Invalsi e altre sciocchezze

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Vinti e festeggiati, in barba ad ogni norma anti Covid-19, gli Europei maschili di calcio, dopo ben 53 anni di astinenza, l’Italia è ripiombata bruscamente nelle innumerevoli voragini di una crisi politica, economica e sociale che la sta logorando in profondità: dai licenziamenti di massa della GNK e Whirlpool alla disoccupazione giovanile, dalla violenza delle forze dell’ordine nelle carceri ai dissesti del territorio e delle infrastrutture, dal Parlamento ridotto a segretario del Governo alla sofferenza del sistema sanitario, la struttura democratica del Belpaese è sempre più debole e a pagarne le conseguenze è ovviamente la parte più fragile e povera della società. In questa situazione, la scuola pubblica è sempre più in difficoltà, stretta tra trionfali proclami di rilancio e malinconici mancati investimenti.

A scompigliare ancor più le carte scolastiche, in quest’estate di violenti temporali equatoriali, sono giunti, immancabili come la nuvola di Fantozzi durante le ferie, i risultati delle prove Invalsi 2021, i quali sono stati usati dagli analisti dei grandi mezzi di informazione come la sacra pietra angolare con cui misurare il rendimento della scuola. E così, via con le cifre nude e crude: il 44% dei maturandi non raggiunge un livello di conoscenza minima dell’italiano; in Calabria il 63% degli studenti di terza media ha una preparazione inadeguata in matematica; in Campania il 73% degli allievi di quinta superiore non ha una preparazione sufficiente in matematica. Si è trattato di una vera e propria Caporetto didattica, con un netto peggioramento dei risultati rispetto agli esiti delle prove Invalsi del 2019: in tutta Italia, a parte Valle d’Aosta, Piemonte e provincia autonoma di Trento, le conoscenze e competenze in italiano, matematica e inglese (perché questo è ciò che valutano e giudicano i test Invalsi) sono in caduta libera. Ai commentatori, in attesa lungo il fiume ad aspettare impazienti il cadavere della scuola, non è parso vero di poter attestare ufficialmente, con sadismo misto a cinico compiacimento, il fallimento della DAD e l’acuirsi del divario tra Nord e Sud. Uscendo dalle logiche del tifo da stadio tra difensori e detrattori estremi della didattica a distanza, veramente la responsabilità di questi pessimi risultati vanno ricondotti quasi completamente alla DAD?

Proviamo a fare alcune considerazioni.

In primo luogo, bisogna certamente prendere atto che la DAD ha indebolito il percorso di apprendimento degli studenti (in particolare quelli delle scuole secondarie di primo e secondo grado maggiormente colpiti dai provvedimenti di lockdown e quelli con maggiori difficoltà economiche e familiari), ma bisogna anche ricordare e ribadire che nella prima parte del 2020 la DAD è stata una soluzione eccezionale, che ha determinato un impegno gravoso (per studenti, genitori e insegnanti), spesso anche scoordinato e sgraziato; si è trattato di un ripiego, di una innovazione nata quasi dal nulla per tamponare una necessità connessa a tragiche e impreviste contingenze sanitarie. Questa è l’imprescindibile premessa da cui dobbiamo partire per ragionare onestamente di didattica a distanza. Il vero problema è quanto è avvenuto dopo la prima fase emergenziale e che purtroppo sta ancora avvenendo o, per meglio dire, che non sta accadendo. La pandemia ha messo a nudo le ataviche carenze e insufficienze della scuola pubblica italiana: edifici fatiscenti e inagibili, troppi allievi per classe, personale precario, scarsa innovazione didattica. Cosa si sta facendo da un anno a questa parte per cambiare la scuola e provare a porre rimedio a tali lacune? Concretamente nulla! Abbiamo constatato che la scuola non in presenza ha molti limiti di apprendimento, di socialità e di crescita umana; allora serve finalmente investire risorse e intelligenze nel sistema di istruzione, dopo decenni di tagli a partire dal grande furto di 8 miliardi di euro operato dalla Gelmini nel 2008, che forse proprio per questi meriti è entrata a far parte del governo dei migliori guidato da Draghi. Se vogliamo affrontare l’anno scolastico 2021-2022 in presenza occorre affiancare a un serio piano di vaccinazione nazionale un ripensamento degli spazi didattici, a partire dalla messa a punto di nuovi edifici e dalla riduzione del numero di allievi per classe. Ma purtroppo in questi mesi non si sta facendo nulla in questa direzione, anzi, il Miur, a fronte di un calo degli iscritti alla scuola primaria, sta dirottando i maestri soprannumerari che possiedono l’abilitazione alle scuole secondarie. Questi sono i fatti reali al di là delle effimere parole pronunciate al vento da ministri e sottosegretari. Con scuole affollate, visto il proliferare di nuovi casi da variante, sarà molto difficile ripartire tutti in presenza a settembre. Il tempo sta trascorrendo inesorabilmente, ma gli errori fatti negli anni non sembrano far cambiare rotta a chi ha il potere di farlo e non si tratta solo di incapacità, ma anche e soprattutto di una volontà politica che si nutre con furbizia dell’indifferenza complice della maggioranza dei cittadini, sempre più incapace di riconoscere i beni essenziali di una democrazia.

