il proprio patrimonio di 21.000 miliardi e per converso il 50% economicamente più debole lo ha visto decrescere di 900 milioni (11). Si tratta di quella metà della popolazione statunitense che fa enorme fatica a far fronte alle spese correnti di sopravvivenza – come pagare l’affitto o procurarsi il cibo (12) – e che è assai più povera della metà della popolazione italiana, nonostante la ricchezza media negli Stati Uniti sia molto più elevata rispetto a quella del nostro paese. «L’America è qui da noi!» titolava un articolo italiano a commento di quest’ultimo dato, chiarendo la portata del crollo del sogno americano (13).

È un crollo che va oltre l’aspetto economico per coinvolgere l’intero piano culturale, della cui regressione danno la misura non solo la disumanità delle frustate agli haitiani, in fuga dalla povertà e instabilità politica, da parte della polizia a cavallo texana (altro che sogno americano!) o – nonostante la presidenza Obama – l’inestirpabile discriminazione dei neri, che ancora oggi si trovano costretti a gridare al mondo che la loro vita conta. Il segno di un cammino di civiltà a ritroso del paese è dato altresì dalla cancellazione di conquiste epocali, come il diritto di voto da parte delle minoranze o quello di abortire delle donne (texane per il momento) da parte di una Corte Suprema assai lontana dagli ideali che avevano mosso la Corte Warren o perfino quella Burger (14).

Se dunque è vero che per mantenere l’egemonia non basta la forza bruta, militare, ma occorre anche la capacità di conquistare le menti di chi si intende dominare, che le persuada della buona direzione impressa dalla potenza che si vuole dominante, gli Stati Uniti paiono allora irrimediabilmente in fase calante. Difficilmente i miliardi stanziati oggi per la difesa – in misura perfino più consistente rispetto all’anno scorso, nonostante il ritiro dall’Afghanistan – potranno fermarne la caduta. Solo una rivoluzione culturale sarebbe in grado di cambiare le carte in tavola.   

 

NOTE:

1. Jacques Pauwels, Il mito della guerra buona. Gli Usa e la seconda guerra mondiale, Datanews, 2003.

2. Ciò che fra l’altro comporta oggi – per via della più blanda tassazione dei titoli finanziari e di detrazioni varie- un’aliquota media per le 400 famiglie più ricche corrispondente a poco più dell’8%: https://www.nytimes.com/2021/09/23/us/politics/biden-wealthy-tax-rates.html

3. Cfr. Dennis Gilbert, The American Class Structure in an Age of Growing Inequality, 2015 9th ed., p. 95

4. Cfr. R. Wartzman, ‘We were shocked’: RAND study uncovers massive income shift to the top 1%, al sito: https://www.fastcompany.com/90550015/we-were-shocked-rand-study-uncovers-massive-income-shift-to-the-top-1

5. Cfr. L. MishelJ. Wolfe, CEO compensation has grown 940% since 1978, al sito: https://www.epi.org/publication/ceo-compensation-2018/

6. Cfr. Congressional Research Service, Real Wage Trends, 1979 to 2019, al sito: https://fas.org/sgp/crs/misc/R45090.pdf ; e U.S. Census Bureau, Income and Poverty 2020, https://www.census.gov/library/publications/2021/demo/p60-273.html , Table A7; Cfr. anche E. Gould, State of Working America. Wages 2019. A Story of Slow, Uneven, and Unequal Wage Growth over the Last 40 Years, al sito: https://www.epi.org/publication/swa-wages-2019/

7. Cfr. K. Amadeo, Living Wage and How It Compares to the Minimum Wage How Much Do You Need to Live in America?, aggiornato al febbraio 2020 e disponibile al sito https://www.thebalance.com/living-wage-3305771

8. Cfr. M. Ross – N. Bateman, Meet the low-wage workforce, November 21 2019, al sito: https://www.brookings.edu/research/meet-the-low-wage-workforce/;

9. Cfr. lo studio del gruppo Careerbuilder, disponibile al sito http://press.careerbuilder.com/2017-08-24-Living-Paycheck-to-Paycheck-is-a-Way-of-Life-for-Majority-of-U-S-Workers-According-to-New-CareerBuilder-Survey

10. Dal 1983 al 2016, mentre la ricchezza dell’1 per cento più ricco cresceva smodatamente, la percentuale di coloro che non hanno altro che debiti è aumentata dal 15.5 al 21 per cento della popolazione, con punte però del 32 e del 37 per cento rispettivamente per le famiglie di latini e di neri. Cfr. C. Collins – D. Hamilton – D. Asante-Muhammed – J. Hoxie, Ten Solutions to Bridge the Racial Wealth Divide, in part. p. 8, disponibile al sito: https://ips-dc.org/wp-content/uploads/2019/04/Ten-Solutions-to-Bridge-the-Racial-Wealth-Divide-FINAL-.pdf. Si veda anche C. Collins – D. Hamilton – D. Asante-Muhammed – J. Hoxie – S. Terry, Dreams Deferred. How Enriching the 1% Widens the Racial Wealth Divide, disponibile al sito: https://ips-dc.org/wp-content/uploads/2019/01/IPS_RWD-Report_FINAL-1.15.19.pdf

