20 anni dopo Genova: in basso a sinistra

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Cosa ti porti dietro dell’esperienza di Genova di venti anni fa?

La consapevolezza della necessità di costruire un altro modello economico e culturale. Una consapevolezza, oggi, resa ancora più forte dalla relazione tra la pandemia e il collasso climatico; dalla perdita di biodiversità che ci espone a rischi per la nostra salute mai visti; dall’insostenibilità ambientale, sociale e culturale del modello economico capitalista che rende le nostre vite precarie. Mi porto dietro l’ansia di non aver fatto abbastanza, venti anni fa, per spiegare tutto questo. Forse non ci siamo interrogati a sufficienza su quanto fosse importante alimentare un’altra cultura, non solo contestare il modello. Oggi sappiamo che se vogliamo garantire la nostra dignità e il nostro futuro come specie umana, dobbiamo riconoscere le relazioni e le connessioni con tutte le altre entità viventi, da cui le nostre vite dipendono. Dobbiamo invertire il processo di mercificazione e oggettivizzazione della vita portato avanti dal modello capitalista. Contestualmente, mi porto dietro la consapevolezza di essere dalla parte giusta della storia. Ma a Genova è mancato l’ultimo pezzo di strada: abbiamo contestato il modello capitalista, indicato la necessità di un’altra idea di sviluppo economico, di un altro modello, ma rimane da fare il lavoro per un diverso paradigma di civilizzazione. 

Genova è servita?

Certo! Quel percorso ha costruito un movimento molto grande che è riuscito a farsi ascoltare da una larga parte della nostra società, dando vita a una polifonia di voci capaci di mettere in moto un grande dibattito nel paese. Aver dimostrato l’insostenibilità sociale e ambientale del pensiero unico, denunciato la mercificazione della vita, rivendicato la necessità di un perimetro più grande rispetto a quello praticato dalla sinistra novecentesca è stato importante. E lo è ancora oggi. Sono consapevolezze acquisite.

Genova, dal tuo punto di vista, ha avuto dei limiti?

Assolutamente. I limiti, ovviamente visti con gli occhi di oggi, sono soprattutto nella parte italiana ed europea di quel movimento. Risiedono nell’incapacità di comprendere come il vero problema fosse legato alla nostra cultura. Dovevamo metterla sotto accusa. Sfidare il capitalismo non è stato sufficiente: avremmo dovuto sfidare altri due virus, il patriarcato e il colonialismo, che sono patologie più antiche. In Italia abbiamo creduto, per anni, di essere depositari – come movimento – di chissà quale verità. Ma il percorso culminato nelle giornate di Genova non è nato nel nostro paese ma all’interno di un contesto planetario che ha visto come protagonisti i movimenti del Sud del mondo, i primi a interrogarsi sulla “fine della storia”. Lì c’erano – e ci sono ancora – società in movimento. Lì i movimenti per la giustizia ambientale e sociale con le loro azioni hanno messo in evidenze l’inefficacia sia dell’ambientalismo subalterno che della sinistra ferma sui paradigmi dei secoli passati. Sono andati oltre il dibattito “capitale-lavoro”. Già venti anni fa i movimenti per la giustizia ambientale e sociale parlavano di come ricostruire la relazione tra identità e nazione, tra indigeno e urbano, tra donna e uomo, tra esseri umani e natura. Di questo, oggi, in Italia, ancora non si parla, o se ne parla poco. Non abbiamo “inventato” Genova e i forum sociali. Genova nasce a Porto Alegre, nasce dal Forum sociale mondiale, che dà forma e struttura alle proposte e alle relazioni costruite dai movimenti per la giustizia ambientale e sociale impegnati dalla fine degli anni ‘80. Partendo dalla complessità dell’esistente per la prima volta è stato introdotto un approccio “sistemico” contro le crisi, insieme a forme di democrazia deliberative e partecipative per superare i limiti della democrazia rappresentativa in questa fase della storia. È così che i movimenti per la giustizia ambientale hanno fatto egemonia culturale su alcuni punti cruciali. Quello che manca qui da noi oggi.

Leggo un po’ di preoccupazione nelle tue parole. Se da Genova fossi proiettato direttamente a oggi, cosa penseresti?

