Digitalizzazione e innovazione: cosa dice il Piano di ripresa e resilienza?

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Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), di cui tanto si parla in questi mesi, prevede un ruolo particolare per i processi di digitalizzazione e innovazione del Paese. Oltre a rappresentare una delle sei missioni del piano (le altre riguardano la transizione ecologica, la mobilità, l’istruzione e cultura, l’equità sociale e infine la salute), digitalizzazione e innovazione costituiscono anche uno dei tre “assi strategici” che attraversano l’intero documento. Questi temi fanno da sfondo, quindi, in ognuna delle quasi 300 pagine del piano. Tuttavia un paio di pagine in particolare, in un paragrafo dal titolo “la transizione digitale”, offrono una sintesi dell’orientamento complessivo del Governo italiano in materia.

Anzitutto, l’obiettivo dichiarato è quello di «creare una società completamente digitale» (PNRR p. 16), facendo recuperare all’Italia il terreno perduto finora nei confronti degli altri paesi europei per quanto riguarda l’indice DESI (Digital Economy and Society Index). In cosa consiste una società “completamente digitale”? Il piano non lo chiarisce, ma è facile immaginare uno scenario in cui ciò che è avvenuto durante la pandemia, ovvero la massiccia migrazione delle attività quotidiane in rete, non solo prosegue ma viene sostenuto e incentivato anche nel ritorno alla “normalità”. La gigantesca portata di questo cambiamento non può quindi essere sottovalutata: gli orientamenti e le scelte apparentemente tecniche costituiranno l’impalcatura digitale di un mondo in cui ci troveremo a vivere come cittadini, consumatori, lavoratori, ci piaccia o no.

Trave portante di questa impalcatura è la «connettività omogenea ad alta velocità in tutto il paese per residenti, aziende, scuole e ospedali». Disporre di una connessione veloce e (soprattutto, ma questo viene detto più raramente) affidabile è ovviamente una condizione indispensabile per accedere al mondo digitale, ma attenzione al rischio di voler affrontare questa sfida a colpi di Gigabit. Nell’indice DESI citato prima, la connettività è solo una delle componenti accanto ad altre, per esempio il capitale umano: cosa sono in grado di fare le persone con la tanto agognata connessione a 1 Gbps? Vi è qui il tema delle competenze digitali, tra le quali non vi sono solo competenze strettamente tecniche (per esempio, come impostare una tabella in un foglio elettronico) ma anche e soprattutto competenze cognitive critiche (per esempio: come stimare rapidamente l’affidabilità del sito internet che stiamo consultando?). A questo proposito il piano parla di rafforzare la «cittadinanza digitale attraverso iniziative dedicate volte a migliorare le competenze digitali di base» (PNRR p. 17). Rimane però ambiguo circa la natura di tali competenze, parlando infatti di «promuovere un diffuso miglioramento delle competenze della forza lavoro». Attenzione a non confondere i due aspetti: il “lavoratore competente digitale” (per esempio in possesso di Ecdl, la cosiddetta “patente europea del computer”) non è necessariamente anche un “cittadino competente digitale” (in grado di valutare e scegliere).

Ma il punto cruciale del piano è quello che riguarda la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, dove la parola d’ordine è “cloud first”. In informatica, la parola cloud indica un insieme di risorse remote messe a disposizione da un fornitore a un cliente per l’erogazione di determinati servizi. Per esempio, quando utilizziamo una cartella di Google Drive per archiviare o condividere con amici o colleghi i nostri file, stiamo utilizzando un servizio in cloud: non c’è nulla fisicamente sul nostro pc, ma tutto è delocalizzato da qualche parte sotto il controllo di Google. Negli ultimi anni i servizi in cloud stanno prendendo piede molto rapidamente a tutti i livelli (individui, aziende, istituzioni) perché sono in genere efficienti, comodi ed economici per l’utente finale. Per esempio, alcuni anni fa l’università di Torino ha dismesso il proprio servizio di gestione della posta elettronica per docenti e studenti, sostituendolo con il servizio in cloud Gmail offerto da Google. Si è trattato di una decisione razionale sul breve periodo: il servizio funziona relativamente bene e permette di risparmiare decine di migliaia di euro all’anno rispetto allo stesso servizio gestito in autonomia. Inoltre (ma questo non si dice), permette anche un efficace scarico di responsabilità: quando qualcosa non funziona, semplicemente “è colpa di Google”. Tuttavia, sul lungo periodo e in un’ottica di interesse pubblico, si tratta di una scelta spaventosamente rischiosa: una volta dismessa la propria infrastruttura e abbandonate le competenze tecniche interne, diventa molto difficile e troppo costoso tornare indietro, qualora le condizioni dell’offerta dovessero cambiare. Si parla a questo proposito di lock-in tecnologico: scelte apparentemente convenienti oggi, potrebbero non esserlo più in futuro, ma a quel punto non potremo più scegliere (per esempio perché tutti i nostri dati sono registrati in un formato proprietario non esportabile, oppure perché non avremo più personale tecnicamente preparato per gestire quel servizio, oppure perché non ci saranno nemmeno più servizi alternativi concorrenti).

