Il virus della violenza di Stato: la lezione di Genova

image_pdfimage_print

Sugli abusi e le violenze di Stato commessi vent’anni fa a Genova – nelle strade, nelle piazze, nelle caserme, nelle scuole, negli ospedali – sappiamo ormai tutto (o quasi). Sappiamo, in particolare, che la gran parte di quelle violenze e umiliazioni sono avvenute a freddo (dopo o a margine degli scontri) e nei confronti di persone inermi e indifese. Di più. La risalente consapevolezza che nulla accade in polizia senza il consenso o l’acquiescenza del Governo e del suo Ministro dell’interno ha trovato conferma nella presenza a Genova, in prefettura e in questura, di alti esponenti della politica tra cui il vicepresidente del Consiglio e, dopo i fatti, nei premi di carriera accordati al capo della polizia (diventato uno dei più potenti grands commis dello Stato) e ai funzionari coinvolti, finanche quelli condannati in sede giudiziaria per i falsi finalizzati a coprire la mattanza. Le fotografie, i filmati, i dialoghi registrati hanno fatto il giro del mondo e oggi, 20 anni dopo, tutti, salvo la destra eversiva (cioè quasi tutta la destra del nostro Paese), prendono le distanze ed esprimono sdegno per quelle violenze. È, ovviamente, un bene ma, nell’immediato, non è stato così. È bene ricordarlo perché nei comportamenti, nelle coperture e nelle sottovalutazioni di allora stanno le radici di molti fatti che hanno segnato i due decenni successivi. La memoria va tenuta viva con alcune considerazioni.

Primo. Il dato più significativo della reazione istituzionale alle manifestazioni di Genova contro il vertice del G8 è stato l’attacco diretto alla partecipazione democratica. L’evento di Genova è stato preceduto da una campagna allarmistica senza precedenti, dalla militarizzazione della città, dal tentativo di impedire o disincentivare l’accesso dei manifestanti. A ciò ha fatto seguito, nei giorni del vertice, una violenza indifferen­ziata degli apparati preposti all’ordine pubblico (che – inutile dirlo – è cosa del tutto diversa da una accorta e doverosa azione di contenimento e di con­trasto di specifici episodi di vandalismo e di aggressione). Quando è stato chiaro che il vero protagonista del G8 era (non il vertice ma) la protesta, contro quest’ultima si è scatenata la repressione: uso di armi da fuoco (almeno in due episodi, in uno dei quali è rimasto ucciso Carlo Giuliani), cariche e arresti nel mucchio (non altrimenti potendosi spiegare la valanga di mancate convalide), pestaggi per strada e nelle caserme (al punto che i manifestanti medicati o ricoverati negli ospedali cittadini, nei giorni 20 e 21 luglio, sono stati poco meno di 500). E alle violenze si sono accompagnati insulti (estesi a testimoni privilegiati come reporter, avvocati, sanitari), vessazioni, intimazioni di “non provarci mai più”. Infine, il salto di qualità della perquisizione nella scuola Diaz e i maltrattamenti nella caserma di Bolzaneto: una spedizione punitiva la prima, come dimostra l’accompagnamento in ospedale, dopo l’irruzione della polizia, di 66 persone su 93 presenti; un susseguirsi di umiliazioni e trattamenti degradanti i secondi. Il fine era chiaro: scoraggiare la par­tecipazione, rompere le alleanze inedite ed eterogenee che si erano create, diffondere una immagine dei ma­nifestanti come un indistinto arcipelago di violenti. E l’obiettivo è stato, almeno parzialmente, raggiunto: il movimento è stato fortemente indebolito e la (interessata) confusione tra conflitto sociale e violenza terro­ristica ha fatto passi da gigante…

Secondo. A Genova si è determinata una brusca inversione delle politiche di ordine pubblico. Non che la storia nazionale sia, in materia, particolarmente bril­lante, come dimostrano tradizioni risalenti e avvisaglie, pur sottovalutate, prima di Genova. E tuttavia negli ultimi decenni era stato raggiunto un equilibrio, precario e non privo di contraddizioni, ma importante e su­scettibile di offrire un quadro di riferimento diverso al conflitto politico e sociale: c’erano state manifestazio­ni eccezionali, per entità di partecipazione o per carica antagonista, ma senza incidenti significativi (e per trovare un morto nel corso di una manifestazione si deve risalire di quasi 25 anni); la stessa «piazza» era di­ventata oggetto di (pur faticose) contrattazioni. Questo equilibrio a Genova è saltato. Sono cambiati, insieme, i modi della protesta e la risposta della polizia. Le caratteristiche della manifestazione si sono rivelate pro­fondamente diverse anche da quelle del modello più prossimo (il movimento del ’77), con i dati nuovi ed eclatanti del numero, inedito per una occasione dichiaratamente antagonista, e della eterogeneità dei parteci­panti, fonte di comportamenti tra loro assai diversi (da quelli gioiosi e pacifici a quelli contestativi e violenti) e di ingovernabilità unitaria dell’evento. Che tutto ciò abbia posto alle forze di polizia problemi nuovi e diffi­cili è incontestabile, ma non sta qui la sola – né la principale – ragione dell’accaduto. Genova è stata, infatti, la prova generale di una svolta autoritaria: e da allora l’ostentata militarizzazione delle città in occasione di qualun­que manifestazione è diventata la regola e la concezione muscolare dell’ordine ha sostituito la logica del confronto.