Che abbiamo sbagliato molto. Hai parlato di preoccupazione. Come posso non essere preoccupato davanti a una situazione che vede il 33 percento della popolazione italiana a rischio esclusione sociale? Abbiamo più di nove milioni di persone in povertà relativa e sei milioni in povertà assoluta, di cui oltre un milione sono minori. Due milioni di “neet”, più del 10% di disoccupati, 4 milioni di lavoratori poveri ed un modello che continua a sfruttare esseri umani, animali e natura per accrescere le proprie oscene ricchezze. Solo lo scorso anno i 36 miliardari italiani hanno guadagno 45,6 miliardi in più rispetto al 2019: un furto di diritti e democrazia. Come faccio a non essere preoccupato se a garantire i diritti sociali sono sempre più le mafie con il loro welfare sostitutivo. Il problema è che in Italia, anche a sinistra, si continuano a semplificare situazioni complesse. Come si fa a non indignarsi davanti alla povertà che cresce e ai ricchi che diventano sempre più ricchi? Perché gli interessi della maggioranza delle persone vengono sempre dopo quelli di pochi? Credo che le élite siano ben rappresentate. Noi per nulla. Venti anni fa usavamo parole e concetti alti, ma ben ancorati al contesto. Oggi il problema del lavoro è il lavoro, il problema dell’ambiente è l’ambiente: come se non ci fossero collegamenti. Guarda Taranto la questione Ilva. Lavoratori, cittadini e comitati impegnati contro l’inquinamento e per la bonifica non vanno nella stessa direzione. Se esistesse una forza politica che mette insieme giustizia sociale, ambientale ed ecologica questa separazione non esisterebbe, perché è possibile garantire lavoro, salute, bonifiche e giustizia per le vittime. Ma bisogna fare delle scelte strutturali, e far pagare ai responsabili il prezzo della riconversione. Invece a pagare sono i più deboli. 

E a Taranto c’è una parte della sinistra che non ha chiesto scusa – politicamente – per il proprio fallimento.

Quale sinistra? A che sinistra ti riferisci? Io non vedo “sinistra”. Per me la sinistra di Taranto è Alessandro Marescotti, sono i comitati dei cittadini, quelli che hanno lottato. Vessati, criticati, minacciati, abbandonati. Facciamo nomi e cognomi perché è ingiusto, oltre che inutile, parlare di “sinistra” o “pezzi di sinistra”.

Riformulo. La condanna di Vendola in primo grado è una condanna politica o giudiziaria, dal tuo punto di vista?

Ti rispondo così. Vorrei vedere la stessa vicinanza mostrata da quello che tu chiami “pezzo di sinistra” a Vendola, che ha fallito politicamente, nei confronti di Mimmo Lucano – che sta dando la sua vita alla politica – senza attendere di sapere come andrà il processo per capire se conviene salire o scendere dal carro di Riace. Una delle grandi problematiche di questi anni, a sinistra, è stata quella di aver scelto le battaglie da portare avanti nel momento in cui erano più convenienti, quando c’erano le telecamere, quando si poteva ottenere consenso elettorale. Ma è vero anche che c’è una sinistra sociale diffusa molto grande e non rappresentata. Ecco, quella è la mia sinistra. E non vuole “parlare a tutti”, perché sarebbe ipocrita e non risolve i problemi. Ad esempio, quando parlo di giustizia ambientale e sociale non parlo a Confindustria, non parlo a Bonomi, non parlo a Draghi, non parlo alle destre. Loro difendono altri interessi. Parlo ai ceti popolari e ai ceti medi che avrebbero maggiori convenienze a cambiare modello economico e culturale. Parlo a chi è tutti i giorni in strada, con le proprie pratiche. A chi fa mutualismo, a chi organizza presìdi sociali e culturali nei quartieri, parlo anche a un pezzo grande di cattolicesimo e non solo. Ecco, la cosa che non avrei mai immaginato, dopo venti anni, è sentire Papa Francesco usare anche le nostre analisi e le nostre parole per leggere la crisi e costruire l’alternativa. Invece in molti hanno smesso di farlo, o preferiscono un prudente silenzio.

Oggi, riconosci i tuoi compagni di allora? Di venti anni fa?