In secondo luogo, attribuire comunque alla DAD i risultati fortemente negativi ottenuti dagli studenti italiani con i test Invalsi, effettuati nella primavera 2020 nelle scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado sul territorio nazionale, è una operazione intellettuale in parte semplicistica e in parte disonesta. La scuola italiana, infatti, è afflitta da decenni dalla scarsa motivazione degli allievi nei confronti dello studio e per molti si è trasformata in un luogo di noia. Inoltre, quest’anno, in piena pandemia, molti allievi delle superiori hanno svolto i test rapidamente e con poco impegno, sia per protesta, sia perché non erano valutati: ciò testimonia uno scollamento tra le istituzioni e gli studenti, che rende vano ogni discorso di patto educativo, in quanto si studia per il voto o niente. Precisati questi aspetti, il calo delle competenze di analisi e comprensione del testo in lingua italiana degli studenti viene da lontano ed è figlio di tanti fattori, riscontrabili, nel disinteresse per la lettura, per la disaffezione alla poesia e alla letteratura italiana, percepita come distante e a tratti incomprensibile. Il declino dei tassi di lettura è iniziato nei primi anni ’80 (prima della DAD e dopo la peste del ‘600) ma ha subito una brusca accelerazione dopo la metà degli anni 2000, in corrispondenza non casuale all’ascesa di smartphone e Internet ad alta velocità che sono divenuti poco a poco ampiamente disponibili. Contestualmente andava anche ad aumentare il tempo degli adolescenti trascorso sullo schermo, compresa la televisione, che ha iniziato a salire, quasi triplicandosi tra fine degli anni ’70 e 2010. Bambini, adolescenti e giovani che stanno smettendo di leggere sono di fatto meno ribelli, più tolleranti di fronte a ingiustizie e infelicità, meno felici e purtroppo poco preparati, se non, in alcuni casi, impreparati ad affrontare l’età adulta. Più in generale, si può affermare che leggere testi lunghi, come libri e articoli di riviste, è molto importante per comprendere idee complesse e sviluppare capacità di pensiero critico che dunque vengono a mancare o a scarseggiare se non si legge. A scuola come insegnanti speriamo di poter offrire ai ragazzi qualcosa di diverso e alternativo rispetto all’individualismo, alla noia e al vuoto nichilismo che ci circonda. E quando i nostri allievi dimostrano di non volerne sapere della letteratura, perdono la possibilità di vivere la scuola come luogo di contrasto, di riflessione critica e di “resistenza”. Tra le altre cose, insegnare letteratura significa, perciò, educare l’immaginario dei ragazzi e aiutarli a combattere l’appiattimento conformistico di pensieri e delle mode, donare loro una nuova prospettiva per interpretare il mondo e spingerli a creare nuove realtà e nuovi desideri. Per quanto concerne le difficoltà in matematica, urge ripensare il modo in cui viene insegnata e occorre formare gli insegnati in direzione di una didattica più laboratoriale che metta gli allievi realmente al centro dei processi di apprendimento, in modo che ne comprendano il senso e siano coinvolti in uno studio non solo finalizzato alla prestazione e al voto. Dove il docente costruisce una matematica a misura di persona, gli studenti crescono e ottengono soddisfazioni e risultati.

