L’11 settembre: dalle Torri Gemelle all’Afghanistan

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Fino ad oggi, da venti anni a questa parte, l’11 settembre ha coinciso non solo con il ricordo della tragica e spettacolare caduta delle torri gemelle, che io stessa – trovandomi negli States – potei osservare in diretta in televisione. Da 19 anni a questa parte, quella data ha altresì coinciso con un momento di consapevolezza per l’esistenza di una guerra in corso, quella dichiarata da George W. Bush il 7 ottobre del 2001 ai Talebani dell’Afghanistan – fino ad allora peraltro sostenuti e incoraggiati dagli americani stessi, quali informali alleati contro l’Unione Sovietica prima e contro l’Iran dopo – con un’operazione significativamente denominata Enduring Freedom. “Libertà duratura”, era la promessa fatta dagli americani prima di tutto ai cittadini di tutto il mondo, che sarebbero stati liberati dai terroristi come Osama bin Laden e la sua Al Quaeda, responsabili secondo gli Stati Uniti dell’attentato alle torri gemelle. Era poi una promessa alle donne afghane, che sarebbero state liberate dall’oppressione dei Talebani, che non consentivano loro di andare a scuola, lavorare fuori casa o presentarsi in pubblico senza il burqa. Si trattava della lusinga di esportare la democrazia, la pace e i diritti umani delle donne.

Anche la guerra in Afghanistan, come ogni altra guerra, nascondeva però interessi e ragioni assai differenti, che poco avevano a che vedere con quelle enunciate, ché anzi – come sempre – la libertà, in particolare delle donne, era ancora una volta strumentalizzata per legittimare invasioni che altrimenti sarebbero state meno facilmente giustificabili. Perfino Woodrow Wilson, nel 1919, alla fine della prima Guerra mondiale, si domandava: «C’è qualche uomo, donna o bambino, che non sa che le radici della guerra nel mondo moderno sono la rivalità industriale e commerciale?». Quali erano dunque le vere radici della guerra in Afghanistan, spacciata per umanitaria e pacificatrice, al di là delle declamazioni? «L’Afghanistan, come sempre, è la chiave di volta della dominazione occidentale in Asia» ricordava già subito dopo l’attacco su The Guardian, George Monibot (https://www.theguardian.com/world/2001/oct/23/afghanistan.terrorism11). Ciò a causa della sua strategica posizione geopolitica, trovandosi il paese al cuore degli scambi commerciali di petrolio e gas fra il centro e il sud dell’Asia, in una zona sulla quale il controllo era da tempo conteso da grandi potenze, prime fra tutte, oltre agli Stati Uniti, Cina e Russia.

