L’informazione negata: da Assange alle piattaforme

Volerelaluna.it

21/09/2021 di:

Che sia quarto, quinto o sesto, il potere dell’informazione non è da tempo né autonomo né indipendente. O ha mutato completamente pelle e morfologia. Anzi, è una miscela di subalternità agli altri poteri – a cominciare da quello economico ‒ e di opacità. Rimane attualissima l’analisi di Laurent Mauduit, cofondatore di Mediapart (Main basse sur l’informatione, Don Quichotte éditions, 2016), che descrive proprio simile terribile dialettica. Tali analisi si fermano, però, all’altro ieri. Se ne farà cenno tra poco.

Per capire è necessaria la chiave di lettura tremenda proposta da Stefania Maurizi nel suo ottimo volume sulla vicenda di Julian Assange (Il potere segreto, Chiarelettere, 2021). Nel racconto sulla tragedia che sta vivendo il giornalista fondatore di WiKiLeaks emerge con estrema chiarezza ciò che accade. Assange rischia di essere estradato dalla Gran Bretagna negli Stati Uniti (con la potenziale condanna a 175 anni di carcere), perché ciò che ha rivelato insieme ai suoi collaboratori sulle guerre in Iraq o in Afghanistan non si doveva sapere. Si tratta di un caso del tutto emblematico, che ci interroga sul quadro reale della situazione. Il diritto di informare e di essere informati è in pericolo davvero, fino al rischio che corrono per la propria vita numerosi operatori del settore picchiati o persino uccisi. Mentre preme e cresce il ricatto delle querele temerarie, che altro non è se non una crudele forma di censura. Con pochissime eccezioni, il tradizionale mondo comunicativo è ancillare rispetto ai gruppi dominanti. L’assenza o la debolezza dei cosiddetti editori puri, unite al permanere del “disastro italiano” della televisione (definizione a lungo suggerita dalla mediologia) hanno contribuito a esporre l’informazione “generalista” nata nell’età analogica a una sorta di surdeterminazione da parte delle altre sfere: un universo a sovranità sempre più limitata.

Ma niente (o quasi) rispetto all’era successiva, segnata dalle sintassi e dalle architetture digitali. Dall’utilizzo massivo degli algoritmi, ai cosiddetti big data, al trionfo dei social. E, sullo sfondo, i paradigmi dell’intelligenza artificiale. Questioni finora inedite si pongono, che sbriciolano le resistenze conosciute: il riconoscimento facciale supportato dalle miriadi di camere e occhi presenti negli stessi dispositivi che utilizziamo realizzano quel capitalismo della sorveglianza indagato da Shoshana Zuboff (2019); le piattaforme di connessione realizzano forme di controllo sociale (e culturale) che il fordismo si sognava; il lavoro è stato disaggregato e il precariato è diventato fisiologico. Il periodo analogico devastò l’immaginario, quello numerico (domani quantico) ha occupato i corpi.

Non solo. L’entità finanziaria dei grandi oligarchi della rete (da Amazon, a Facebook, a Twitter, a Microsoft, a Apple, a Google, alla cinese Alibaba) va molto al di là dei bilanci di un medio bilancio nazionale. Per tali prepotenti soggetti si potrebbe coniare la categoria di “meta-stati”, difficilmente contenibili attraverso i classici strumenti del diritto. Qualcosa si muove in Europa, con le proposte di direttive in fase ascendente (Digital Services Act e Digital Markets Act) e con l’ipotesi di Regolamento sull’intelligenza artificiale. Quest’ultimo, in particolare, è un testo interessante e tuttavia appare anch’esso un tentativo piuttosto fragile. In verità ‒ si è detto e scritto tanto al riguardo ‒ è in corso una vera e propria transizione (Sergio Bellucci, 2021), che ribalta le logiche dell’accumulazione analizzate mirabilmente da Karl Marx, essendo il flusso dei dati la base stessa del valore. Struttura e sovrastruttura, in un certo senso, si capovolgono. Teresa Numerico (2021) ci invita a rivoltare le retoriche degli algoritmi, svelandone il carattere non neutrale e lottando – vedi il caso clamoroso di Amazon ‒ per negoziarne costruzione e pratica effettiva.

Si deve aggiungere il tema inquietante, pure sepolto sotto le ceneri come fu a lungo per gli effetti dell’amianto, del 5G (e presto il 6G) e dei suoi esiti sulla salute. La selva di antenne prevedibile aumenterà l’inquinamento elettromagnetico. Se ne accenna nei programmi elettorali della prossima scadenza amministrativa di ottobre?

Ecco. Il potere segreto è un criterio interpretativo, che Stefania Maurizi ha giustamente applicato alla vicenda di Assange, ma che vale come criterio interpretativo. Del resto, la perdita di autonomia dell’editoria dell’età precedente (le vendite dei giornali sono in caduta libera e la fruizione radiotelevisiva è multiforme e crossmediale) ha aperto la strada al successo delle piattaforme, vale a dire il capitalismo post-moderno. Qui dentro si mescolano tecnocrazie e populismi. E qui dentro maturano i pericoli autoritari, mascherati dall’ingannevole partecipazione digitale. La pessima avventura di Cambridge Analytica, con la compravendita di migliaia e migliaia di profili delle persone, ci ha spiegato come si determinano intrecci e complicità.

Eppure, tracce di rivolta “fredda” (come freddi sono i software) si colgono nei meandri della rete. Perché non si riprende l’iniziativa, ad esempio, che portò negli stessi Stati Uniti a spezzettare negli anni Ottanta l’oligopolio terribile di At&t? Può un aggeggio come Facebook, che ha 2 miliardi e 700 milioni di “navigatori”, essere un’esclusiva (e segreta) proprietà privata? E così via. Forse, una specifica conferenza che metta assieme i vari poli di riflessione sarebbe urgente e salutare. Una sana sveglia democratica serve, subito. In fondo, la pandemia ci costringe a mettere la testa sulle contraddizione tra la tracciabilità dei nostri movimenti per capire l’andamento del virus e la tutela della privacy. Il dopo virus non sarà come prima, comunque. In meglio, in peggio?

Chissà come e per quali vie, ma è certo che il socialismo o sarà digitale o non sarà. E  l’alternativa passa da simile plenitudine, per rubare il termine a Jay David Bolter (2020). Così è se ci pare.