In terzo luogo, sarebbe una bella manifestazione di professionalità se gli analisti e i commentatori mainstream, esperti, ma solo a parole, di questioni che a dire il vero poco conoscono, andassero oltre la succulenta possibilità di esprimere un giudizio tranciante sull’inefficienza della scuola, in modo da raccogliere visualizzazioni e click, e non usassero le magagne e le problematiche che assediano il mondo dell’istruzione per rimanere nel solito comodo e redditizio luogo comune dei professori fannulloni e incapaci e del sud Italia povero, ignorante e scansafatiche. Urge un giornalismo di inchiesta che analizzi i tanti problemi che affliggono la scuola e il meridione e che non si limiti a scimmiottare la realtà, producendo facili e superficiali news da consumare rapidamente. Serve aprire una discussione pubblica onesta su quale scuola costruire per una sana e robusta democrazia per il XXI secolo. Ma parlare di questo, si sa, non porta nell’immediato audience, dunque non genera profitto e quindi è meglio lasciar perdere e continuare a dare quello che per anni si è proposto a un pubblico educato e addestrato a scandali e gossip.

Infine, sarebbe il caso di rivedere il test Invalsi o almeno di mutarne il significato. Il test misura le competenze linguistiche e matematiche, sicuramente importanti per la crescita umana, ma che non sono certamente le uniche. Dunque, quando analizziamo i risultati, facendo spesso improbabili comparazioni con i paesi OCSE per dedurne sempre che i nostri studenti sono i più impreparati, nonostante poi assistiamo alla costante fuga di cervelli, teniamo conto della parzialità della misurazione. Ciò non vuol dire non dare importanza ai risultati, ma affrontare il problema in modo laico e non facendone una guerra di religione come se stessimo parlando di una verità assoluta di fede. E soprattutto sarebbe opportuno utilizzare i risultati per investire risorse nelle aree maggiormente in difficoltà. Se gli Invalsi sono un termometro che segnala la febbre, allora il ministro deve trovare una cura: la ricetta da cui partire si chiama più scuola, più formazione e più retribuzione per insegnanti, meno allievi per classe, più lettura, più teatro, più cinema, più scrittura, più dibattiti, più esercizi di matematica, più laboratori scientifici. E soprattutto più inclusione e meno classismo, perché i risultati dell’Invalsi sono anche figli di una scuola italiana frammentata in ricchezza e povertà, in benessere e marginalità. La scuola deve diventare la casa di tutti gli studenti e, nel processo di apprendimento, bisogna andare oltre l’IO del docente e il TU dell’allievo per produrre un fertile NOI, all’interno del quale si realizzi la formazione della persona umana pluridimensionale. Dobbiamo costruire una scuola che misuri la crescita umana, fatta di competenze linguistiche, logiche, e matematiche, ma anche emozionali, artistiche e politiche.

Il lavoro è tanto e il tempo è poco, per questo non ci resta che rimboccarci le maniche, nella speranza di rivederci a settembre con la voglia di migliorare la nostra amata scuola. E se un peggioramento autunnale della pandemia dovesse portare il Governo, che nulla sta facendo per migliorare gli spazi scolastici, a chiudere nuovamente le scuole, ci vedremo in piazza a fare lezione di italiano, matematica e filosofia al grido di POPOPOPOPOPOOOOOO, con tanto di autorizzazione di Chiellini e Bonucci.

Foto della homepage di Siora photography su unsplash 

 

Chiara Foà

Chiara Foà, laureata in storia contemporanea, insegna da vent'anni materie letterarie nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado. Ha scritto “Gli ebrei e i matrimoni misti. L'esogamia nella comunità Torinese (1866 - 1898)” (Silvio Zamorani editore, 2001). Con Matteo Saudino ha scritto il manuale di educazione civica “Crescere cittadini” e “Il prof fannullone. Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi)” (Independently published, 2017).

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Matteo Saudino

Matteo Saudino, laureato in storia e filosofia, insegna filosofia presso il liceo “Giordano Bruno” di Torino. È autore di "La filosofia non è una barba" (Vallardi, 2020) e, con Chiara Foà, di "Cambiamo la scuola. Per un'istruzione a forma di persona" (Eris Edizioni, 2021) e “Il prof fannullone. Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi)” (Independently published, 2017). È ideatore di "BarbaSophia", canale YouTube (https://www.youtube.com/channel/UCczAmcE87UncfJLyrfA2wUA) in cui spiega e racconta concetti e storia della filosofia.