Proprio la possibilità di costruire un gasdotto che, partendo dal Turkmenistan (che costituisce oggi la quarta più importante riserva energetica del mondo), passasse per l’Afghanistan e il Pakistan per giungere sul mar Arabico – come ci racconta Ahmed Rashid – aveva creato fin dal 1995 forti legami fra il futuro governo talibano e una società di commercio petrolifero californiana, la Unocal. Nell’ottica statunitense trasportare, infatti, le enormi ricchezze del mar Caspio attraverso l’Arzebaijgian o la Russia avrebbe accresciuto il controllo politico ed economico di quest’ultima potenza sulle repubbliche centro asiatiche. D’altronde costruire un oleodotto o un gasdotto attraverso l’Iran avrebbe arricchito un paese nemico, mentre farlo passare per la Cina sarebbe stato costoso al di là delle considerazioni di strategia politica. L’unica seria possibilità di sfruttare appieno le risorse del mar Caspio (che nelle parole di Dick Cheney – vice presidente di Bush ai tempi dell’attacco sferrato dagli americani ai Talebani – «era improvvisamente emerso come regione strategicamente significativa per l’apporto energetico») era dunque, per gli americani, quella di passare per l’Afghanistan. Per questo l’allora Assistant Secretary of State for South and Central Asian AffairsRobin Raphel, sostenne subito il neonato Emirato islamico, nonostante il suo oscurantismo sotto il profilo dei diritti delle donne. Ella raccomandò immediatamente una collaborazione internazionale con il governo dei Talebani, al punto da meritarsi dalla stampa indiana l’appellativo di Lady Taliban, e con i suoi viaggi in Pakistan e in Afghanistan – nell’aprile e in agosto del 1996 – appoggiò con forza l’accordo con Unocal. Il patto di costruire la conduttura – che garantiva 100 milioni di dollari l’anno ai Talebani per l’uso del territorio e la sicurezza del gasdotto – fu dunque siglato, ma fu presto messo in crisi dall’instabilità politica afghana e dagli attacchi di al-Qaeda alle ambasciate Usa a Nairobi e Dar Es-Salaam nel 1998. Nel dicembre di quello stesso anno Unocal informò il dipartimento di energia statunitense che il progetto del gasdotto non sarebbe andato avanti fintanto che «un governo internazionalmente riconosciuto non si fosse instaurato in Afghanistan». Così, mentre in quell’anno il vice presidente di Unocal, John J. Maresca, faceva presente che la strada del gas e del petrolio verso il Mar arabico sarebbe diventata la nuova strada della seta proveniente dall’Asia centrale per soddisfare la domanda di energia mondiale, nel dicembre del 2000 un documento della United States Energy Information Administration riportava che «il potenziale afghano include le multimiliardarie condutture di petrolio e gas proposte (da Unocal), […] ma tali piani sono ora messi in serio pericolo» dagli attacchi dei ribelli e dall’instabilità del regime talebano (https://www.earthisland.org/journal/index.php/magazine/entry/afghanistan_its_about_oil/). Ancora a settembre 2001, pochi giorni prima dell’attacco alle torri gemelle, la stessa agenzia ricordava che «l’importanza dell’Afghanistan dal punto di vista energetico deriva dalla sua posizione geografica, come potenziale strada di transito per l’esportazione di petrolio e di gas naturale dall’Asia centrale al mar arabico. Questa potenzialità include la possibile costruzione di gasdotti e oleodotti che attraversino l’Afghanistan».

Difficile, dunque, non vedere come l’attacco sferrato il 7 ottobre 2001 dagli Stati Uniti ai Talebani andasse ben al di là del declamato desiderio di liberazione e pacificazione e coinvolgesse, invece, anche – e soprattutto – aneliti di controllo, di dominio e di posizionamento geo-politico. Alla luce di ciò è forse ora possibile valutare l’appena conclusasi rovinosa ritirata da una guerra che non avrebbe mai dovuto cominciare, che è costata agli Stati Uniti più di 2000 miliardi di dollari e più di 2000 vite americane, ma che – insieme a quella di almeno 66.000 militari afghani – ha soprattutto causato la morte di migliaia di civili nel paese. Si tratta di decessi stimati – certamente per difetto – in 48.000, che hanno coinvolto soprattutto le donne, con le loro famiglie e i loro cari, che vivono fuori dalle grandi città e che costituiscono più del 70 per cento di tutte le donne afghane, per le quali la preannunciata liberazione dagli opprimenti costumi del passato – peraltro antecedenti di secoli ai Talebani – non è mai arrivata. Ciò che è arrivato loro dagli invasori è stata solo la sofferenza provocata dalla violenza, tanto dei signori della guerra scelti dagli americani come alleati sul campo, quanto delle milizie afghane o della coalizione, o ancora prodotta dalla guerra con i droni inaugurata da Barack Obama che – ironia della sorte – ha pure vinto il premio Nobel per la pace. La strategia statunitense e della coalizione è stata, infatti, di concentrare le operazioni militari principalmente fuori dalle grandi città. In esse la maggior tranquillità ha così consentito alle donne di ricominciare a gioire delle libertà, di cui d’altronde già godevano durante il governo del partito popolare democratico afghano (PDPA), che – pur di allontanare l’Unione sovietica e ogni governo comunista – proprio gli Stati Uniti avevano contribuito a far cadere, armando quei mujaheddin che poi gliele avrebbero per l’appunto negate. Nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan di Ashraf Ghani – così come in grande misura già accadeva ai tempi del governo comunista della Repubblica Democratica dell’Afghanistan che aveva preceduto l’Emirato islamico, quando il numero delle ragazze che andavano a scuola e all’università era altissimo e, all’inizio degli anni 1980, le donne avevano seggi parlamentari e una di loro aveva perfino guadagnato la vice presidenza – villaggi e città si presentavano come due paesi diversi, appartenenti a secoli differenti, spiega in un bellissimo articolo sul New Yorker chi la realtà afghana la conosce a fondo (cfr. Anand Gopal, The Other Afghan Women, 6 settembre 2021). «Kabul era diventata una città piena di luci, scintillanti sale di matrimoni e cartelloni pubblicitari al neon, in cui si affollavano gioiosamente le donne: le mamme curiosavano nei mercati, le ragazzine camminavano accoppiate di ritorno da scuola, le poliziotte pattugliavano con i loro hijab e le impiegate andavano in giro con borsette griffate». Senza contare che «il parlamento afghano aveva una percentuale di donne simile a quello del Congresso statunitense e un quarto degli studenti universitari erano donne». Nei villaggi, invece, da secoli le donne non hanno mai smesso di vivere una situazione completamente differente – da sempre relegate all’interno di un mondo separato dagli uomini, private della possibilità di andare a scuola o di uscire senza burqa a partire dalla pubertà – che non è mutata di una virgola durante l’occupazione degli Stati Uniti e della coalizione. «Ammazzare noi, i nostri fratelli, i nostri padri, i nostri figli, non significa garantirci i diritti umani» o ancora «gli americani non ci hanno portato alcun diritto. Sono solo arrivati, hanno combattuto, ucciso e se ne sono andati», dicono le donne dei villaggi, che hanno accolto i Talebani come salvatori.

