Cosa insegna la lotta dei lavoratori della GKN

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I signori senza volto del fondo finanziario dal nome gentile pensavano di liquidare con modi spicci quei 422 operai di una fabbrica metalmeccanica, situata fra capannoni e centri commerciali alla periferia estrema di una città d’arte. Il turbocapitalismo neoliberista da decenni persegue con successo l’obiettivo di destrutturare il mondo del lavoro per sfibrarlo, parcellizzarlo, impoverirlo, privarlo delle infrastrutture sociali e politiche necessarie a tenerlo in vita sano, organizzato e capace di agire come corpo sociale antagonista in una dialettica trasformativa e democratica. Ma i cancelli di quella fabbrica sono esplosi, la vita della fabbrica è filtrata dolorosamente e gioiosamente nella società e la comunità intera si è riappropriata della sua fabbrica, l’ha stretta al cuore, riconoscendo la guida lucida e intelligente di delegati pragmatici e visionari. Il Collettivo di fabbrica parla e agisce limpidamente, con tenacia e determinazione, ha il grande merito di volgarizzare le dinamiche della globalizzazione e le cause sistemiche della crisi, i nodi nevralgici da affrontare per cambiare rotta, non per sé ma per tutti.

Quando ho letto per la prima volta degli odiosi licenziamenti alla GKN, il mio pensiero è subito corso alle migliaia di lavoratrici e lavoratori della moda che il posto di lavoro lo hanno perso senza neanche una mail. Sono le operaie tessili in Asia e Europa Orientale, Centro America o Nord Africa – almeno 50 milioni – e che nei primi 12 mesi della pandemia hanno subìto, secondo varie stime, un furto salariale di almeno 10miliardi di euro. Significa che i loro salari già da fame, sono stati ancora tagliati e, nei molti casi di licenziamento collettivo per chiusura o fallimento delle fabbriche, non hanno visto nessuna indennità. Neppure si sono potute avvalere di ammortizzatori sociali, perché nei paesi dove le delocalizzazioni selvagge hanno spostato le produzioni da decenni, non esistono o quasi reti di protezione sociale. Le fameliche catene globali del valore non lo consentono, drenano risorse, ricchezza, vite umane senza lasciare quasi nulla sul campo, alla faccia della famosa teoria dello sgocciolamento.

Molto si è già scritto e ancora si scriverà su questo entusiasmante capitolo della storia sindacale italiana. Perciò mi soffermo qui su un paio di traiettorie che questa vicenda esprime, secondo una visione politica lunga e originale, perché solidaristica e internazionale. L’idea che nessuno si salva da solo e che solo generalizzando il conflitto si possono cambiare i rapporti di forza: una sorta di altruismo universale che travalica le categorie e i settori, le condizioni contrattuali, le funzioni sociali per abbracciare un’idea radicale di sindacato-comunità opposto a ogni deriva corporativa, che non intende lasciare nessuno indietro, dove i più forti proteggono i più vulnerabili. L’idea che la contesa si gioca sulle regole e sulla capacità dello Stato di tornare a essere protagonista e regolatore dell’economia: la chiamata dei giuristi a scrivere la legge contro le delocalizzazioni selvagge davanti ai cancelli insieme agli operai sovverte la prassi di un diritto sempre più ammorbidito, scritto per le imprese e il mercato sotto la pressione di migliaia di lobbisti, lontano dal dettato costituzionale e dal bene comune, secondo il fallimentare principio neoliberista dello Stato minimo in un mercato autoregolato. A ben vedere, questo appello è del tutto allineato alle richieste di imporre limiti all’operato delle multinazionali e di fare cessare la loro impunità a fronte di una prassi consolidata di violazioni e di abusi dei diritti umani e del lavoro lungo le catene globali di fornitura, che centinaia di organizzazioni della società civile fanno da decenni alle istituzioni internazionali.

Vale dunque la pena qui ricordare l’attualissima discussione in seno all’UE in vista della prossima emanazione di una direttiva sulla dovuta diligenza per cui le imprese dovranno essere legalmente responsabili della violazione dei diritti umani e degli impatti negativi causati nelle loro catene globali del valore e nelle loro operazioni e relazioni commerciali. Come difensori dei diritti umani siamo fortemente impegnati affinché tale direttiva contenga tutti gli elementi chiave, a partire dalla combinazione efficace di misure sanzionatorie in caso di abuso, quali sanzioni civili e penali adeguate, competenze e risorse a organismi nazionali designati, collaborazione tra autorità preposte all’applicazione e riconoscimento ai terzi della legittimazione attiva ad avviare procedimenti.

Allo Stato italiano conviene senz’altro anticipare questo processo che prima o poi toccherà tutti gli Stati membri. Un buon modo per farlo è mettere in pratica la proposta dei giuslavoristi approvata dall’Assemblea permanente GKN (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/09/14/fermiamo-le-delocalizzazioni/). Una straordinaria vertenza, crocevia e metafora di tutte le contraddizioni poste in essere dalla globalizzazione neoliberista: la sineddoche perfetta.

Deborah Lucchetti

Deborah Lucchetti, ex-operaia metalmeccanica e sindacalista, si occupa di lavoro, diritti umani, globalizzazione e economie solidali. È coordinatrice della Campagna Abiti Puliti (www.abitipuliti.org) sezione italiana della Clean Clothes Campaign, coalizione internazionale che da 20 anni promuove i diritti del lavoro nell’industria tessile globale.

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