Terzo. Genova ha cambiato la costituzione materiale del paese, includendovi lo “stato di eccezione”, inteso come deroga alle regole ordinarie del sistema. Da allora l’emergenza ha giustificato tutto (o quasi): dall’uso di trattamenti inumani e degradanti a comportamenti di stampo autenticamente eversivo come la ripetuta pretesa degli apparati di sottrarsi a ogni controllo di legalità, dall’affievolimento delle garanzie con riferimento al conflitto sociale al succedersi di “decreti sicurezza” lesivi di diritti e libertà fondamentali. Nessuna indebita generalizzazione. Ma è riduttivo e sbagliato affermare che le violenze nei confronti dei manifestanti sono state opera di un numero limitato di agenti, marginali e isolati in una organizzazione ad esse estranea. Ciò è smentito dalle immagini e dalle testimonianze (plurime e disinteressa­te). Negli atti di violenza sono stati coinvolti esponenti di tutti gli apparati di polizia (carabinieri, polizia di Stato, guardia di finanza, polizia penitenziaria); la perquisizione alla Diaz ha visto la compresenza di carabi­nieri (preposti al controllo esterno) e di forze di polizia provenienti da diverse città d’Italia (coordinate da funzionari di grado elevatissimo); intorno agli autori di pestaggi e sopraffazioni hanno fatto quadrato i vertici della polizia e dei carabinieri e le prese di distanza sono state sostanzialmente nulle: non si può dimenticare che, mentre i fotografi di mezzo mondo riprendevano le maschere di sangue dei giovani trascinati fuori dalla Diaz, i portavoce della questura e del capo della polizia continuavano a parlare di «alcuni feriti per lesioni pregresse». Ciò ha introdotto nella quotidianità il tema inquietante del ruolo degli apparati militarizzati, dei loro rapporti con alcuni settori della politica, del loro peso nella vicenda istituzionale.

Quarto. Sull’onda di Genova gli episodi di violenza da parte di forze di polizia si sono ripetute in modo impressionante: sulle piazze, nelle carceri, nei confronti di gruppi o di singoli. Occorre coglierne le ragioni. Nessu­no di noi – si dice con orrore – sarebbe mai capace di colpire a freddo con calci o pugni altre persone, di so­domizzarle, insultarle, umiliarle. E tutti proviamo un senso di nausea insopportabile nel vedere le immagini dei giovani (e meno giovani) sopravvissuti alla “macelleria messicana” della Diaz o quelle diffuse in questi giorni dalle televisioni sulla mattanza avvenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere o, ancora, il volto martoriato di Stefano Cucchi. Eppure gli identikit dei torturatori sono, per lo più, quelli di uomini e donne normali, di fun­zionari pubblici apparentemente affidabili. Non si tratta, dunque, di patologie individuali (e lo conferma il numero degli attori – protagonisti, comprimari, ese­cutori, comparse… – che punteggia il vergognoso scenario della violenza di Stato e della tortura). C’è inevitabilmente dell’altro: una cultura, una visione del mondo, un approccio agli altri il cui nucleo forte è che la digni­tà e la libertà delle persone non sono valori assoluti e intangibili, che fanno capo a tutti e a ciascuno, ma sem­plici condizioni di fatto rimovibili, soccombenti a fronte di altri valori (veri o presunti) e, soprattutto, non ri­conosciute al nemico. In sintesi, la prima matrice della violenza o della tortura – come di altri comportamenti affini (dal geno­cidio alla pena di morte) – sta nella costruzione di categorie, più o meno ampie, di nemici della società, con­siderati alla stregua di non persone e, dunque, potenzialmente destinatari di trattamenti diversi (e deteriori) rispetto a quelli riservati ai nostri simili. Nella storia i processi di costruzione del nemico sono ricorrenti e hanno sempre avuto come componente l’inferiorizzazione delle persone, dei gruppi, dei popoli destinati poi a subire aggressioni, annientamento, trattamenti inumani e degradanti. Se i nemici ‒ i ribelli, i diversi, i migranti, i marginali, i detenuti e via seguitando potenzialmente all’infinito ‒ sono ontologicamente diversi da noi, se ap­partengono a un altro universo, il gioco è fatto e la sopraffazione, la prevaricazione, la tortura diventano leci­te o addirittura necessarie. Il vero punto sta qui, nel mancato riconoscimento della pari dignità e della ugua­glianza delle persone che fa parte, spesso, del bagaglio di formazione delle forze di polizia. E non di esse soltanto. Anche qui Genova è stata maestra e cartina di tornasole veicolando in maniera diffusa e incontrastata messaggi come quello del direttore di TG5, Emilio Fede, nel telegiornale pomeridiano del 20 luglio, alle 16.05: «Quelli che stanno protestando sono drogati, pezzenti, bande di delinquenti che dovrebbero essere arrestati e tenuti in galera a vita».

Genova, 20 anni dopo, ci ricorda tutto questo e ci mette in guardia (ci deve mettere in guardia). Se non si aggrediscono le prassi, le coperture e la cultura che stanno a monte di violenze e torture, queste, pur esecrate a parole, resteranno protagoniste della scena (con le conseguenze devastanti, specifi­che e generali, che sono loro proprie).

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

Vedi tutti i post di Livio Pepino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.