11. Cfr. i dati resi noti dalla Federal Reserve (con cifre non adeguate all’inflazione) per il periodo 1989-2018 al sito: https://www.federalreserve.gov/releases/z1/dataviz/dfa/distribute/chart/#range:2005.1,2020.1 e, per una mappa interattiva, al sito: https://edition.cnn.com/interactive/2019/09/politics/inequality-in-america/index.html. Per l’elaborazione dei dati cfr. M. Bruenig, Top 1% Up $21 Trillion. Bottom 50% Down $900 Billion, al sito: https://www.peoplespolicyproject.org/2019/06/14/top-1-up-21-trillion-bottom-50-down-900-billion/

12. Cfr. T. Luhby, Almost Half of US Families Can’t Afford Basics Like Rent and Food (che rinvia al dettagliato studio in proposito di United for ALICE -Asset Limited, Income Constrained, Employed-), disponibile al sito: https://money.cnn.com/2018/05/17/news/economy/us-middle-class-basics-study/index.html

13. Cfr. Carlo Rovelli, La vera America è qui da noi: italiani più ricchi, Corriere della sera, 25 giugno 2020, al sito: https://www.corriere.it/esteri/20_giugno_25/vera-america-qui-noi-italiani-piu-ricchi-d4cc4256-b64b-11ea-9dea-5ac3c9ec7c08.shtml

14. Per approfondimenti mi permetto di rinviare ai miei: Deputati agli arresti, ovvero le strategie di negazione del voto ai neri in Texas, al sito: https://www.micromega.net/deputati-agli-arresti-negazione-voto-ai-neri-in-texas/ e Stati Uniti, la Corte Suprema cancella provvisoriamente il diritto di abortire delle donne texane, al sito: https://www.micromega.net/corte-suprema-aborto-texas/

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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2 Comments on “Da Saigon a Kabul: il declino del sogno americano”

  1. Francis Fukuyama??? QUEL Francis Fukuyama??? Mi manca qualcosa…
    Quanto alle canzoni del miticissimo Paul Simon, per favore… “America” è del ’68 (53 anni fa) e mi pare non tocchi affatto il “sogno americano” ma, al più, sia poesia che ne culla la sensazione d’ignoto. Si vada un po’ più tardi, guarda caso quando la guerra in Vietnam già non pareva una sfilata di truppe vittoriose: “American Tune” (’75). La vacuità lì prendeva la forma di un sogno davvero, in cui il passato mitizzato degli USA trascolorava ne l risveglio di “another working day”. Già da alcuni anni prima, ancora lo sguardo del sogno aveva mostrato all’autore dove stava la vacuità=disumanità, ispirandosi ad Orwell: “Sounds of Silence” (’64). Se ne veda la versione cantata di fronte a Ground Zero il 11/09/2002: https://www.youtube.com/watch?v=pa6iTS_uFpc . E vi risparmio le citazioni di altri brani molto più recenti, in situazioni storiche più comprensibili alle generazioni di oggi… ma più complesse perchè la coscienza e le sonorità dell’autore si erano fatte nel frattempo meno “popolari”. Almeno da noi, dove negli anni arrivava molto di più un distillato da radio commerciale, con musica a pioggia replicabile e interrompibile ad libitum/nauseam.

  2. bellissimo articolo! complimenti!
    un distillato della storia economico sociale e civile degli USA dell ultimo secolo.

    se l 1% é diventato piu ricco é solo grazie a quanto ha prodotto e non ricevuto il restante 99%.
    l 1% non hanno preparato la torta da soli, al banchetto hanno preso la fetta piu grossa, e agli altri 99 letteralmente gli avanzi, per dirla con una metafora.

    la torta cresce da molti anni, la fetta del 1% si allarga e la fetta per il 99% diventa sempre piu sottile, questo
    trend é iniziato negli anni 80 e continua oggi. paradossalmente si produce sempre di piu e chi produce
    diventa piu povero di quando produceva di meno.

    togliere e ridurre i diritti di chi lavora significa spostare risorse da chi lavora a chi usa la forza lavoro altrui.

    se un azienda ha 1 milione di dipendenti e risparmia anche 1 solo euro per dipendente, i dipendenti nel loro
    complesso perdono 1 milione (ogni anno) che fluisce magicamente nelle tasche di poche persone.
    analogamente, se ogni dipendente produce 1 euro in piu l azienda “guadagna” 1 milione in piu.

    nella grave crisi economica covid, la ricetta per uscirne é sempre la stessa, fa ripartire il pil , produrre di piu
    con le stesse identiche regole inique di prima: negli usa ci sono persone chehanno 2 o 3 lavori precari paralleli per sbarcare il lunario, tanto poco vale il lavoro.
    altra ricetta monetarista ha raddoppiato il bilancio della fed stampando migliaia di miliardi di dollari che hanno gonfiato la borsa e, conseguentemente, il portafoglio di milioni chi é gia oltremodo ricco. e verosimilmente provochera inflazione che impoverisce chi ha un reddito dipendente.

    la crisi precarizza ancora di piu il lavoro. gli elevati tassi di disoccupazione durante le fasi acute del covid hanno impoverito e indebolito contrattualmente i lavoratori, sempre piu disposti a lavorare per meno .

    la fetta di torta per il 99%, per un motivo o per l altro, diventa sempre piu piccola.

    i lavoratori dipendenti negli usa adesso sono pure ricattati: se non ti vaccini non puoi lavorare.

    non sono nemmeno liberi di scegliere per la propria salute. l economia sceglie per loro.

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