Sinceramente, molti non li riconosco. Ma è anche vero che lungo la strada abbiamo incontrato altri compagni e compagne. La memoria orienta, ma bisogna guardare avanti. Credo che un errore sia stato quello di non mettere sotto accusa – uso un concetto forte – i nostri limiti culturali e relazionali con la stessa determinazione con cui abbiamo messo sotto accusa il modello economico. Per chi ha scelto di non giocare la parte del parlamentare di finta opposizione questi anni sono serviti a destrutturare tutto ciò che non andava e a costruire una connessione con tutto ciò che oggi è in trasformazione nel nostro Paese. Sono nate nuove soggettività politiche importanti – magari non mainstream – grazie al vuoto lasciato da quella che tu prima chiamavi sinistra: dal vuoto della politica. E anche dalle nostre incapacità. Uno dei limiti, forse il maggiore, di “Genova” è stato la presunzione di sentirsi avanguardia, mentre le società in movimento – penso a quelle dell’America Latina – ci hanno spiegato che era proprio quella stessa presunzione il problema della sinistra novecentesca europea. 

A chi ti riferisci quando parli di sinistra diffusa?

Potrei fare un elenco lunghissimo, dai No Tav ai No Muos, da nord a sud. Penso a chi lotta da anni per un nuovo welfare comunitario, a chi fa mutualismo. Ogni movimento oggi che sta consentendo all’Italia di non sprofondare nel baratro dell’assenza di alternative è figlio, anche inconsapevolmente, di quei movimenti per la giustizia ambientale e sociale che all’inizio degli anni Novanta hanno non solo denunciato i limiti del capitalismo ma costruito un paradigma di civilizzazione fondato su una maniera diversa di intendere le relazioni, contribuendo a “ridemocratizzare la democrazia”. Per anni ci hanno spiegato che la liberazione dell’uomo e della donna dipende dalla liberazione dal capitale. Negli ultimi trent’anni invece la realtà ci ha detto altro: dobbiamo innanzitutto liberarci da un antropocentrismo radicale che non ci fa comprendere quanto fondamentale anche per la nostra sopravvivenza sia riconoscere dignità e diritti al resto della vita intorno a noi. Pensare di essere sani in un mondo malato è irrealistico, perché la vita è un insieme di “relazioni inseparabili”. Siamo parte del ciclo della vita. Non siamo il dominus. Non siamo il centro. Non siamo l’avanguardia politica. Non siamo i migliori. Siamo vita in mezzo alla vita che vuole vivere. Se non riusciamo a riconoscere ed allearci con chi difende la vita in ogni sua forma, dai diritti sociali a quelli umani, da quelli della natura a quelli degli animali, saremo spazzati via. La pandemia, il collasso climatico e la riduzione della biodiversità ce lo stanno mostrando. Usciremo dal pantano in cui siamo immersi non solo ridistribuendo ricchezze ma ripensando una visione culturale che garantisca un equilibrio salvifico a tutti.

Torno al post Genova. Tanti “portavoce” o presunti tali ricoprono oggi incarichi di partito. Tu non hai mai avuto proposte?

Ne ho ricevute diverse.

E?

Se mi vedi qui, non le ho accettate. Ma non perché mi sentissi migliore degli altri, più puro.  

Spiegati.

Più volte mi sono interrogato sul ruolo che avrei ricoperto all’interno del Parlamento, di un consiglio regionale, in un assessorato. Nelle formazioni politiche attuali, semplicemente, non avrei mai potuto fare quello che ho fatto da volontario, da attivista comune. Non ho scelto quella strada semplicemente perché non c’è stata – e non c’è – nessuna forza politica che ha come obiettivo la giustizia sociale ambientale ed ecologica. Non ci sono partiti che hanno come mission prioritaria quella di garantire i diritti sociali, redistribuire la ricchezza, ri-pubblicizzare i servizi basici, ri-convertire le attività produttive e la filiera energetica per rimettere insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute. Oggi non c’è ancora un’offerta politica che possa essere al livello delle nostre aspirazioni, delle nostre necessità, delle nostre urgenze.

In quale forza politica immaginaria giocheresti un ruolo attivo?

In una formazione che metta al centro del suo impegno la lotta alle diseguaglianze, alle mafie, alle ingiustizie sociali e ambientali, che rimetta insieme lavoro e salute, che punti sulla partecipazione, che promuova cultura popolare, che interroghi nel profondo il nostro paradigma di civilizzazione, avendo il coraggio di riconoscere diritti alla natura. 