Venti anni di guerra e la disfatta prevedibile di chi ha messo in piedi solo un governo fantoccio non hanno dunque avuto come risultato l’esportazione né della democrazia, né della libertà per la stragrande maggioranza delle donne afghane, che hanno invece terribilmente sofferto durante la presenza straniera. Anche la minoranza di coloro che la libertà l’avevano riguadagnata è stata tradita dalla ritirata di chi oggi le ha abbondonate al loro destino. L’ISIS poi, dopo l’attentato all’aeroporto di Kabul, fa nuovamente paura, cosicché dopo venti anni di guerra neppure l’obiettivo della liberazione dai terroristi e dai loro attacchi è stato raggiunto. Quanto al gasdotto, durante l’occupazione straniera il progetto per la sua costruzione è proseguito fra Turkmenistan – che si è impegnato economicamente più di tutti – Afghanistan, Pakistan e India (TAPI). La sua realizzazione è però momentaneamente ferma al territorio del Turkmenistan e gli Stati Uniti, per quanto non abbiano per ora coinvolgimenti diretti nella sua edificazione, hanno evidentemente interesse a che esso venga costruito per limitare il controllo sul petrolio e sul gas dell’area da parte di Russia e Cina (https://southasianvoices.org/the-tapi-pipeline-in-post-u-s-withdrawal-afghanistan/). Anche in questo caso nessun passo avanti, perciò, rispetto a vent’anni fa e l’instabilità politica che si prospetta non fa presagire nulla di meglio.

Il re è dunque nudo! Insieme alla memoria della tragedia delle torri gemelle, da quest’anno l’11 settembre dovrebbe allora portare con sé il ricordo di una guerra assurda, combattuta ai danni di tutti, salvo che dell’industria bellica, i cui lauti profitti sono chiariti da quel 58% di guadagno in più che nei vent’anni del conflitto afghano le azioni delle tante corporation di guerra – da Boeing, Raytheon e Lockheed Martin a General Dynamics e Northrop Grumman – hanno ottenuto rispetto alla media di tutte le altre società (https://theintercept.com/2021/08/16/afghanistan-war-defense-stocks/). Un’altra buona ragione, insomma, per celebrare l’11 settembre quale giorno della richiesta del ritiro di tutte le truppe da ogniddove!

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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