Oltre a questo, il cloud pone nell’immediato questioni di privacy e di sicurezza: dove sono collocati fisicamente i miei dati? Sotto quale giurisdizione? Chi li può leggere? Quale uso ne può fare? È chiaro che i rischi e i potenziali costi di questa corsa al cloud crescono esponenzialmente quando si passa dalle scelte di un privato cittadino a quelle di un’azienda, un’istituzione pubblica o addirittura, come in questo caso, un’intera Pubblica Amministrazione. Non è il cloud in sé a essere problematico (anzi, a un certo livello di complessità rappresenta la formula tecnologica più efficiente), quanto il fatto che attualmente nel mondo l’offerta di servizi in cloud è sostanzialmente monopolizzata da sole tre grandi aziende statunitensi: Amazon, Google e Microsoft.

Il PNRR, dando per acquisita la strategia cloud first e quindi la migrazione di tutta la Pubblica Amministrazione su servizi in cloud, delinea due diverse possibilità di scelta «a seconda della sensibilità dei dati e dei servizi coinvolti». Il piano recita testualmente: «le Amministrazioni possono scegliere se migrare verso una nuova infrastruttura cloud nazionale all’avanguardia (“Polo Strategico Nazionale”, PSN) o verso un cloud “pubblico” sicuro» (PNRR p. 16). Partiamo dalla seconda: cos’è il cloud “pubblico” (attenzione alle virgolette presenti nel testo originale) sicuro di cui si parla? Viene sommariamente spiegato nella relativa nota a piè di pagina: si tratta di (testuale anche qui) «soluzioni cloud commerciali acquistabili sul mercato». Ovvero: Amazon, Google e Microsoft! Cos’hanno di “pubblico” questi servizi?

Ma passiamo alla prima alternativa: la “nuova infrastruttura cloud nazionale all’avanguardia”. Il Polo Strategico Nazionale (PSN), che a questo punto si dovrebbe comprendere come sia davvero qualcosa di importanza strategica. Forse qualcuno ha previsto di destinare una parte della montagna di soldi in arrivo a un’operazione di radicale affrancamento dagli operatori privati d’oltreoceano? Alla posa delle fondamenta di un’infrastruttura digitale realmente pubblica (senza virgolette) in grado di garantire sicurezza, trasparenza e indipendenza alla “società completamente digitale” italiana dei prossimi decenni?

Non esattamente. In realtà il Polo Strategico Nazionale non esiste ancora, ma l’importanza prevista per esso dal PNRR ha dato nuovo impulso alla sua costruzione, di cui si parla già da anni. Tra le varie soluzioni, in prima linea a offrirsi come possibili candidati spiccano tre grandi aziende italiane: Tim, Leonardo e Fincantieri. Non esattamente qualcosa di pubblico, ma quantomeno nazionale. Non fosse che, sull’onda dell’entusiasmo, le tre aziende hanno da poco annunciato l’avvio di importanti accordi di partenariato: rispettivamente Tim con Google, Leonardo con Microsoft, Fincantieri con Amazon.

Quella che sembra quasi una barzelletta è in realtà la drammatica dimostrazione del fatto che potrebbe essere già troppo tardi: è estremamente difficile oggi offrire servizi competitivi senza appoggiarsi in qualche misura alle infrastrutture e al know-how delle tre grandi piattaforme americane. Difficile ma non ancora impossibile: le possibilità residue dipendono dall’importanza politica che come collettività decideremo di attribuire alla questione. Lasciare questo genere di decisioni esclusivamente ai “tecnici” comporta come si è visto l’applicazione di razionalità che non coincidono con l’interesse collettivo sul lungo periodo.

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