Come ti spieghi, allora, quello che potremmo definire “entrismo” di pezzi di quel movimento nei partiti? Addirittura, c’è stato chi da Genova è finito oggi con Renzi.

Hanno semplicemente fatto prevalere i propri interessi privati su quelli collettivi. Ma cooptare qualcuno non significa avere alle spalle i movimenti o averne fatte proprie le proposte: anzi. Spesso è un modo comodo per non cambiare niente. Credo che MicroMega stia parlando con me non per il mio nome e cognome ma per il lavoro fatto con altri in questi anni. Per fortuna, dopo Genova, alcuni di noi hanno continuato quel percorso. Altri sono spariti, anche se partecipano ai salotti televisivi o siedono in Parlamento. Non giudico le scelte fatte dagli altri, ma possiamo valutare la storia come è andata. Chi ha scelto la scorciatoia, mi chiedo, ha contribuito a fare una buona politica? Ha cambiato la condizione materiale delle persone? Ha costruito nuova consapevolezza tra i ragazzi? Le persone – non i movimenti – che abbiamo perso per strada dal 2001 a oggi hanno smesso di camminare nella nostra direzione. Ma nel frattempo ne abbiamo incontrate tante altre, e molte inaspettate. Oggi abbiamo un Papa che ha – passami il termine – “rilanciato” in due encicliche quello che dicevamo a Genova. Ed è una cosa molto bella che ci aiuta ad andare avanti. Del resto, Francesco è stato da subito vicino alle istanze dei movimenti popolari del sud del mondo.

Torno alla domanda iniziale. Cosa c’è, oggi, di Genova.

Se guardi con attenzione, c’è la strada che abbiamo davanti. Siamo dentro una crisi complessa, dove tutte le questioni sono intrecciate. Abbiamo problemi di lavoro, di salute, ambientali, economici, culturali. Sono tutti problemi connessi. Vanno letti attraverso una visione sistemica, non semplificata come fanno le attuali forze politiche, ancorate a vecchie visioni e teorie del passato. E “Genova”, venti anni fa, lo aveva capito. Non ha senso oggi divederci tra radicali e riformisti. Serve un pensiero integro che dia soluzioni, che sia credibile, altrimenti – e mi riferisco a quei politici di cui sopra – non beccherai un voto da chi è in difficoltà e da chi lotta per la giustizia sociale e ambientale: la gente chiede soluzioni e alternative solide per oggi e per il futuro. Come nel caso della pandemia. E invece le soluzioni sono parziali, non tengono conto del futuro, omettendo conseguenze e sacrifici richiesti. Il capitalismo è per sua natura e struttura insostenibile. Non c’è un capitalismo buono e non esiste una crescita “verde”. Hanno fallito tutti coloro che pensavano di riformarlo. Ma non basta nemmeno sostenere che ne usciamo attraverso un modello economico alternativo se non lavoriamo sulle relazioni, la cultura, i linguaggi e le forme della partecipazione, decolonizzando una parte del nostro immaginario che ha nell’antropocentrismo radicale il principale alleato del capitalismo. Per mettere insieme giustizia sociale, ambientale ed ecologica abbiamo bisogno di una nuova etica, di un nuovo patto, di impegno. Non basta chiedere agli altri di cambiare se non siamo disposti noi per primi a farlo. Dobbiamo riconoscere diritti alla natura se vogliamo garantire i diritti umani. Perché ciò che succede alla Terra succede a noi. È questa la grande conquista culturale alla base del cambiamento di cui abbiamo bisogno in questo nuovo millennio. A Genova lo avevamo intuito. Un altro mondo è urgente e necessario, non solo possibile. Sono convinto che ce la faremo quando ci accorgeremo che al nostro fianco abbiamo una grandissima alleata: nostra Madre Terra.

L’intervista, realizzata da Daniele Nalbone, è ripresa, con il consenso dell’autore, dal sito di MicroMega dove è stata pubblicata con il titolo Da Genova a oggi: “Quel movimento c’è ancora, ma con nuovi compagni di strada”.

Giuseppe De Marzo

Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore, lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina. È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri pari.

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