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3 Comments on “Invalsi e altre sciocchezze”

  1. Le prove invalsi son uno strumento poco accurato
    Il valore di tale prova a mio avviso non può essere presa come certamente valida in ogni circostanza.
    Grazie a Chiara Foà per la sua attenta analisi. Un mondo in decadenza che cura e idolatra L’inutile anziché porsi domande ed essere più riflessivo selle proprie azioni e le conseguenza che tali azioni possano provocare.

  2. Il covid come esperienza per l’individuo e per la società. La società rifiuta di farne motivazione per migliorarsi ed altrettanto fanno troppi cittadini. la SCUOLA segue questi esempi ed anche chi fa le valutazioni degli studenti. C’è qualcuno o nessuno che ha aperto gli occhi a solidarietà ed empatia o nessuno?

  3. E’ un piacere leggere analisi intelligenti e argomentate come queste, pur limitate dalla sintesi tipica dei contenuti in rete. E’ un piacere doppio perché la testimonianza di insegnanti appassionati al destino della scuola come ambito di crescita umana e culturale dei ragazzi, prima ancora che di luogo di formazione ad uso del mercato, è davvero una boccata di ossigeno. Lo dice uno che confessa candidamente di avere spesso il dente avvelenato con la categoria degli insegnanti, spesso da me percepiti come corporativi e molto poco propenso all’autocritica. Faccio qui l’avvocato del diavolo sul punto dolente degli stipendi. La mia personalissima esperienza è quella di tanti professori lamentosi sulle condizioni di lavoro, sulla remunerazione economica, sull’organizzazione scolastica, alcuni forse anche bravi ma molti, in modo piuttosto evidente, non certo animati dal sacro fuoco dell’insegnamento. Perché dico questo? Perché pur considerando in linea di principio legittima qualsivoglia rivendicazione salariale, nel caso della scuola mi vengono spontanee due considerazioni:
    1. per quanto sottopagati siano gli insegnanti, non lo sono più della media dell’impiegato medio italiano; essendo loro per definizione intellettuali professionisti, in ogni caso laureati e si presume dotati di una certa cultura e quindi di una visione generale, mi piacerebbe percepire una maggiore consapevolezza delle difficoltà di tanti che percependo poco di più di loro lavorano molto di più. Perché, detta crudamente e in modo un po’ grezzo, questa è la realtà. So che questo è un nervo scoperto ma se vogliamo evitare una guerra tra poveri dobbiamo sì combattere i luoghi comuni sugli insegnanti fannulloni ma al contempo evitare vittimismi di ogni sorta.
    2. Quale logica soggiace alla richiesta di retribuzioni migliori? Se si tratta della rivendicazione di stipendi più degni in assoluto, nessuna obiezione se non quella al punto precedente. Se inscritta in un discorso più ampio, relativo alla qualità dell’insegnamento, uno stipendio più alto cosa comporterebbe? Considerato che, visto l’affollamento ai concorsi, il posto di insegnante sembra essere nonostante tutto già ora molto appetibile (specie per le madri di famiglia ma non solo), cosa ci si aspetta esattamente da un aumento di stipendio? Una maggiore motivazione? Forse, ma mi sembra un argomento un po’ debole. La deriva aziendalista della scuola è da combattere, ma pare difficile al tempo stesso non legare la questione degli stipendi a forme di valutazione dell’insegnamento, che sono, in ultima analisi, una forma di messa in competizione, fosse anche indiretta, degli insegnanti: nel privato, lo stipendio più alto è un fattore fondamentale di attrazione dei talenti migliori, nella scuola come dovrebbe funzionare? Gli Invalsi non funzionano? Benissimo, ma dopo il concorso si deve pur trovare un modo per premiare i migliori e spingere verso altri mestieri gli impreparati, gli svogliati, gli inadeguati. Fingere che gli insegnanti e le loro prestazioni professionali non siano parte integrante del problema-scuola mi pare disonesto.

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